L’Italia sismica richiede vigilanza e legalità

Il terremoto di Abruzzo mobilita la solidarietà degli Italiani. Ma per ridurre

in futuro danni e decessi occorre far osservare le norme antisismiche

 

 E’ risaputo che l’Italia è esposta, più di altre Nazioni europee, al rischio di gravi calamità naturali: eruzioni vulcaniche, inondazioni, smottamenti, terremoti. Il Vesuvio, l’Etna ed i vulcani delle Eolie rappresentano minacce costanti; i fiumi sovente debordano; Venezia soffre del fenomeno delle acque alte; i pendii delle montagne e delle colline, spesso disboscate e mal tenute, smottano con frequenza; i sismi si ripetono spesso. Catastrofi delle quali, però, dovremmo poter ridurre il pericolo e mitigare gli effetti, opponendo all’irruenza della Natura la forza della tecnologia e il contributo della legalità. Senza limitarci ogni volta solo alle donazioni e all’attività del volontariato.

Purtroppo, invece, ci troviamo sempre a contare morti e feriti, case diroccate e Comuni inabitabili, famiglie distrutte e patrimoni perduti. Anche quest’anno, di fronte al dramma abruzzese, constatiamo la spontanea generosità del popolo italiano; ma appuriamo anche l’inosservanza delle tecniche antisismiche pure in edifici di recente costruzione; nonché la mancanza dei dovuti controlli. Non sono una novità le manifestazioni di solidarietà, d’effi­cienza e di partecipazione al dolore del nostro Paese che, nei momenti tragici, sa dimostrare le sue migliori qualità. Ma non rappresenta una novità neppure il venire a sapere, dalla stampa e dalla televisione, che vi sono state tante incurie; che spesso le leggi non sono state applicate; che molte co­struzioni, comprese quelle pubbliche costate parecchio, sono fuori norma.

Non basta affrontare le conseguenze del sisma con prontezza, con generosità, con dedizione; occorre, piuttosto, fare in modo di limitare sempre più i danni a cose e persone. La tecnologia lo consente, il malcostume nazionale, purtroppo, no. Dal 1900, sono stati registrati 20 terremoti ad alta intensità distruttiva che hanno comportato la morte di oltre 120.000 connazionali ed un esborso finanziario enorme: solo negli ultimi 25 anni, circa 75 miliardi di euro (145.000 miliardi delle vecchie lire). Certo, sono serviti pure per restaurare il patrimonio artistico e monumentale danneggiato dalle scosse; ma anche sperperati in donazioni clientelari, come è successo, per esempio, nel 1980 in Irpinia ove i Co­muni terremotati da 36 diventarono all’improvviso 687 e le case distrutte o pericolanti passarono da 28.000 a 474.583 (dati forniti da Gian Antonio Stella su il Corriere della Sera).

Resta il fatto che, con una maggiore cultura della prevenzione, con i dovuti controlli e con il rispetto delle norme il terremoto abruzzese avrebbe provocato meno danni e un minor numero di morti. Sconcerta la fragilità dell’ospedale aquilano, abbattutosi benché inaugurato nel 2000; sorprende l’indifferenza opposta a chi comunicava la presenza di alcune crepe, nella Casa degli Studenti, dopo le prime scosse di bassa entità; fa scandalizzare la mancata presa in considerazione, da parte delle Amministrazioni locali, dello studio effettuato nel 2005 dai tecnici della Protezione civile dell’Abruzzo, guidati dall’ingegner Pierluigi Caputi, che avevano segnalato gli stabili pericolosi, pubblici e privati ed elencato gli interventi da effettuare nonché l’entità dei fondi necessari. Informazioni rimaste sconsideratamente sulla carta. Infatti, tutti gli edifici indicati, tra i quali la scuola elementare De Amicis di San Bernardino, la Prefettura, l’ospedale San Salvatore e le due sedi universitarie, sono crollati.

Un disastro annunciato, quindi; una rovina della quale si chiederà conto alle imprese che hanno costruito i palazzi e a chi avrebbe dovuto vigilare perché le norme antisismiche fossero rispettate. La Procura aquilana se ne sta occupando: resta da chiedersi se, stanti gli esorbitanti tempi giudiziari del nostro Paese, si arriverà mai e veramente a condannare i costruttori responsabili e chi non ha dato subito seguito alle segnalazioni. E resta da domandarsi se, finalmente, si terrà fede alla promessa, regolarmente fatta dopo ogni cataclisma, di applicare le regole che aiutano a limitare danni e decessi.

Ho i miei dubbi, ma non sono il solo, se Sergio Romano può scrivere (Corriere della Sera del 9 aprile) che “l’arte del pensare sui tempi lunghi sembra essere estranea alla nostra natura. Le leggi esistono, ma vengono sistematicamente sconfitte da una potente coalizione di interessi elettorali, fatalismo individuale, imperizia amministrativa, affarismo spregiudicato, instabilità governativa e una somma di cavilli giuridici che metterebbe in ginocchio il più illuminato dei riformatori. Fra la preveggenza e il tornaconto, politico o individuale, vince quasi sempre il tornaconto”.

Quest’anno si è però registrata una novità apprezzabile: maggioranza ed opposizione hanno evitato l’abituale gioco delle reciproche accuse e si sono astenute dal solito teatrino dello scontro polemico. Sì, qualche contrasto c’è stato, altri probabilmente seguiranno. Ma finora si è assistito ad un inconsueto spirito di coesione, ad un’unità che restituisce dignità e forza allo Stato; che permetterà una ricostruzione a regola degli edifici pubblici e delle dimore private; che forse spingerà ad inchieste giudiziarie rapide; che promuove la lungimiranza, unico modo efficace di evitare o almeno ridurre le sciagure delle future calamità naturali.

Resta da augurarsi che l’Italia migliore, adesso manifestatasi, non ceda il posto a quella tradizionalmente portata all’antagonismo, al rinvio e all’interesse, personale o partitico che sia. Non basta il dolore per i morti e la pietà di oggi, occorre soprattutto ricordarsene domani. Ed agire di conseguenza.

Egidio Todeschini

22.4..2009