Quel
pasticcio della legge Tremaglia
Le incongruenze sono tante e hanno dato origine a molti
imbrogli elettorali. Ora finalmente si possono elencare
Le ultime notizie, relative ai risultati del voto degli
Italiani all’estero, risalgono a circa due settimane fa, quando alcuni
quotidiani e qualche telegiornale comunicarono che la Procura di Roma,
competente per le votazioni svolte fuori dai confini nazionali, aveva
accolto l’esposto presentato da tre eurodeputati del centrodestra
(Tajani, Antoniozzi e Zappalà) e di conseguenza “aperto un fascicolo”
per fare luce su alcune irregolarità che avrebbero - il condizionale
s’impone per correttezza - caratterizzato la distribuzione, la
compilazione, l’invio in Italia e lo spoglio delle schede elettorali
pervenute dai cinque Collegi esteri.
Non che ci sia da aspettarsi
granché da tale indagine della Magistratura. Infatti, essendo ormai
stati proclamati gli eletti, l’ultima parola spetta ora alla Giunta per
le elezioni di Camera e Senato, quando sarà istituita. E passerà del
tempo. La quale Giunta deve prima dare il via libera alla Procura perché
proceda negli accertamenti e non è affatto detto che lo dia, non fosse
altro perché la coalizione vincente ha la maggioranza a Palazzo Madama
solo grazie a tre senatori eletti all’estero.
Ipotizziamo, comunque, che
autorizzi. Non cambierà nulla. Perché, anche ammesso che i giudici
accertino brogli o inesattezze nello spoglio delle schede e che, quindi,
il tal deputato o il tal senatore usurpi un posto che non gli compete,
spetta ancora alla Giunta per le elezioni decidere se “liquidarlo” e
sostituirlo con chi ha veramente vinto le elezioni. Il che equivale ad
ammettere il dolo e l’imbroglio. Infatti non è mai successo!
Sta di fatto che sulla
questione è calato il silenzio, se si escludono le poche righe dedicate
al tira e molla di quel neo senatore eletto, per l’Unione di Prodi, nel
collegio sudamericano, il quale non sa ancora decidersi se restare nella
risicata maggioranza senatoriale del centrosinistra o passare
all’opposizione. Un silenzio che non stupisce più di tanto: fa parte di
quella disinformazione in materia, dalla nostra stampa propinata, per
interesse o per indifferenza, ai connazionali in Patria. Che, quindi,
hanno sempre saputo poco e nulla della legge Tremaglia, di come funziona
e di cosa comporta in termini d’incidenza politica e di costo.
Parliamone noi, allora, di
questo voto all’estero che ha mostrato inequivocabilmente i suoi limiti
e tutte le sue incongruenze. Fino al 9 aprile scorso era pressoché
impossibile criticarla, la succitata “Tremaglia” (al ministro peraltro
rendiamo gli onori che gli spettano, ma solo per la costanza con la
quale ha combattuto per fare arrivare in porto la normativa), senza
incorrere nelle solite accuse di disfattismo, di scarso senso di
democraticità, perfino di nessun rispetto per gli Italiani espatriati.
Ora i fatti ci sono e i
presunti rischi di brogli e di violazione del segreto elettorale si sono
rivelati reali e diffusi: si parla di schede consegnate non ai diretti
interessati, bensì agli stessi candidati. Di schede disperse (35.000
solo in Svizzera); di altre mai arrivate agli elettori, o perché non
spedite o perché sottratte. Di plichi consolari che contenevano anche il
materiale propagandistico dell’Unione. Di “urne” con schede votate
gettate nei boschi (in Germania); di voti espressi, come molti elettori
hanno ammesso, “per il o i familiari assenti”. Possiamo, quindi,
permetterci di elencare difetti, assurdità ed incoerenze della legge
Tremaglia. Negli scarsi programmi elettorali di chi si è candidato
all’estero tali insensatezze della legge non sono state per nulla prese
in considerazione. E pour cause! Però ci sono. Incominciamo dal
voto per corrispondenza.
Vero, molti Paesi occidentali,
Svizzera compresa, lo hanno adottato. Tuttavia, là dove è in vigore,
nessuna norma costituzionale prescrive, come da noi, che esso sia
“personale … e segreto” (art. 48). Dove vanno a finire questi requisiti
se il padre può votare per il figlio, il marito per la moglie? O se un
candidato può in qualche maniera “ricattare” colui della scheda del
quale si è impadronito?
Non solo. Molti tra gli Stati
che concedono il voto per corrispondenza (l’Inghilterra, per esempio)
pongono un limite massimo di espatrio, oltre al quale non si ha più il
diritto di partecipare alle elezioni. La legge Tremaglia consente di
votare anche a chi, di terza o quarta generazione, magari non è mai
andato in Italia, non ne segue le vicende politiche o conosce a mala
pena l’Italiano, ancor meno la Costituzione: come fa costui a stabilire,
con oculatezza e non solo per ideologia o per influenza esterna, cosa
sia meglio per il Governo del nostro Paese? E come farà, a giugno, a
decidere, mediante referendum, se la riforma costituzionale approvata
dalla maggioranza uscente sia valida o meno?
Ma c’è di più: siamo l’unico
Paese al mondo a riconoscere agli emigrati il diritto di essere elettori
attivi e passivi, cioè di eleggere e di essere eletti. In Collegi, tra
l’altro, vasti quanto interi Continenti. Non bastasse, sulle schede
appare una pletora di simboli partitici non sempre facilmente
riconoscibili e non tutti corrispondenti a quelli presentati in Italia.
Come si fa a sapere se è più idoneo a rappresentarci Tizio o Caio, se
non li conosciamo neppure per sentito nominare? E come si fa a dare un
voto cosciente e ponderato, soprattutto segreto, se si è obbligati a
chiedere delucidazioni a chi ne sa di più o è solo politicamente più
orientato?
Ammettiamolo: la legge
Tremaglia è sicuramente anticostituzionale. Ed anche eccessivamente
onerosa per le finanze dello Stato. Che dovrà pagare, ai 12 deputati e
ai 6 senatori eletti all’estero, oltre alle già laute retribuzioni
previste per i parlamentari, il costo settimanale dei viaggi (aerei,
soprattutto) di andata e ritorno dal Paese di residenza abituale a Roma.
Non è un caso se nel centrosinistra si parla già, pur di garantirsi una
maggioranza altrimenti a rischio, di “pagare loro una casa nella
Capitale”. O se lo stesso Tremaglia invita a modificare il calendario
delle Camere, 15 giorni di lavoro e 15 di chiusura, onde ridurre il via
vai settimanale. In ogni caso a pagare è Pantalone. Alias il
contribuente italiano.
Egidio Todeschini
1.5.2006