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Se religione e maschilismo si sommano Indubbio che il velo islamico significhi anche potere degli uomini. Sbagliato però proibirlo. Meglio aiutare i musulmani ad integrarsi
Anche in Italia, adesso, si parla del “velo“ delle donne islamiche, con toni a volte duri. Politici ed intellettuali hanno espresso in proposito il loro parere, spesso contrastante; giornali e televisione gli hanno dedicato spazi e commenti. Poi sulla questione, sopraffatta da altri problemi contingenti (la criminalità dilagante a Napoli e a Bari, le critiche alla finanziaria con relative manifestazioni di piazza, le intromissioni via Internet nei conti privati di personaggi pubblici) è calato il silenzio. Se ne riparlerà quanto prima. Il problema è diventato d’attualità con le dichiarazioni del Capo del Governo sulla liceità o meno di quel capo d’abbigliamento. Appoggiato anche da Amato, Ministro degli Interni, Prodi ha affermato che spetta alle musulmane decidere se portarlo o no, purché, secondo le disposizioni legislative vigenti, lascino scoperto il viso. Una presa di posizione alquanto liberale che ha trovato il consenso di molti, ma ha anche suscitato le critiche di chi nel velo vede il simbolo del maschilismo islamico e relativo stato di sottomissione delle donne. Tra questi ultimi, l’on. Santanchè. Sostenne, in un dibattito televisivo, la non obbligatorietà coranica, suscitando così le ire dell’imam di Segrate, Ali Abu Shwaima, pronto a ribattere con insulti e minacce, al punto che è stato ritenuto opportuno affidarle la scorta. La parlamentare porta, a difesa della sua opinione, il parere di un’illustre “voce” della cultura araba contemporanea, Ali' Hamad Esber che in proposito dice: ''il velo non è uno dei pilastri dell'Islam. Se fosse così, ci sarebbe un testo chiaro al riguardo come c'è per la preghiera, il digiuno, l'elemosina, il pellegrinaggio alla Mecca e la difesa dell'Islam. Invece, non abbiamo un testo chiaro e preciso''. Del resto c’è contraddizione all'interno degli stessi Stati musulmani: in Turchia c’è, almeno in teoria, libertà di scelta; in Marocco si vuole proibire il niqab ed abolirne la citazione nei testi scolastici; in Pakistan copre solo i capelli, in Arabia Saudita vige quello completo; in Iraq ed Afghanistan entrambi. Quanto basta alla Santanchè per dedurne che siamo di fronte ad “una interpretazione forzata della religione maomettana che serve solo a legittimare la disparità dei diritti tra uomo e donna e la sottomissione della donna al potere maschile. Nella società e nella famiglia”. Forse ha ragione. Ha torto invece chi, sia pure per difendere la parità dei diritti, chiede una legge che lo vieti sempre e comunque. Basta ragionare con calma per capirne il perché. Sappiamo che la questione è stata già affrontata in alcuni Paesi con risultati diversi. Due esempi: la Francia ha proibito nei luoghi pubblici tutti i segni esteriori riconducibili ad una professione di fede, comprese le catenine con Crocifisso; l’Inghilterra sta invece passando da una posizione totalmente liberale (lecito perfino il bourqa!) ad una più attenta a “bilanciare integrazione e multiculturalismo” (Tony Blair). Prese di posizione legate all’attuale entità numerica di comunità islamiche presenti in Europa, ma anche, direi soprattutto, al risveglio dell’integralismo islamico. Che però va interpretato in maniera corretta: non si è integralisti solo perché si prega Allah; non lo si è solo quando s’indossa lo chador. Integralista è chi nega la libertà di professare una religione diversa dalla propria ed adottare altri costumi. Pena la morte. Una posizione retriva che, forse per contrapposizione all’eccessiva libertà sessuale e d’abbigliamento delle donne occidentali, ha preso piede tra alcuni giovani musulmani che, pur non facendo la fame, si sentono uno zero. Tanto da preferire alla vita un quarto d'ora d’eroica notorietà che viene dal suicidio-omicidio. E’ Rushdi, il musulmano condannato a morte dagli ayatollah in seguito alla pubblicazione del libro Versi satanici, a dirlo: “Sembra paradossale ma è probabile che, senza i mezzi mediatici di oggi, i kamikaze sarebbero molti meno”. Sta di fatto che il “velo”, anche se è obbligo religioso, nasconde una concezione maschilista degli islamici. La stessa che consente solo agli uomini la poligamia; che riconosce ai mariti il diritto di ripudiare la moglie e non viceversa. Anche l’Occidente è stato maschilista, mai però fino a tale punto: certo, imponeva alle donne un determinato abbigliamento; non riconosceva loro la parità di diritti; le voleva sottomesse e sempre disponibili. Perfino la Chiesa ha prescritto loro per secoli di coprirsi il capo in chiesa. O ancora oggi lo esige dalle suore. Ma con un significato diverso: quale segno di rispetto e di pudicizia. Inoltre, contrariamente all’Islam, l’Occidente e la Chiesa hanno saputo adeguarsi ai tempi, comprendere che l’era d’Internet non è quella di San Paolo o di Maometto e riconoscere il valore delle libertà personali. Non tocca, perciò, allo Stato decidere come devono vestirsi le musulmane: può esigere di poter “individuare”, e non solo nei documenti d’identità, una persona dal viso. Ma senza eccedere: lo vediamo forse il volto coperto dal casco del motociclista che può essere più pericoloso della signora con il bourqa? Spetta al diretto interessato scegliere se mantenere le usanze della propria gente e della propria religione: è la Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo a riconoscere (art. 18) non solo la libertà di religione, ma anche il diritto di manifestarla “in pubblico e in privato, con l’insegnamento e l’adempimento dei riti”. Certo, ci sono casi drammatici nei quali la scusa della religione serve a coprire atti di prepotenza, perfino d’assassinio. Compito dello Stato è, in tal caso, prevenire, se possibile, e punire. Soprattutto aiutare le comunità islamiche ad integrarsi e ad accettare le leggi del Paese che le ospita. Egidio Todeschini |