Vergognose maldicenze su Papa Pacelli

Continua la polemica contro la beatificazione di Pio XII. Il suo “silenzio” salvò migliaia di ebrei, come molti di essi testimoniarono  

  

Di questi giorni si parla soprattutto di crisi economica. In Italia si aggiungono le polemiche sul decreto Gelmini, sulla vacuità o meno dell’opposizione veltroniana, sulla tendenza berlusconiana a restaurare un regime alla Mussolini o alla Putin. Al rinnovato veto alla beatificazione di Pio XII, al contrario, si è data poca rilevanza: qualche fugace notizia, spesso senza dissensi, se si escludono pochi quotidiani, poi il silenzio. Che è doveroso, invece, infrangere. Il 9 ottobre scorso si apre in Vaticano il Sinodo dei Vescovi cui partecipa anche il rabbino capo di Haifa, Shear Yesuv Cohen, il primo non cristiano ad intervenire ad un Sinodo. Questi, durante il suo intervento, cita l’Olocausto e i difficili rapporti del passato tra ebrei e cristiani, ma si astiene dal fare alcun cenno critico a Papa Pacelli. Però, una volta uscito dall'aula, fa sapere ad alcuni giornalisti di essere contrario alla sua beatificazione. Una dichiarazione spiacevole cui, pochi giorni dopo, si aggiunge l’attacco del ministro israeliano Isaac Herzog: “Il tentativo di canonizzarlo è uno sfruttamento dell’oblio ed una mancanza di consapevolezza…Non ci sono prove che Papa Pacelli abbia fatto qualcosa contro l’Olocausto…E’ rimasto silenzioso e forse ha fatto anche di peggio”.

Parole infamanti che, forse, hanno dissuaso Benedetto XVI dal far cenno, durante la Messa per il cinquantenario della morte di Pio XII (9 ottobre 1958), alla data della beatificazione. Ma non gli ha impedito di ricordare “l’intensa opera di carità che promosse in difesa dei perseguitati, senza alcuna distinzione di religione, di etnia, di nazionalità, di appartenenza politica. Quando, occupata la città, gli fu consigliato di lasciare il Vaticano per mettersi in salvo, la sua risposta fu: “Non lascerò Roma e il mio posto, anche se dovessi morire”. Fin qui è cronaca recente, ma occorre anche fare un passo indietro.

Le accuse a Pio XII di aver taciuto di fronte all’Olocausto per spirito antisemita datano da molto: già nel 1938, prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, in Europa circolava la calunnia, fatta circolare dai comunisti staliniani, che fosse favorevole ai nazisti. Alla fine della guerra e, soprattutto, alla sua morte, però, fu sommersa dalla marea di ringraziamenti inviatigli da ebrei, tra i quali Albert Einstein, Golda Meir, Moshe Sharett, il rabbino Isaac Herzog (nonno dell’omonimo ministro oggi calunniatore!) e innumerevoli altri.

Gli attacchi ripresero nel 1963 quando uscì Il Vicario, dramma di Rolf Hochhuth, scrittore tedesco di sinistra ma, in passato, membro della Hitlerjugend, la "Gioventù hitleriana". Il testo, polemico ed estremamente accusatorio, scatenò polemiche ma anche consensi che sfociarono, nel 1964, nel libro di Guenter Lewy, I nazisti e la Chiesa, cui si aggiunse, due anni dopo, quello di Saul Friedländer, Pio XII e il Terzo Reich (entrambi contestati da Robert Kempner, avvocato dell'accusa al processo di Norimberga), nei quali si afferma che a portare Pio XII ad appoggiare Hitler fu il suo anticomunismo.

Per spegnere la polemica, Paolo VI nel 1964 ordinò che tutti i documenti vaticani in merito fossero resi pubblici. Ne sortì l'opera monumentale: Actes et Documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale: 12 volumi includenti 5.100 documenti. Nel 1967 si aggiunse il libro “Roma e gli ebrei. L’azione del Vaticano a favore delle vittime del Nazismo”, di Pinchas Lapide, console israeliano a Milano nel quale l’autore dichiara che Pio XII "fu lo strumento di salvezza di almeno 700.000, ma forse anche 860.000, ebrei che dovevano morire per mano nazista". E sulla disputa cadde il silenzio.

Fino all’anno scorso, quando la controversia esplode di nuovo, alimentata dalla pubblicazione di altri nove volumi: due dei quali (di Garry Wills e di James Carroll) si occupano di papa Pacelli solo per attaccare il cattolicesimo; quattro (di Pierre Blet, di Ronald J. Rychlak, di Ralph McInerny e di Margherita Marchione che scrive: "rischiò personalmente la deportazione e il lager per aver aiutato i perseguitati dal regime nazista") gli rendono i dovuti onori; due (di John Cornwell e di Susan Zuccotti) lo accusano di filonazismo.

Incredibilmente, ottengono più attenzione questi ultimi, in particolare Cornwell, nel cui testo, tra l’altro, Pio XII è descritto come "l’ecclesiastico più pericoloso della storia moderna", senza il quale "Hitler non avrebbe mai potuto farsi strada". Ripartono così le accuse di silenzio correo, quasi che, per limitare lo sterminio, fosse stata più utile la pubblica condanna o la scomunica, che avrebbe esposto anche i cattolici all’ira di Hitler, che non il silenzioso aprire le porte di conventi, parrocchie, monasteri e case di cattolici.

Papa Pacelli conosceva bene l'ideologia razzista dei nazisti; per questo adottò una linea di prudenza che consentì alla Chiesa di salvare diverse centinaia di migliaia di ebrei. Davvero è il caso di chiederci ancora se poteva o doveva fare di più? Non credo. Perché il suo presunto “silenzio” non fu totale. Scrive infatti P. Gumpel: "La verità è che Pio XII condannò ripetutamente e pubblicamente la persecuzione di gente innocente solo a causa della loro razza. A quei tempi, chiunque capiva a chi si stesse riferendo". Perché neppure i governi degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Russia di Stalin, della Francia, o gli Organismi Internazionali come la Croce Rossa e lo stesso Consiglio Mondiale Ebraico elevarono proteste pubbliche. E perché, quando la Chiesa d'Olanda, nel 1942, fece leggere in tutte le chiese cattoliche una lettera di protesta contro le deportazioni di intere famiglie ebree (più di 10.000 persone), i nazisti reagirono deportando anche i Vescovi autori della protesta, considerati "i peggiori nemici". E questa è storia, non chiacchiere o falsità.

Egidio Todeschini

 24.10.2008