Violenza giovanile figlia del buonismo

La tragedia di Arezzo e le contestazioni degli ultrà. Tante parole, proposte e polemiche. Ma nessun invito ad un’educazione più severa

 

Si è letto e sentito di tutto ed il contrario di tutto, la settimana scorsa, dopo l’uccisione, da parte di un poliziotto, del giovane Gabriele Sandri e le violente reazioni che ne sono seguite. Sull’episodio, sulle manifestazioni degli ultrà, sulle cause che le hanno determinate, sulle reali o ipotetiche responsabilità del Viminale sono state scritte intere pagine di giornale, scattate centinaia di foto, dedicate lunghe discussioni televisive, espresse decine di opinioni, perfino riportati giudizi pubblicati sui giornali stranieri.

Tanto da trasformare in un enigma di difficile soluzione un fatto doloroso - la morte di un innocente - e i successivi, vergognosi scontri di piazza. Per ora si sa solo, con certezza, che la vittima era un bravo ragazzo, apprezzato e benvoluto; che la rivolta della peggiore tifoseria ha trovato alimento nell’ideologia della guerriglia e nella ribellione alle Forze dell’Ordine, dimenticando o forse ignorando che “i poliziotti sono figli dei poveri”, come disse, nel ’68, Pier Paolo Pasolini, che di destra non era certamente, dopo la battaglia terroristica di Valle Giulia. E che è stata organizzata via Internet, attraverso un rapido e micidiale tam tam sui blog.

Tutto il resto, dalla responsabilità (colposa o meno) del poliziotto che ha sparato alle contraddizioni e ritardi delle Istituzioni, dal perché della scarsa resistenza della Polizia durante i tafferugli romani alle ipotesi di un collegamento fra "ultrà ed estrema destra”, è avvolto nelle nebbie del dubbio, delle discordanze di pareri, delle partigiane prese di posizione, delle incertezze nei riscontri giudiziari. Nebbie che non si sa se e quando si squarceranno, per fare spazio al raggio della verità e del giusto castigo da dare anche agli ultrà, non solo all’agente di Polizia che avrebbe sparato, come qualche testimone attesta, a braccia tese ad altezza d'uomo.

Mi si dirà che anch’io colgo al volo quanto accaduto per farne argomento del mio articolo settimanale. Vero, ma ne scrivo per ribadire la necessità di arrivare quanto prima alla soluzione dei tanti interrogativi che ancora restano. Per rendere giustizia alla famiglia di Gabriele, alla quale va tutta la nostra solidarietà ma anche l’augurio di trovare quanto prima la forza del perdono. Per ridare al calcio, sport preferito dagli Italiani, il suo valore essenziale di gara tra squadre avversarie - non nemiche - alla quale assistere, magari con i figlioletti, senza il timore che lo stadio possa diventare, per colpa di qualche scalmanato, un campo di battaglia. Soprattutto per dire quello che nessuno ha sottolineato: che, a trasformare i giovani in guerriglieri o criminali, concorre la scarsa educazione che ricevono. A scuola, in famiglia, dai politici.

Non si tratta solo di adottare in Italia il sistema Thatcher che, negli anni ottanta, sbaragliò gli hooligans, risanando il calcio inglese; né basta sospendere, come qualcuno reclama, le partite per un periodo di tempo più o meno lungo; neppure aiuta chiedere le dimissioni del Ministro Amato. E neanche è sufficiente arrivare alla verità sulla tragedia accaduta, nella fatidica mattinata di domenica, nelle vicinanze di Arezzo, come richiesto dal Presidente della Camera, quel Bertinotti che, a suo tempo, ha dedicato un’aula di Montecitorio al no global Giuliani, morto a Genova durante il G8, e ne ha fatto eleggere senatrice la madre, ma non si è pronunciato contro le ingiustificate violenze effettuate a Roma, Milano, Bergamo e Taranto.

Rimedi utili e necessari ma che non bastano. Sarà anche vero, come qualcuno ha detto, che “il calcio si é arreso ed anche l’Italia sta alzando le mani”; che “i terroristi, anche questa volta, hanno vinto”; che la legge delle curve “è assoluta e consente di massacrare di botte, accoltellare, sprangare, fare del loro trancio di stadio un feudo inespugnabile” e spinge a “vivere ogni domenica, e tutte le giornate comandate del dio pallone, al di sopra di ogni norma”. Ed è anche certo che, il più delle volte, tali eccessi restano impuniti. Ma è soprattutto indubbio che la violenza non si elimina solo con pene sicure per i colpevoli o con la sospensione del campionato. E neanche con la decisione presa, in seguito alla morte del poliziotto Filippo Raciti (ucciso dopo il derby Catania-Palermo nel febbraio scorso), di tagliare a tutte le tifoserie i fondi elargiti dalle società calcistiche.

Occorre piuttosto rendersi conto che il dramma dell'autogrill, e tutto ciò che ne è seguito, rappresenta solo un caso dell’attuale, forte degrado giovanile che aumenta a dismisura, di cui troviamo esempi nelle bravate di ragazzini teppisti che non hanno remore nel picchiare e ricattare i loro coetanei, pur di fare quei quattro soldi che servono per divertirsi. Quel degrado che cogliamo nel bullismo di studenti che fotografano e trasmettono su Internet atti osceni o provocatori; che ritroviamo nei tanti, troppi episodi di stupro, a volte spinti fino all’assassinio; che le statistiche confermano, quando registrano l’abbassamento dell’età in cui s’incomincia a fare uso di stupefacenti o i tanti incidenti stradali provocati da giovani con la testa annebbiata da alcolici.

C'é qualcosa di più dietro i recenti scontri e nel decadimento dei costumi e della morale giovanile. Un “qualcosa” che si alimenta, in Italia ma anche all’estero, del nichilismo e del relativismo instillato nei ragazzi, ormai convinti che tutto sia lecito, anche la violenza; di avere diritto ad ogni cosa, se piace; di non avere doveri, tranne quello di divertirsi e fare il proprio comodo. Una gioventù che, per analogia con il mondo che la circonda, crede di diventare star scendendo in piazza, dove tutti i comportamenti sono raccontati e filmati; che se la prende con i gendarmi, idealmente identificati sotto l’acronimo Acab («All Cops Are Bastards», tutti i poliziotti sono bastardi), proprio perché questi hanno scelto di sottostare a regole anche dure; di ubbidire agli ordini, anche se non condivisi; di mettere a rischio la vita senza nascondere il viso dietro maschere o cappucci. Certo, la maggioranza dei ragazzi non è così. Ma basta la minoranza di piccoli criminali e di sciocchi terroristi, ai quali i media danno risalto e la Giustizia non dà punizione, per diffondere il degrado.     

Ha ragione il Papa che invita ad educare alla non violenza. Come dire puntare sui principi imprescindibili della disciplina, dell’autorità familiare e scolastica, del giusto castigo, del sacrificio e della rinuncia, se necessari. Principi dimenticati o trascurati da genitori troppo tolleranti, da insegnanti incapaci, da “buonisti” a tutti i costi, da magistrati eccessivamente permissivi. Ma che devono ritornare in vigore, pena la perdita della civiltà.

Egidio Todeschini

16.11.2007