Le tante tragedie del mondo moderno

In tanti Paesi regnano la fame, la guerra ed il dolore. L’Occidente sembra rendersene conto solo quando rischia di restarne coinvolto  

 

 In che mondo viviamo? E’ questa la domanda che sento spesso da chi segue, sui giornali o alla Tv, le cronache internazionali. Ci si trova di tutto, infatti: dai continui attentati in Iraq al test atomico della Corea del Nord; dalle sanguinarie contese tra Somalia ed Etiopia alla guerra civile nel Darfur; dalla virulenta ripresa degli attacchi talebani in Afghanistan alle ricorrenti violenze che sconvolgono la Cecenia; dalle spacconate iraniane contro Israele alle ripetute minacce di morte al Pontefice.

Quando non è l’uomo ad opprimere ed uccidere, ci pensa la Natura “matrigna”: inondazioni, siccità, terremoti e maremoti mettono a rischio la vita di milioni di persone, già afflitte da mancanza di cibo, di lavoro, di casa. L’ultimo rapporto Fao in merito è impressionante: "Le prospettive per la produzione cerealicola mondiale del 2006 sono peggiorate rispetto alle ultime previsioni…anche a causa dell'enorme numero di sfollati e di rifugiati”. Ne consegue che almeno “quaranta paesi stanno affrontando emergenze alimentari e hanno bisogno di aiuti internazionali”.

Diamo pure alla Natura la colpa. Ma quanto incidono, sulla carenza di raccolti, sulla miseria delle popolazioni e sulle perenni minacce di morte, la mano e l’ingordigia dell’uomo? Se le guerre civili e le lotte intestine sono imputabili a feroci despoti e alla corruzione dei governanti, come debellare il fanatismo religioso e quelle tradizioni culturali che sanno più di Medio Evo che non di globalizzazione? Cosa può fare, per mettere un freno a tale follia umana, la gente comune la cui partecipazione sembra, a volte, limitarsi alla domanda: in che mondo viviamo? Difficile dirlo. 

Viviamo in un mondo assurdo, non facile da capire, ma non nuovo: da sempre, il tiranno si serve della religione o dell’ideologia per mascherare il proprio sfrenato desiderio di potenza. E da sempre, nei momenti estremi della vita, i popoli hanno visto, nel credo religioso o politico, il miraggio di un futuro migliore. Dice Boris Pasternak: "L’uomo non libero idealizza sempre la propria schiavitù".

Solo così si spiega la gioia che sprizzava dal viso della speaker nordcoreana quando annunciava ai suoi connazionali l’avvenuto esperimento nucleare voluto dal dittatore Kim Jong, quasi non si rendesse conto del rischio che ciò comporta. E solo così si comprende la calorosa spontaneità degli applausi che, a giudicare dalle immagini trasmesse per l’occasione, la popolazione della Corea del Nord dedica da sempre a chi la priva quotidianamente e drammaticamente di tutte le libertà. 

Geri Morellini, autore del “Dossier Corea. Viaggio nel regime più isolato del Mondo”, dice che “la gente crede di vivere in un paradiso terrestre, solo perché non ha la possibilità di confronti con l’estero e solo perché la propaganda del regime lo fa credere”. E ancora Morellini: “E’ un paese sigillato, e la totale chiusura mediatica è l’elemento più sconvolgente. La tv, da più di 50 anni, mostra del mondo soltanto immagini di guerre e tragedie; per questo la popolazione si è convinta che la Corea del Nord sia l’unico luogo pacifico della terra”.

Pacifico ma non felice, se 200.000 nordcoreani subiscono annualmente, nei campi di concentramento, punizioni e violenze d’ogni tipo. Se in un triennio ne sono morti di fame un milione e mezzo, mentre milioni di dollari erano spesi in tecnologia militare. Se “ogni anno 300.000 disperati sfidano le pallottole delle guardie di confine cinesi e nordcoreane pur di scambiare le certezze di una vita da ergastolani con gl’incubi di un futuro da clandestini” (da “Viaggio in Corea del Nord” di Sergio Ramazzotti).

Non può essere un paradiso un Paese ove manca la possibilità di muoversi liberamente; ove vige un sistema di spionaggio capillare; ove parlare con uno straniero è reato punito con il carcere; nel quale i bambini hanno il ventre gonfio di chi non mangia regolarmente. Crederlo,  forse, aiuta a sopportare. Più grave ignorarne la tragedia, come l’Occidente ha fatto per decenni. 

Oggi il problema Corea, come quello del Libano, dell’Iran e dell’Iraq, è all’ordine del giorno e mette in crisi le Istituzioni, incerte e spesso antagoniste sul da farsi. Anche l’Organizzazione mondiale per eccellenza, l’Onu, ha i suoi contrasti interni, in merito, e c’è solo da augurarsi che il nuovo Segretario Generale, il sudcoreano Ban Ki-moon che entrerà in carica il 1° gennaio 2007, tenga fede alla sua fama di uomo equilibrato ma anche deciso. Nel frattempo registriamo le opposte reazioni della gente che magari, chiedendosi in che mondo viviamo, pensa più al proprio benessere messo a rischio, che non al dramma di quei popoli. Come spiegare altrimenti l’indifferenza generale che ancora sussiste nei confronti di quella regione del Sudan, il Darfur, benché sconquassato da anni da un conflitto nel quale muoiono 10.000 persone al mese e che ha reso profughi un milione e 800.000 sventurati?

 Nel maggio scorso i belligeranti sudanesi hanno firmato un trattato di pace ma le ostilità continuano e vanno allargandosi al Ciad orientale: il numero di civili in attesa di assistenza umanitaria urgente è passato da 290mila in giugno a 470mila in luglio: a dirlo è Amnesty International che accusa l’Onu di “non fare abbastanza”. E, quel poco che fa, di farlo male, se condiziona ad un OK del Sudan – che non lo dà – l’invio di un contingente di caschi blu. Né vive in condizioni migliori l’Etiopia alla quale la Somalia ha dichiarato la “guerra santa”. O la stessa Somalia, un Paese completamente abbandonato a se stesso in cui le corti islamiche si combattono da ormai 16 anni. Eppure continuiamo, per ora, a disinteressarcene, per inerzia o per egoismo. E viene da chiedersi che mondo sia quello nostro in cui viviamo.

Egidio Todeschini

 

 

20.10.2006