Il “tutti a casa” di Berlusconi

Lo scontro tra due modi di concepire lo Stato. Anche i record italiani sono due: tasse e debito pubblico tra i più alti del mondo.     

 Ci ho riflettuto prima di decidermi ad affrontare un argomento che mi rimane difficile dal punto di vista economico e che, sotto il profilo politico, esula dal mio ruolo. A convincermi c’è stato da una parte l’impegno preso con me stesso di limitarmi ad “esporre” senza schierarmi, dall’altra la convinzione che, per meglio comprendere le polemiche sorte intorno al promesso taglio fiscale, occorra rifarsi agli esempi stranieri, alla nostra esperienza passata e ai diversi modi di concepire il ruolo dello Stato. 
    Ora il problema sembra risolto, avendo il Governo trovato, pare, i “fondi” per mantenere la promessa ed avendo gli alleati di Berlusconi acconsentito ad un accomodamento, anche se resta il rischio della votazione parlamentare. Rimane però da capire perché si sia arrivati ad uno scontro così violento in seno alla coalizione governativa. Partendo da alcune premesse, necessarie per comprendere i contrasti sorti nella maggioranza, per ridimensionare il richiamo al Trattato di Maastricht (a violare il quale, secondo alcuni, si esporrebbe l’Italia all’ennesima brutta figura di chi non sa mantenere i patti) e per correggere alcuni giudizi. 
  Non devono stupire i dissidi sorti nella Casa delle Libertà: in essa troviamo, come del resto nel centrosinistra, partiti e personaggi che si portano dietro una cultura o una tradizione politica, derivanti, l’una e l’altra, da differenti concezioni della funzione pubblica, più liberale (e riformista) per qualcuno, più statalista per altri. E non deve scandalizzare più di tanto l’eventuale infrazione al Patto di stabilità che, già da due o tre anni, altri Stati (Francia e Germania in particolare) hanno aggirato. Non è un caso se Prodi, da Presidente della Commissione Europea, definì “stupido” il Trattato (in realtà è solo poco elastico) e se oggi Barroso si dichiara disposto a riesaminarne la flessibilità. 
  Né convincono del tutto i rilievi relativi al “ritardo” con cui il Premier intende onorare la promessa elettorale sulle tasse. E’ vero, un ritardo c’è stato. Se guardiamo a Usa, Spagna ed Irlanda, per esempio, ci accorgiamo che la riduzione fiscale è stata tra i primi atti compiuti dai rispettivi titolari del potere, una volta vinte le elezioni. Con due differenze sostanziali. Che tali provvedimenti risalgono a prima dell’11 settembre, quando l’attacco alle Torri Gemelle non aveva sconvolto l’economia mondiale e l’Europa viveva un periodo di vacche grasse. E che nei suddetti Stati prevale, o almeno non è oltremodo osteggiata, una concezione liberale.   
  A proposito poi della minaccia di elezioni anticipate lanciata dal Presidente del Consiglio: è vero che il “o così o tutti a casa” può sembrare condizionato dalla soggezione berlusconiana ai sondaggi, per capovolgere i quali fa appello ai più elementari desideri popolari. Ma è soprattutto vero che, per Costituzione, è il Capo del Governo a dirigerne “la politica generale”. Scrive Sergio Romano sul Corriere del 24 scorso: “Se la coalizione, dopo le promesse fatte nel 2001, non gli permette di tener fede all’impegno, ha il diritto di chiedere un nuovo mandato. Non è populismo, non è demagogia, è semplicemente democrazia. Di quel tipo che la partitocratrica e consociativa Prima Repubblica non ha mai rispettato”.
  Arriviamo così al nocciolo della questione: influenza del passato, e concezione del ruolo dello Stato. Fino alla caduta del Muro di Berlino e dell’Urss, l’Italia ha vissuto una democrazia limitata perché senza alternanza. Non c’era scelta, o la Democrazia Cristiana , con i suoi meriti e limiti, o il rischio di sovietizzazione del Paese. Il popolo votava ma non contava, le percentuali di suffragi dei singoli partiti cambiavano di poco, poi imperavano il Manuale Cencelli (“tanto a me, tanto a te”), gli accordi sotto banco ed il rituale del “io ti do, tu mi dai”. Coltivare il proprio “orticello” elettorale era dunque inevitabile, perché ciò modificava la “quota” del Cencelli, il peso del “ti do per avere” ed il potere di questo o di quel personaggio politico. E’ tale retaggio a gravare sull’An di Fini e sull’Udc di Follini, partiti dal nome nuovo ma di vecchia presenza.
  I quali hanno ereditato anche una concezione “sociale” dello Stato, quella che parla in nome della “solidarietà”; che ritiene suo compito stabilire regole, rispettare il concetto di “uguaglianza”, distribuire ricchezza, offrire protezioni e rovesciare il rapporto, non lo Stato al servizio dei cittadini, ma i cittadini al servizio dello Stato. Concezione legittima, intendiamoci. Ma che ha portato in Italia ad un peso fiscale che è tra i più alti del mondo (un esempio: circa il 46% del reddito individuale contro il 30% di quello svizzero); che ha alimentato la corruzione e anche la convinzione popolare di aver diritto alla manna che cade dall’alto; che ha ridotto, se non addirittura abolito, la meritocrazia; che non ha risolto, in fondo, i problemi del Paese, dallo scarso sviluppo del Sud alla modernizzazione dei servizi e delle infrastrutture. 
  Berlusconi e Forza Italia sono portatori di una cultura diversa. Di uno Stato meno invadente, che non distribuisce a pioggia, favorendo parassitismo e burocrazia. E’ convinto, il Premier, che più soldi in tasca, ai privati e alle imprese, significa più sviluppo, più consumi, più iniziative, più benessere. Soprattutto meno sprechi pubblici. Ed è persuaso che se, cito, “su di noi pesa uno dei debiti pubblici più alti del mondo, la colpa è di chi ha governato dimenticando il mandato elettorale”. Possiamo non essere d’accordo. Ma non negare che sia coerente con se stesso.  
        
27.11.2004                                                                                                                                            Egidio Todeschini