Il Papa in Turchia, il valore dei gesti

Prestigiosa visita di cortesia. Le autonomie dei Patriarcati ortodossi e il nazionalismo turco però non danno adito a molte speranze

 

 Abbiamo tirato un sospiro di sollievo quando Benedetto XVI è rientrato dal suo viaggio pastorale in Turchia. Indubbio, era stato messo in atto ogni sistema di protezione. Non solo: la manifestazione della domenica precedente, prevista contro “il propugnatore della nuova crociata” ed organizzata dagli integralisti islamici, era praticamente fallita. E, prima della sua partenza, si era saputo che, per Erdogan, il Papa si era trasformato da “personaggio imbarazzante” a “ospite gradito” sul quale puntare per avere un illustre aiuto per l’annessione all’Unione Europea.

Tuttavia il rischio di un attentato rimaneva; bastava che un fanatico sbucasse all’improvviso e che tentasse di rispondere con una pallottola alla presunta offesa a Maometto nel corso della lezione tenuta a Ratisbona dal teologo Ratzinger. In fondo, le proteste per le sue parole erano partite proprio dall’agenzia turca Dyanet e proprio in Turchia si è dato alla stampa ed è facilmente reperibile il libro dal terrificante titolo: “Attentato al Papa: chi ucciderà Benedetto XVI ad Istanbul?”.

Senza contare che siedono nel Governo alcuni fondamentalisti; che già negli anni 30, cioè all’esordio del nuovo Stato laico voluto da Kemal Ataturk, fu promulgata una legge che imponeva al Patriarcato ortodosso di lasciare il Paese, qualora i cristiani fossero scesi sotto una certa cifra; che è recentissimo il feroce assassinio di don Andrea Santoro.

La paura c’era e si registrava anche in Vaticano; ma il Pontefice, ubbidiente al Signore che mandò i suoi apostoli “come pecore in mezzo ai lupi”, non ha voluto rinunciare, pur di portare un messaggio d’amore e di pace, ad un viaggio che si annunciava difficile e pericoloso. E’ finito bene e lo stesso Papa, nell’udienza pubblica del 6 dicembre, ne ha ringraziato il buon Dio. Resta da chiedersi se è stato veramente proficuo o se va considerato soltanto come una prestigiosa visita di cortesia.

Per avere una risposta sarà bene riferirci alla Storia, antica e recente. Sia per attribuire il giusto valore all’accordo firmato con Bartolomeo I, sia per valutare l’effettiva influenza delle parole del Papa sulle decisioni dell’Ue nei confronti della Turchia, nonché sull’adeguamento della popolazione e del Governo turco alle richieste di Bruxelles e alla necessità di approfondire il dialogo tra cristiani ed islamici.

Cosa ci dice la Storia riguardo al Patriarcato d’Istanbul? Quel tanto che basta per capire che i cordialissimi rapporti intercorsi tra il Papa ed il Patriarca sono solo un passo in avanti nel tentativo di sanare lo scisma tra Cattolicesimo ed Ortodossia, che data dal 1054. Sforzo in corso da secoli ma ancora senza risultati decisivi. Inutile, a tal fine, il IV Concilio di Firenze, tenutosi nel 1439, che si concluse con la firma di un “decreto di riunione” che, invece di riunire, provocò il “linciaggio dei traditori” che lo avevano sottoscritto e la rivolta dell’Oriente.

Fruttuoso pure l’abbraccio tra Paolo VI ed Atenagora che, nel 1965, revocarono le reciproche scomuniche; un’indubbia prova di buona volontà che, però, non sanò la divisione tra le due fedi cristiane. Amichevole anche l’incontro con Giovanni Paolo II, che non valse ad aprirgli le porte del Patriarcato di Russia. Probabilmente non le aprirà neppure ora a Benedetto XVI, stanti i cattivi rapporti tra i due patriarchi, il russo Alessio II ed il turco Bartolomeo. Tenuto conto, tra l’altro, che quest’ultimo guida una minoranza di cristiani in una terra in prevalenza islamica, mentre il primo regge una comunità religiosa egemone nel suo vasto Paese. 

In effetti, il Patriarca di Costantinopoli gode sì di un innegabile primato d’onore che gli viene dalle vicende storiche ma non ha nessuna autorità pastorale sui colleghi degli altri Stati, ciascuno dei quali è a capo di una “Chiesa autocefala”, cioè indipendente. Le Chiese ortodosse non hanno un sistema piramidale, come il Cattolicesimo: ogni accordo riguarda solo il patriarca che lo ha firmato, e i suoi fedeli possono perfino non accettarlo, come del resto è già accaduto. Il che non significa che sia inutile, perché può diventare l’esempio trainante e finalmente portare all’unità. Ci si arriverà, ma la strada è ancora lunga.

Per quanto riguarda il peso politico della visita papale in Turchia, possiamo soltanto costatare che il Pontefice non solo ha smentito il cardinale Ratzinger, a suo tempo contrario all’ammissione del Paese musulmano nell’Unione Europea, ma ha finito con il fare del Vaticano, se non l’unico, quanto meno uno dei pochi Stati d’Europa favorevoli a ciò. Le ultime cronache provenienti da Bruxelles parlano chiaro: c’è un congelamento della pratica il cui proscioglimento avverrà tra due anni circa, dopo una nuova indagine della Commissione europea sul posto, per verificare se la Turchia si sia adeguata alle norme imposte per l’inclusione.

Che però contrastano con lo spirito nazionalistico e religioso dei Turchi, quale è venuto incrementandosi nel tempo. Che infiamma circa 70 milioni di musulmani, “laici” quanto vogliamo ma ancora contrari a riconoscere l’eccidio dei “cristiani” Armeni; aperti al nuovo ma sempre ostili nei confronti della greca Cipro; desiderosi d’Europa ma tuttora con una legge statale che prevede la pena di morte. Certo, da quando si mossero dall’Asia per conquistare nuovi territori in Occidente, hanno dimostrato una grande capacità di far proprie le culture che incontravano, fino a sostituire la scrittura araba con l’alfabeto latino. Ma al sentimento che lega indissolubilmente nazione e fede non hanno mai rinunciato.

Forse è la consapevolezza di tale realtà a far auspicare a Benedetto XVI, dopo il suo ritorno a Roma, la speranza che il suo viaggio “possa contribuire ad approfondire il dialogo e la collaborazione tra cristiani e musulmani”. Come dire: una speranza, non la certezza.             

Egidio Todeschini

11.12.2006