|
Terrorismo: una guerra al buio
Le mire di potere di Al Qaeda e la sfida all'Occidente. Come reagire?
Una resa per paura o per antiamericanismo ci priverebbe della nostra
sovranità popolare
Ero
incerto se riprendere o meno l'argomento, già trattato, del
terrorismo. Per non ripetermi, per non abusare della pazienza dei
lettori, ormai inondati da commenti sul tema, e per non partecipare,
senza volerlo, alle "guerre italo-italiane" (definizione di
Sergio Romano) tra Governo ed opposizione e, in questa, tra riformisti
e massimalisti, con le quali affrontiamo in Italia il problema. Poi ho
pensato che ne valeva la pena, per chiarirci le idee, per analizzare
con buon senso i fatti e correggerne alcune inesattezze interpretative,
spesso ricorrenti.
A far luce sulla
verità c'è il messaggio "Voi amate la vita, noi amiamo la morte"
fatto pervenire all'Occidente dagli affiliati di Al Qaeda dopo la
strage madrilena dell'11 marzo. E c'è il "programma"
strategico che Bin Laden (o chi per lui) ha divulgato ben prima della
guerra all'Iraq e che non lascia dubbi: gli attentati tendono ad
intimidire gli Stati musulmani moderati o filoccidentali e a spezzare
l'alleanza atlantica per meglio arrivare a ricreare il Califfato (che
garantisce potere) e conquistare le ricchezze petrolifere del Golfo.
Messaggio e programma lapidari, minacciosi e terrificanti sui quali è
il caso di riflettere. Esaminiamoli.
Il
primo ammette che, nel mondo musulmano, manca la cultura della vita.
Anche in quello moderato se, pur criticando le stragi (tra gli altri
il palestinese Sari Nusselbeh), non le sanziona mai in nome della
sacralità della persona. Propria e degli altri. E' questo il vero
limite culturale dell'Islam. Una parte del quale può accanirsi contro
militari e civili, cristiani e musulmani, occidentali ed arabi, l'Onu
e
la Croce Rossa
, senza esporsi ad una condanna morale, in nome del Corano, da chi
crede in Allah. Dice niente il "silenzio assordante",
rilevato da Avvenire, dei Paesi islamici anche non ostili, dopo
le bombe di Madrid?
Il secondo
chiarisce che Bin Laden non sta facendo una guerra di religione, anche
se la religione serve ad alimentare il fanatismo di chi teme tra
l’altro il "rischio" di una "occidentalizzazione
" della donna musulmana (non a caso è sotto minaccia anche
la Francia
solo per aver proibito il velo delle allieve nelle scuole). E neppure
di civiltà, benché addìti ai suoi, per farci odiare, il nostro
declino morale (che, dobbiamo riconoscerlo, esiste!). E' invece guerra
di soldi e di potere, contro la democrazia e le libertà acquisite in
Europa e negli Usa. E per vincerla punta sulla paura, sull'antiamericanismo
di vecchia data, sugli antagonismi europei, sui terrorismi nazionali,
sulle nostre indecisioni. E' sfida che non coinvolge solo l'America,
riguarda tutti noi e dovrebbe spingerci ad un patto di sopravvivenza,
non alla resa.
La vittoria di
Zapatero è invece stato un segnale di arrendevolezza. E non è un
caso se il democratico Kerry, avversario di Bush del quale ha
criticato l'attacco unilaterale all'Iraq, ha preso le distanze dal
nuovo primo ministro spagnolo. Il cui proclama sul ritiro delle forze
iberiche dall'Iraq dopo il 30 giugno ha suggerito a
Bin Laden quel "Abbiamo vinto" che ha fatto seguito
alla convinzione già espressa: "Noi riteniamo che
la Spagna
sopporterà due o tre attacchi al massimo. Poi la vittoria del partito
socialista, quindi il ritiro da Bagdad, è certo".
Ecco
perché non si può essere solo "sconvolti" ma occorre
sentirsi "coinvolti". Persuadere gli Occidentali che basterà
lasciare l'Iraq al suo destino per mettersi al riparo dal terrorismo
significa convincere i terroristi che la loro strategia è vincente.
Ed accettare che essi, con i loro attentati o le loro minacce, violino
la sovranità degli Stati e dei loro popoli: davvero vogliamo
permettere che siano essi a decidere chi deve governarci, come è
successo in Spagna?
Il terrorismo non ha frontiere geografiche, ideologiche e
politiche; non è problema islamico contrapposto all'America, è
guerra. Che non piace a nessuno, ma che ci è stata dichiarata. Che va
vinta, pena la nostra sopravvivenza culturale. Il problema è
“come” combatterla. Forse non la si debella solo con i soldati o
con la polizia, ma certo non ne usciremo se non si contrasta il modo
di guardare al mondo con le lenti falsate dai pregiudizi. Nostri e dei
terroristi. E se s'indugia sull'antiamericanismo ideologico che,
parlando di "resistenza araba contro gli imperialisti invasori
dell'Iraq", non distingue il vero nemico e fa apologia di
massacri ignobili. E non la si vince neanche con i cortei dei
pacifisti che farebbero meglio dedicare alla solidarietà
terzomondista i soldi spesi per le manifestazioni (solo quella romana
è costata 40.000 euro) che non eliminano la potenza aggressiva dei
terroristi e che in Italia, a giudicare dagli slogan e dal numero di
drappi rossi con falce e martello, si rivelano ben poco "pacifici"
(pacifica l'aggressione a Fassino?) e molto nostalgici di un comunismo
già sconfitto.
Non so se la richiesta di un intervento dell'Onu sia solo
artificio retorico, come qualcuno afferma, facendo riferimento al
diritto di veto che vincola il Consig
lio
di Sicurezza e alla presenza di Paesi musulmani al suo interno. Ma,
statuto obsoleto e scandali a parte (l'ultimo riguarda l'embargo oil
for food sanzionato all'Iraq), non sembra aver fin qui riportato
grandi successi. Altri pensano di risolvere il problema con il dialogo.
Usiamolo pure, ma a patto di avere una controparte disposta a
dialogare. E di essere coerenti con noi stessi. Dialogo vuol dire
concessioni: siamo disposti a rinunciare, per vivere (forse) in pace,
alla nostra religione, alle abitudini, alle libertà, ai piaceri che
non ci lesiniamo, alla laicità delle nostre Istituzioni e all'emancipazione
delle donne, alla democrazia?
Egidio Todeschini
24.3.2004
|