Pasqua: aperte le porte della speranza

L’indignazione per l’assassinio di Tommy e il commosso tributo alla memoria di Papa Giovanni Paolo II lo dimostrano 

 

 

L’annuncio del ritrovamento del corpicino senza vita del piccolo Tommaso è stato, per tutti, un colpo a sorpresa; di quelli che inaspriscono gli animi, mettono l’angoscia nel cuore e suscitano sentimenti di orrore, di sgomento e di sdegno. Lo avevamo sentito tutti come nostro, quel bimbetto che le foto mostravano sempre sorridente. Per un mese, suggestionati anche dalle parole di chi seguiva le indagini, ci eravamo illusi che il piccino fosse ancora vivo. Affranto, terrorizzato, triste, ma vivo.

Non potevamo credere che si potesse strappare per sempre all’affetto dei genitori e del fratello, alla serenità della famiglia, ai giochi quotidiani un esserino inerme e per di più malato. E non abbiamo smesso, nonostante le esperienze precedenti – non dimentichiamoci che, a distanza di un anno e mezzo, non si sa ancora niente della povera Denise, sparita nel nulla in quel di Sicilia - di sperare che, nonostante la loro bramosia di soldi facili, i rapitori avessero quel minimo di sensibilità e di coscienza che, impedendo loro di infierire, avrebbe suggerito di restituirlo, sano e salvo, ai suoi cari.    

Purtroppo non è stato così. E l’indignazione per un’azione tanto abietta ha fatto subito auspicare per i colpevoli una punizione immediata, dura, esemplare. Non è un caso che alla triste notizia abbia fatto immediatamente seguito il coro di chi chiede o l’ergastolo, “con la chiave della cella buttata in mare”, o, addirittura, il ripristino della pena di morte. E’ reazione comprensibile, per reati così infami. Com’è comprensibile che qualcuno, davanti a tanta efferatezza (aggravata anche dall’ipocrisia di uno dei criminali, già reo di stupro di una minorenne) e a tutte le crudeltà e le barbarie che l’uomo quotidianamente firma nel mondo, sia portato a perdere la fiducia nel prossimo e a chiudere la porta della speranza.
   Eppure questo “qualcuno” sbaglia. C’è sempre stato e sempre ci sarà il delinquente senza scrupoli e senza coscienza, disumano fino all’incredibile. Ma, per quanto tragici e condannabili, i loro crimini restano fatti sporadici, anche se, per effetto della stampa e della televisione, possono sembrare tanto frequenti da far pensare ad un generale imbarbarimento della nostra umanità. E alla perdita, ormai quasi totale, di quella cultura cristiana dalla quale apprendiamo la sacralità della vita ed il rispetto per l’essere vivente.

Certo, molte volte confondiamo il concetto di modernità con la convinzione di essere assolutamente liberi di fare quello che più ci fa comodo, per esempio abortire, come se il figlio che il buon Dio ci ha inviato, solo perché non è ancora nato e non sorride, non sia anch’egli essere vivente da amare e rispettare. E troppe volte, sopraffatti dalla tendenza al consumismo e al materialismo, rischiamo di dare più importanza all’oggetto “firmato” che dà prestigio che non al piacere di essere apprezzati per quello che siamo, non per ciò che abbiamo. 

Tuttavia basta guardarsi attorno per accorgersi che sappiamo ancora cosa significhino carità e fede. Basta registrare lo sdegno, l’angoscia, la partecipazione al dolore dei genitori di Tommaso per rendersi conto che, a dispetto delle apparenze, siamo ancora in grado di aprire, come ci consigliava Giovanni Paolo II, le porte alla speranza e a Cristo. Di far ricorso alla preghiera, per mitigare il dolore, per trovare serenità d’animo, per riconquistare l’orgoglio di essere uomini capaci di amare, non bestie ubbidienti all’istinto. Di dare una mano al prossimo, se ne ha bisogno.

Basta cogliere, nell’incredibile coincidenza della dolorosa soluzione del “caso Tommy” con il primo anniversario della morte di Papa Woytila, la differenza, non solo numerica, tra la scelleratezza di pochi criminali e l’adesione dei tanti cristiani all’esempio, all’insegnamento, alla “immensa” eredità spirituale lasciatici dal defunto Pontefice.

Il quale ha saputo attrarre i giovani a sé e, attraverso la sua parola, a Cristo. Con la dignità con cui ha sopportato fino all’ultimo la sofferenza e le infermità ha “resi tutti più attenti al dolore umano”; con il suo apostolato “ha lasciato un segno profondo nella storia della Chiesa e dell’umanità”. Ci ha trasmesso “il coraggio della fede” (tra virgolette le parole con le quali Benedetto XVI ha ricordato il suo predecessore) e la speranza nella Resurrezione. Ed anche la generosità del perdono.

Non c’è dubbio: la folla festosa e colorata che, la sera del 2 aprile, è accorsa a Roma per rendere omaggio alla memoria del Santo Padre che ci ha abbandonati, è la prova evidente che il suo messaggio d’amore e di fratellanza non è andato perso. E se, tra le colonne del Bernini, alle preghiere si sono alternati canti e danze; se hanno sventolato le bandiere di tanti Paesi; se si sono accesi i ceri e sgranate le corone del Rosario, era per rendere un grazie al Papa e al buon Dio che lo ha mandato. E al tenero ricordo di Papa Woytila si univa la drammatica partecipazione al dolore per la fine straziante del piccolo Tommaso.

Quelle orazioni che salivano al cielo, a quel Cristo che ha condiviso la natura umana in tutto, fuorché nel peccato, alla Vergine alla quale Giovanni Paolo II ha sempre confidato dolori e speranze, e al Dio Padre che ci ha tanto amati da volerci redimere, insieme all’indignazione nei confronti dei numerosi Caini del mondo, stavano a dimostrare che il sacrificio di Gesù non è stato vano. E che i cristiani non hanno perso, contrariamente a quanto le pagine nere della cronaca tendono a far credere, né la capacità di amare né la forza di sperare. Magari in un mondo migliore ove i piccoli Tommy, le innocenti Denise e tutti i bambini del pianeta possono continuare a sorridere.     

Egidio Todeschini           

8.4.2006