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Il
dovere della lotta al terrorismo
I
vaniloqui dei pacifisti non bastano: ci vogliono fermezza, rispetto
delle regole e strategie comuni. La
difesa della nostra civiltà
Non
ci fossero altre foto sulle torture americane nel carcere irakeno di Abu
Ghraib, basterebbe, per far gridare allo scandalo e alla vergogna,
quella della soldatessa che tira al guinzaglio un prigioniero nudo.
Perché essa tradisce, da una parte l'affronto alla persona della quale
si offendono la dignità umana ed i valori religiosi, dall'altra
la stoltezza che spinge a mettersi in posa, quasi che umiliare un uomo e
oltraggiarne la fede sia atto meritevole di imperitura memoria. Non ci
sono parole per qualificare il fatto, e non ci sono "ordini dall'alto"
che lo giustifichino.
Questa e le altre immagini delle torture aggravano, nel
momento meno opportuno, una situazione già sufficientemente
critica e dalla quale non si vede per ora via di uscita: se il ritiro
dall’Iraq è sinonimo di guerra civile e di caos, il restarci
sembra alimentare l’integralismo. Forse l’unica soluzione sta nella
correzione degli errori fin qui compiuti e nella perseveranza dell'Occidente
unito nel contrastare un terrorismo che si avvale di motivazioni
religiose per giungere ad un potere politico-economico, a fare le spese
del quale saremo tutti noi. In effetti gli errori sono stati tanti, ma
non tutti imputabili solo all'Amministrazione americana. La quale ha
vinto la guerra contro Saddam ma non ha saputo gestire il dopoguerra,
forse perché non ha capito le motivazioni profonde che hanno spinto il
popolo irakeno a passare, dall'esultanza per essere stati liberati da un'odiosa
e sanguinaria tirannia, alla ribellione ad un'ingerenza sentita come
occupazione del territorio e violazione dei loro sentimenti, anche, ma
non solo, nazionalistici.
Ma ha sbagliato anche l'Europa che ha trasmesso ad Al Qaeda e
agli altri
gruppi del terrore fondamentalista l'immagine di una profonda disunità
e di un pacifismo cieco ed egoista che si aggrappa alla retorica dell’
intervento salvifico dell'Onu, quasi non sapesse che le Nazioni Unite
non hanno mezzi militari propri e che, a dispetto della Dichiarazione
sui Diritti dell'Uomo, annoverano tra i membri anche Stati che i diritti
dell'uomo, da sempre, calpestano. Del pacifismo alla Agnoletto, sempre
pronto a scendere in piazza per bruciare la bandiera a stelle e strisce
ma mai per condannare chi fa saltare uno scuolabus, con il suo carico di
ragazzini, o una sinagoga. Né è più convincente il
pacifismo alla Diliberto che sanziona le torture americane ma dimentica,
anzi osanna Castro, le sue prigioni e i suoi mezzi coercitivi, morte
compresa, per far fuori i dissidenti. O quello alla Bertinotti che
spreca tante parole sul "dialogo", sul "tutti a casa,
senza se e senza ma" in nome dello "orrore" per ogni
conflitto, quasi ignorasse il caos e la guerra civile che
insanguinerebbe l'Iraq ed altri Paesi arabi, qualora il terrorismo
vincesse. O il pacifismo di chi, più per quieto vivere che per
raziocinio, s'illude che, ad abbandonare il campo e a lasciare che
"quelli se la sbrighino da soli", si fermino i kamikaze e
relativi attacchi a tradimento. L'11 settembre c'è stato prima
della dichiarazione di guerra ai Talebani e all'Irak.
Il ripugnante ricorso a mezzi di tortura per strappare
confessioni ai prigionieri, altrimenti "altezzosi e non
collaborativi", è più deleterio di una battaglia
persa. Perché rinfocola gli odi ed alimenta il fanatismo di chi, in
quella violenza fisica e psicologica, vede – giustamente – un'umiliazione
della persona ma soprattutto un'offesa alle proprie convinzioni di fede.
Una volta detto questo, bisogna però far notare con forza
che le democrazie, per la capacità che hanno di denunciare e di
correggere i propri errori, restano incomparabilmente migliori delle
tirannie. E che quella occidentale e americana in particolare non siano
democrazie fasulle lo dimostra il fatto che la denuncia delle torture
è stata fatta prima dalla stampa americana; che a trasmetterne le
foto è stato un soldato americano insofferente a tale bestialità;
che il rinvio ad un giusto processo "pubblico" dei
responsabili è partito dalle Istituzioni americane; che lo stesso
presidente degli Stati Uniti ha chiesto scusa ad una televisione araba;
che tutto il mondo occidentale ha stigmatizzato e deplorato il fatto. E
lo ha fatto non solo per le conseguenze negative che può avere ma
soprattutto per intima convinzione che la brutalità non paga e
che la nostra civiltà non può abbassarsi, per nessun
motivo, allo stesso infame livello di quella disumanità
integralista che consente di assassinare i civili e gli innocenti, di
lapidarli senza motivo, di impalare ed ardere vivi gli "infedeli",
di offrire "come schiave" le eventuali soldatesse fatte
prigioniere, di remunerare a peso d'oro chi ammazza un "nemico",
di fare strazio dei cadaveri e di esultare della loro esposizione.
Ma è civiltà, la nostra, che non deve neanche
accettare di arrendersi senza combattere. Le nostre leggi troppo
garantiste non permettono,
non dico di condannare, ma neppure di mettere in galera chicchessia
senza prove sicure. Quanti sanno che, se gli autori del massacro di New
York fossero stati fermati prima dell'attentato, non sarebbero rimasti
agli arresti più di 24 ore? Perché non avevano armi, tranne un
coltellino. E perché l'avere eventualmente in tasca il testo del
giuramento del kamikaze non prova che l’abbiano fatto o che intendano
farlo.
Il
punto morto davanti al quale ora ci troviamo impone un nuovo patto tra
le potenze occidentali, stilato in base alla persuasione di appartenere
ad una comunità unificata da quegli stessi valori che Bin Laden,
o chi per lui, vorrebbe distruggere. Un patto che impegni a strategie
concordate e, soprattutto, alla difesa ad oltranza della nostra civiltà.
Egidio Todeschini
14.5.2004
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