Le scelte elettorali dei cattolici

Per la Chiesa libertà politica significa coerenza sui valori cattolici. Fondamentale la tutela della vita, della famiglia, della scuola, della giustizia sociale. Condannato l'assenteismo

La Chiesa ha le idee chiare e le esprime. L'avvio l'aveva dato, nel febbraio scorso, il card. Sodano che, nella sua veste di primo ministro della Santa Sede, si era dichiarato disponibile ad incontri con i leader politici onde "conoscerne i programmi". Tali consultazioni presso la Segreteria di Stato del Vaticano avevano rappresentato una novità in termini di trasparenza e di "neutralità" nei confronti della politica nazionale. Un'innovazione che non impedì il ripetersi del solito, trito, obsoleto rito del duello tra laici e cattolici, tra chi vi lesse un'inaccettabile "aggressione alla laicità dello Stato" (Diliberto) e chi, nella speranza forse di raccattare voti, sfoderò, sia pure solo dimostrando "disponibilità ad un incontro", un clericalismo di facciata. E ci fu anche chi ignorò, o finse di ignorare, la peculiarità tutta italica, l'inserimento del Concordato nella Costituzione Repubblicana, che da sola avrebbe dovuto impedire a Bertinotti di chiedersi "perché la Chiesa non convoca anche i candidati alle elezioni francesi o portoghesi".

Sta di fatto che, iniziatasi e conclusasi in breve tempo la "processione" dal Cardinale e le relative polemiche, queste si sono puntualmente riaccese alla divulgazione del "decalogo" elettorale suggerito da mons. Ruini e la Cei ai cattolici italiani. Finiti nel novembre del ‘95 i tempi del "partito cattolico" di riferimento, la Conferenza Episcopale non prende posizione, non esprime giudizi morali o politici sui programmi e le coalizioni in lizza, né sui singoli candidati, rispetta la libertà dei cattolici di esprimere, con il voto, opinioni e preferenze. Ma non rinuncia a ribadire i Valori, dai quali una buona politica non può prescindere, ed ad invitare i cristiani a tenerne conto e a scegliere chi meglio e maggiormente s'impegna a tutelarli. C'è linearità nella prolusione del card. Ruini e nel testo congiunto della Cei: se "la Chiesa non si schiera", reciprocità vuole che i candidati evitino di cedere alla "tentazione di presentarsi come gli unici e più corretti interpreti della sua dottrina sociale" e dei suoi princìpi. E se è legittima la libertà politica del credente, è tuttavia suo dovere difendere "il primato e la centralità della persona", tutelare "la vita umana …, con particolare attenzione alle tematiche della bioetica", avere a cuore "la salute delle persone e la salvaguardia dell'ambiente e della natura", promuovere "a livello giuridico, fiscale, educativo ed assistenziale la famiglia fondata sul matrimonio e non assimilabile ad altre forme di convivenza".

La Chiesa chiede coerenza: la libertà delle scelte comporta anche la "realizzazione piena e concreta della parità scolastica"; significa soppesare criticamente i rimedi individuati per risolvere "i problemi del lavoro e dell'occupazione, della giustizia sociale e dell'efficienza del sistema economico e produttivo", ed attribuire la giusta attenzione "alle fasce più deboli della popolazione e allo sviluppo delle aree meno favorite". Ed anche capire che, se si vuole arrivare a risultati concreti, occorre effettuare una riforma dello Stato "in vista di una più effettiva governabilità del Paese", credere nell'unità europea senza però rinnegare "l'originale patrimonio culturale, civile e morale" d'Italia, e non trincerarsi dietro l'indifferenza e l'assenteismo.

Ingerenza nella laicità dello Stato? Non credo. Che il Vaticano abbia in Italia poteri che non ha altrove è innegabile ma tutt'altro che recente. Li ha perché ha saputo conquistarseli – a volte meritarseli – attraverso i secoli, con il pragmatismo politico e con l'indiscutibile forza che gli veniva, in determinati momenti di crisi dello Stato, dall'essere l'unica Istituzione radicata ed organizzata. Li ha soprattutto perché gli sono stati ufficialmente riconosciuti non tanto con la firma del Concordato, quanto con il valore di legge suprema che ad esso è stato conferito dalla Costituente: il Trattato firmato dall'omologo di Sodano, Gasparri, e da Mussolini dava alla Santa Sede il privilegio d'interagire con le leggi italiane (l'esempio più eclatante è quello del matrimonio religioso con valenza civile); l'averlo elevato (e conservato) a norma costituzionale ha imposto ed impone alle Istituzioni statali un'osservanza che non può venir meno solo perché non esiste più un unico "scudo" di cattolici. E che non può variare, in più o in meno, in funzione delle momentanee convenienze, magari solo elettorali, e della sintonia su un determinato aspetto della vita pubblica.

Il Vaticano riconosce ai cattolici la libertà di opinione politica ma non rinuncia al rispetto del Concordato che la diaspora, visibile nella frantumazione in sei sigle della vecchia Dc, può inficiare. Per questo, con il card. Sodano, la Chiesa non ha accettato "regali a scatola chiusa" e ha chiesto di sapere in quale programma di Governo c'è maggiore protezione dei suoi principi e più tutela di quei Valori fondamentali di cui è depositaria, lasciando ai diretti interessati, i leader delle coalizioni e dei partiti, decidere se accettare o meno le sue richieste, se mantenere o meno il Concordato, se impostare o meno su questo aspetto la campagna elettorale. E per questo la Cei e Ruini non esprimono giudizi ma insistono sulla "coerenza delle scelte", nulla togliendo alla politica "che rimane fondamentale per il perseguimento del bene comune ma richiede l'attenzione e la convinta partecipazione di ogni cittadino".
Il quale esprimerà il parere finale con il voto. E questa è democrazia, non "pericolo di estinzione dello Stato laico".

Egidio Todeschini