La
fragilità della vita senza speranze
Le tante paure del mondo moderno. Alcuni fatti che si ripetono con
preoccupante regolarità. E una stampa che vuole solo fare notizia
ma non invita a riflettere sulle cause
A seguire i media, in particolare i nostri, gli Occidentali stanno
bene ma vivono nella paura. Paura delle immigrazioni incontrollate o
dell'inquinamento acustico ed atmosferico, di un'Unione Europea troppo
burocratica o dell'improbabile neonazismo di qualche leader politico.
Paura della mucca pazza e dei cibi transgenici, della criminalità
dilagante, del ristagno dell'economia, delle intemperanze giacobine di
qualche magistrato, di un terrorismo perennemente immanente, della
globalizzazione di cui non si conoscono effetti ed ampiezza. La lista
è ogni giorno più lunga: al terrore del dolore, per cui si
auspica l'eutanasia, si aggiunge l'angoscia per la crescita del livello
del mare o il panico per un'emergenza nucleare. In effetti ci sono tanti
motivi per non vivere tranquilli. A dispetto del nostro acquisito
benessere, di quelle conquiste sociali e civili di cui andiamo tanto
fieri, del progresso tecnologico che avanza, permane il dubbio su "quale
futuro stiamo creando ai nostri nipoti".
La stampa non aiuta a combattere questi timori che sembrano sempre
valicare ogni nostra possibilità d'intervento e che, quindi, ci
deresponsabilizzano. Al contrario, li insinua, li diffonde, li
suggerisce, li moltiplica. Agisce in nome della libertà d'informazione
che, come tutte le libertà, dovrebbe avere un limite deontologico.
Invece spesso ubbidisce solo alla regola del “far notizia",
finendo così con il sopravvalutare alcuni fenomeni e minimizzarne
altri. Con il dare più peso ad un rischio improbabile che ad un
allarmante sintomo di costumi degradati. Soprattutto con il non rendersi
conto, a volte, di valicare il confine della comunicazione per entrare
nel territorio della suggestione.
La si nota, questa anomalia, nei confronti di un evento che si
ripete, in Italia, ormai con preoccupante regolarità: l'assassinio
in famiglia o nello stretto giro delle conoscenze. Non l'omicidio del
delinquente comune ma la violenza sul familiare, sui compagni di classe,
sugli amici. A volte, per gioco, sullo sconosciuto. Una violenza che
esplode all'improvviso, per futili motivi, per ribellione alle regole,
per sfiducia nel futuro, forse per noia. Che dimentica il valore della
vita che riceviamo in dono, ma anche la forza degli affetti. E che,
proprio per l'inconsistenza di un movente, viene attribuita ad una
momentanea incapacità d'intendere e di volere. O ad una
patologica forma depressiva. Che forse esistono ma sulle origini delle
quali si sorvola.
I giornali descrivono i fatti, gli psicologici pontificano, i
criminologi macinano teorie, i don Mazzi elucubrano soluzioni di
recupero. E i delitti intanto continuano, anzi aumentano in terrificanti
analogie di modalità e di rapporti familiari. C'è il
duplice assassinio a coltellate di Novi Ligure? Ne seguono a ruota altri,
contro la suora di Chiavenna o il piccolo Samuele. Una mamma depressa
affoga la sua bambina nella lavatrice? Passano pochi giorni ed ecco un'altra
che elimina nella stessa maniera la propria neonata. Qualcuno si diverte
a tirar sassi da un cavalcavia? La stampa ne parla ed i casi si
moltiplicano, finché ci scappa il morto. Un figlio uccide il padre
troppo severo? Ecco un padre troppo amoroso che soffoca il figlio.
Pure concomitanze? Non penso. Piuttosto è l'effetto perverso di
una comunicazione che non conosce l'autocensura, che insiste molto sui
modi, sulle giustificazioni, sul buonismo del perdono senza pene, sulle
impunibilità e sui benefici di legge, sui pareri degli esperti e
sugli arzigogoli degli avvocati, ma che non si accorge di
“suggerire” e non invita a riflettere sulle cause. E’ la
conseguenza di un'informazione che cede facilmente all'allarmismo ma
trascura la gravità di alcune statistiche, citate per dovere di
cronaca. Deve destare preoccupazione l’appurare – sono dati Istat
recenti - che aumenta il
consumo di alcolici nei giovanissimi, che si abbassa l'età delle
prime esperienze sessuali, che cresce tra gli adolescenti l'uso di
droghe più o meno leggere e che si diffonde quella sfiducia nel
domani che alimenta le depressioni.
Invece se ne parla un giorno poi cala il silenzio. Come se non dovessero
far paura le eccessive libertà e il troppo benessere che non
insegna la rinuncia. Come se non si accompagnassero all’insicurezza,
alla mancanza di Valori da ereditare e tramandare, ad una fragilità
morale e psicologica che lascia le tracce. Ubriacarsi o drogarsi non
è un fatto naturale, anche se diffuso. Fare l'amore da ragazzini
non è sinonimo di maturità e consapevolezza. Rispettare le
regole domestiche o della decenza non è un optional al quale i
giovani possono impunemente rinunciare. Dichiararsi cristiani e non
rispettare comandamenti e precetti non è il più sano
approccio alla religione.
Sì, fa paura la micro e macro criminalità. Ma dovrebbe
angosciare di più una società nella quale come niente e
sempre più spesso – e cito solo alcuni casi
- uno studente impazza e spara, una mamma accoltella la figlia,
un ragazzo fa fuori l'ex fidanzata, una giovincella indocile massacra
madre e fratellino, un drogato spranga i genitori che gli negano i soldi
per “farsi”, un universitario ammazza il padre che ha scoperto le
sue lacune scolastiche, o due ragazzine uccidono una suora per provare
l'effetto che fa. E' vero, i Caino, le Medea e gli Oreste sono sempre
esistiti. Ma ci vantiamo di aver raggiunto un grado di civiltà
che avrebbe dovuto ridurli, non moltiplicarli. E dimentichiamo che
dietro l'abusata formula della "momentanea incapacità d'intendere
e di volere" si nasconde una fragilità da insicurezza senza
speranze. E di questa, sì, c'è da aver paura.
Egidio
Todeschini
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