Pro e contro il voto agli immigrati

E se concedessimo la cittadinanza? Nell’epoca dell’immigrazione
di massa come integrare gli stranieri. La proposta di Fini

 E' il caso di dirlo, un fulmine a ciel sereno. La proposta di Fini, subito concretizzata con un disegno di legge di riforma costituzionale, tendente a riconoscere il diritto di voto amministrativo agli immigrati e di abolire le quote annue di mano d'opera straniera da importare, ha sorpreso l'opinione pubblica non tanto per il suo contenuto, non nuovo visto che il centrosinistra già da un decennio ne culla l'idea, quanto per il personaggio che l'avanzava. Sembrava un controsenso, addirittura una contraddizione tanta liberalità nel leader di un partito di destra, quindi tutore dell'identità e della cultura del proprio Paese.
   
Non è un caso se il dibattito che ne è seguito, insieme alle inevitabili polemiche, ha puntato più sulle cause che l'hanno determinata che non sul merito della stessa. Così, turbolenze bossiane a parte, siamo stati inondati da polemiche, supposizioni, insinuazioni, che hanno finito con il far passare in secondo piano non tanto l'indiscutibile impronta di civiltà e l’afflato riformistico impliciti nell'affermazione di Fini, quanto l'opportunità della proposta stessa ed il rapporto di causa ed effetto tra diritto di voto ed integrazione.

  E' su questo aspetto, invece, che occorre puntare l'attenzione. Facendo anche tesoro della nostra esperienza di emigrati ai quali la Svizzera, se si escludono due Cantoni, Giura e Neuchâtel, nega ancora il diritto di partecipare, se non alla politica della Confederazione, quanto meno all'amministrazione dei Comuni. Del che possiamo anche dolerci, noi Italiani che in terra elvetica viviamo magari da decenni, ma non esimerci dal ragionarci su con obiettività e buon senso. Per valutare i pro e i contro di un allargamento del diritto di voto agli stranieri e  prendere posizione a ragion veduta, non sulla base di motivi politici o simpatie personali. Pro e contro che cerco di illustrare, volutamente astenendomi dal prendere posizione: rientra infatti nella legittima libertà di opinione il dare più peso agli uni piuttosto che agli altri.
  E' indubbio che sia giusto riconoscere a chi lavora, paga le tasse ed obbedisce alle leggi la possibilità di dire la sua, di esprimere preferenze politiche, di scegliere gli amministratori, di giudicarli a mandato concluso. E' la concreta applicazione del famoso imperativo americano, niente fiscalità senza eleggibilità, che ha convinto, e non da ora, alcuni Stati degli Usa a concedere il diritto di voto: attivo (eleggere) e passivo (essere eletti), locale e nazionale. Sotto questo profilo, nulla da obiettare, benché venga spontaneo fare appello alla memoria e alla logica: la prima, per rammentare la motivazione ("il voto dei nostri emigrati, ormai adeguati a culture diverse, avrebbe sconvolto i risultati nazionali") in forza della quale sono stati istituiti i collegi esteri; la seconda per sottolineare la mancanza di quella gradualità che avrebbe dovuto suggerire di "provare" prima con gli stranieri dell'Unione Europea che vivono in Italia.
  Forse (qui il dubbio s'impone!) è anche più facile, facendoli partecipare alle scelte pubbliche del Comune di residenza, integrare gli immigrati, farli cioè sentire inseriti nella comunità nazionale e partecipi della vita, della cultura, dei costumi di noi Italiani. Più probabile, inoltre, visto che il terrorismo esiste e minaccia pure l'Italia, che un atto di apertura nei confronti di chi ha scarsa o nulla conoscenza dei sistemi democratici, possa convincere dell'insensatezza dell'odio verso il mondo che li accoglie e ne tutela la dignità di persona.
  Ma tali aspetti positivi hanno il rovescio della medaglia. Non è detto che diritto di voto significhi sempre maggiore integrazione. Noi non votiamo in Svizzera eppure ne abbiamo accettato la mentalità, l'ordine, le diverse lingue, perfino il suo senso civico. Non per tutti, però, è così. E non sempre ciò che è teoricamente giusto è anche consono agli interessi di un  Paese, qualunque esso sia. E' vero, esiste la liberalità in materia degli USA a dare il buon esempio. Ma è confronto che regge poco, per motivi storici (gli Stati Uniti sono nati grazie all'emigrazione) e culturali (nel Nuovo Mondo arrivarono prevalentemente cristiani). E' significativo il fatto che l'Europa, con l'eccezione della sola Svezia, si sia sempre dimostrata – e lo sia tuttora - restia a concedere il diritto di voto agli stranieri. I quali, avendo scarsa dimestichezza con gli idiomi del posto e, di conseguenza, non potendo sufficientemente valutare i diversi programmi elettorali, sarebbero probabilmente tentati di cedere all'opportunismo che fa votare chi offre loro di più. Senza contare la problematicità dei tempi attuali nei quali il rischio di islamizzazione, alimentato dalle ondate migratorie, dall'integralismo e dalla fecondità dei musulmani ma anche, ammettiamolo, dalla scristianizzazione dei nostri costumi, diventa realistico.
  Forse sarebbe più logico e più congruo rivedere in Italia i termini legali per l'acquisto della cittadinanza. Oggi per gli extracomunitari è richiesto un decennio di residenza stabile, che aumenta di parecchio a causa delle lungaggini burocratiche previste. Niente proibisce di ridurre gli anni e di semplificare i tempi tecnici, mettendo però dei "paletti", tra cui la conoscenza della lingua che permette la comunicazione, quindi l'integrazione con la collettività indigena. E si farebbero salvi due principi fondamentali: da una parte, la libertà di scelta dello straniero che spontaneamente decide di diventare italiano, conquistando di conseguenza tutti i diritti ma anche accettando tutti i doveri, compreso quello del rispetto della nostra Costituzione; dall'altra la legittima tutela degli interessi nazionali, pur toccando il vertice di civiltà rappresentato dalla concessione del diritto di partecipare alla vita politica del Paese.

Egidio Todeschini