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La vecchia politica di casa nostra Il mancato rinnovo generazionale della classe dirigente italiana. Ma certi giovani tutelerebbero meglio le sorti dell’Italia? Un lettore, perplesso per l’età avanzata dei personaggi che occupano le cariche istituzionali più rilevanti del nostro Paese, mi chiede un parere in merito. Fa riferimento, sia pure senza far nomi, alle ultime nomine, dal Capo dello Stato ai due Presidenti delle Camere, dallo stesso Primo Ministro a molti degli altri 98 signori (e signore) che sono entrati a far parte del nuovo Esecutivo. Così “vecchiotto” da fa sparare al solito Capezzone un giudizio a dir poco esilarante. Il segretario del partito di Pannella, parlando a Radio Radicale, ha definito il centrosinistra una compagnia di «incapaci e di bolliti». Poi, per non essere frainteso, ha proseguito: «Abbiamo un Governo che è un po’ Villa Arzilla: non ce n’è uno sotto i quarant’anni». Forse, a suggerirgli tale parere così poco elogiativo avrà influito l’aspirazione, nascosta e delusa, di ricevere qualche incarico importante. Sta di fatto che, indelicatezza a parte, dice il vero: abbiamo a che fare con le solite vecchie facce. Alle quali si aggiunge qualche illustre “sconosciuto” che non brilla per notorietà ma neppure per giovinezza. Certo, il fenomeno è dovuto anche al continuo invecchiamento della popolazione italiana. Da Madrid, dove si è svolta la conferenza delle Nazioni Unite sull'argomento, la notizia è riecheggiata su tutti i giornali: "L'Italia è il Paese più anziano del mondo!". E’ vero: con il suo 25% di persone che superano i 60 anni, ha l'età media più elevata. Contemporaneamente la fecondità si è progressivamente ridotta ed ha negli anni recenti fatto registrare valori tra i più bassi del globo. Gli anziani non costituiscono necessariamente un fatto negativo: gli anni portano – o dovrebbero portare - esperienza, saggezza, pazienza, a volte avvedutezza. A patto di saper aggiornare le conoscenze, di conservare una buona memoria, di aver la forza di non cedere alle pressioni, di non vivere con gli occhi rivolti al passato, di non credere che, per sembrare ancora giovani e moderni, basti seguire le trasformazioni culturali della società, accettare tutte le mode, adeguarsi agli slogan più diffusi e fare i rivoluzionari. Non sembra che i politici assunti ai più alti ranghi delle Istituzioni abbiano tali capacità. C’è da sbizzarrirsi a rilevarne dimenticanze, cedimenti, conformismi, contraddizioni ed adeguamenti fittizi ai tempi che corrono. Lasciamo perdere la cinquantacinquenne Rosy Bindi titolare del neonato Ministero della Famiglia: si professa cattolica ma, per paura di uscire dal coro, apre subito alle coppie di fatto ed omosessuali e propugna la revisione della legge sulla fecondazione assistita. Ma il neo Presidente della Repubblica, l’ottantunenne Giorgio Napolitano che trova il “fondamento dell’identità nazionale nei valori della Costituzione», pecca (forse a causa dell’età) di miopia politica. Oppure non si rende conto di dire una sciocchezza. Dimentica, infatti, che la nazione italiana, quindi la sua identità, non nasce nel 1948, ma è figlia di una storia antica alla quale hanno partecipato, tra gli altri, Tommaso d'Aquino, Dante, Machiavelli, Lorenzo de Medici e la Chiesa. Il sessantasettenne Prodi non è da meno: si presenta al voto prospettando un “radicale rinnovamento della politica”, ma poi si attiene rigidamente al vecchio “manuale Cencelli” (= tanti voti, tante poltrone!). Promette di ridurre il corpo ministeriale, invece lo ingigantisce (a dispetto della legge Bassanini approvata nel suo primo Governo) a 99 tra Ministri, viceministri e sottosegretari. S’impegna a risanare i conti pubblici ma intanto mette in piedi un Esecutivo che costerà 14,7 milioni di euro l’anno. Ha la maggioranza al Senato solo grazie ai senatori eletti all’estero ma non sostituisce Tremaglia al relativo Ministero ripiegando sul viceministro Franco Danieli. Garantisce verbalmente l’esecuzione della Tav in Val di Susa però mette il “verde” e contrario Pecoraro Scanio all’Ambiente. Assicura una numerosa presenza di donne al Governo ma ne confina 5 su 6 in Ministeri senza portafoglio, cioè senza poteri. O inventati di sana pianta, come quello “Giovani e sport” affidato a Giovanna Melandri. Insomma, la saggezza dell’età ha ceduto il passo ai ricatti degli alleati, alle reminiscenze del partitocratrico passato. Non è da meno la sparata del neo Ministro per la solidarietà sociale, quel sessantaduenne Paolo Ferrero (di Rifondazione Comunista) che ipotizza l’abolizione dei Centri di Permanenza Temporanea e la cancellazione del collegamento tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro: o non sa che i CPT sono stati istituiti con legge Napoletano-Turco nel 1998 e che i Paesi europei stanno adottando norme più rigorose proprio per contrastare l’immigrazione clandestina (e a volte terroristica) o gioca a fare il “buonista” rivoluzionario a tutti i costi. Cos’è, se non anticlericalismo vecchia maniera ed opportunismo, la strigliata che il sessantaseienne Presidente della Camera, Fausto Bertinotti, in unisono con il collega del Senato, il settantatreenne Franco Marini, fa al Vaticano quando biasima i Pacs, ma lo prende ad esempio se supporta l’amnistia? E che dire del sessantunenne Alessandro Bianchi (PDCI) il quale, appena nominato ai Trasporti, afferma che “Il ponte sullo stretto di Messina non è una priorità”? Sarà, ma allora perché se ne discute da decenni e perché l’UE lo sovvenziona? Certo, siamo di fronte a tanti brutti scherzi dell’età e verrebbe la voglia di auspicare un rinnovamento generazionale dei nostri quadri dirigenti. Tuttavia mi chiedo: siamo proprio certi che il no-global Caruso, lo stesso Capezzone o l’ambiguo/a Vladimir Luxuria tutelerebbero meglio le sorti d’Italia? Ne dubito e il Manzoni direbbe: “Ai posteri l’ardua sentenza”. Egidio Todeschini25.5 |