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Porre rimedio al teppismo giovanile Che trova origine nella famiglia e nella società. La responsabilità principale però è da ricercarsi nei deleteri programmi televisivi
C’è una nuova emergenza, in Italia: quella del “bullismo” giovanile. In effetti, non passa giorno senza che la cronaca registri almeno un episodio di violenza messa in atto da ragazzini contro coetanei, professori, giovincelle e minorati mentali. Si va dagli insulti gratuiti alle botte al compagno down, dalla violenza carnale allo stupro di gruppo e ad altre diavolerie del genere. Il tutto alla presenza di “spettatori” divertiti e dell’immancabile “fotografo” che registra sul cellulare e trasmette su Internet. Intendiamoci: il bullismo, inteso come sfrontatezza, non è fenomeno odierno. Anche se tale termine non è riportato nei dizionari di vecchia data, lo ritroviamo già in De Amicis che, nel suo libro “Cuore”, descrive così il “bullo” Franti: "Quando uno piange, egli ride. Provoca tutti i più deboli di lui. Non teme nulla, ride in faccia al maestro, ruba quando può, nega con una faccia invetriata, è sempre in lite con qualcheduno. Egli odia la scuola, odia i compagni, odia il maestro". Il ragazzaccio di quei tempi ubbidiva, magari inconsciamente, al bisogno di uscire dal proprio complesso d’inferiorità culturale e sociale. Da rampollo di famiglie miserevoli, quale era, finiva con l’invidiare e disprezzare chi stava meglio di lui. E mascherava il proprio disagio dietro una eccessiva sicurezza di sé, dietro quella spavalderia, a volte arrogante, di chi ama fare lo spaccone, ostentare uno spirito aggressivo, senza a volte avere una reale capacità o volontà di far male a qualcuno. Attitudine non giustificabile, certo, ma comprensibile. Oggi non è più così. A stare ai risultati di una recente indagine della SIP (Società Italiana di Pediatria), sembra che non ci sia alcuna differenza tra poveri e ricchi. Sono ragazzi che presentano tutti gli stessi enigmatici visi sorridenti, tutti tradiscono il loro essere sospesi tra la perdita di vecchi valori e la mancata acquisizione di nuovi. Sono veri e propri “teppisti”, come dire mascalzoni, divorati solo dall'ansia di “apparire”, di emergere in qualunque maniera, alla quale sacrificano, essendo incapaci di distinguere il bene dal male, ogni sentimento di pietà. C’è da chiedersi che cosa trasformi molti giovani in criminaloidi. Non per scaricarne le responsabilità su altri, genitori, scuola, politici, televisione o società che sia; piuttosto per individuare le cause di tale processo degenerativo che ha registrato un aumento, in un anno, del 5%; che porta 8 studenti su 10 a dichiarare di avere “compagni bulli” in classe; che spinge il 60% di questi ad ammettere di essere stati vittime di prepotenze, vessazioni, pestaggi, insulti, furti; e fa confessare ad un altro 50% di essere stati testimoni di vandalismi vari. Occorre risalire alle radici e cercare di porvi rimedio al più presto. In modo concreto. I fanciulli oggi crescono in un mondo in cui il conformismo e il protagonismo la fanno da padroni; in cui imperano il consumismo, la scristianizzazione, la perdita di alcuni valori etici e l’abuso di libertà personali elevate a diritto: tutto ciò non aiuta certo a trasmettere il rispetto e l’amore del prossimo, il senso della disciplina, il contenimento degli egoismi, la capacità di resistere alle tentazioni. Tuttavia è errato imputare solo alla scuola o alla famiglia tale fenomeno. Certo, i genitori hanno le loro responsabilità in merito, se ai propri figli offrono lo spettacolo di un rapporto coniugale litigioso fino alla rottura (dice niente che, in Italia, ogni 4 minuti si registri un nuovo divorzio?); se non sanno più dire di no alle richieste della prole e sembrano aver perso il senso dell’autorità, che è segno di amore; se riescono solo e sempre a giustificare le bravate o le pretese dei loro ragazzi, anche di fronte all’evidenza o contro il parere dei docenti. I quali hanno le loro colpe se non sanno più tenere a bada i propri allievi, se si adattano a fingere di non vedere o a subire i loro “scherzi” (su Internet si trovano scene inaudite, in proposito: un professore al quale gli studenti accartocciano il capo in un giornale; un altro cui tentano di ribaltare la scrivania; un terzo preso di mira alle spalle con una pistola-giocattolo… eccetera), difendendoli in nome della “giovane età”. La televisione però non è da meno, anzi è probabilmente la più responsabile di tale degenerazione dei costumi. Oggi i ragazzi, specie quelli le cui madri lavorano, passano davanti allo schermo molte ore. E vi trovano essenzialmente esempi di violenza, di sopraffazione, di consumismo, di eccessiva libertà, di facilità di guadagno, di protagonismo. Come pensare che la gioventù più esposta e indifesa non ne sia influenzata? Qualcuno ha detto che “la televisione ha concluso l'era della pietà e iniziato quella della licenza. Era in cui i giovani, al contempo presuntuosi e frustrati a causa della stupidità e insieme dell'irraggiungibilità dei modelli proposti loro, tendono inarrestabilmente ad essere o aggressivi fino alla delinquenza o passivi fino all’infelicità”. Sottoscrivo. Ed aggiungo che non sono più accettabili spettacoli fatti di parolacce e bestemmie, di sesso e nudità, di relativismo etico e facili guadagni, come quelli a quiz nei quali l’unica cosa che conta è la dea bendata della fortuna (vedi “Affari tuoi” su Rai Uno o “Fattore C” su Canale 5), non quella della cultura e della saggezza che invece domina sui canali svizzeri. La Tv, con Internet, è il mezzo di comunicazione più potente ed efficace scoperto dall’uomo. Essa può offrire ai telespettatori diversi modelli di comportamento, di alta dignità umana o di bassa istintività animale. Insistere su quest’ultimo aspetto solo per raggiungere quell’audience che garantisce guadagni pubblicitari è da “teppisti”. Ed è inutile dopo piangere sul latte versato e stupirsi del fatto che i nostri ragazzi crescano all’insegna del sopruso e della prepotenza. Perché significa aggiungere, alla voglia di guadagno a tutti i costi, l’ipocrisia dei sepolcri imbiancati. Egidio Todeschini |