Il progressivo imbarbarimento della Rai

Ruini condanna i "programmi spazzatura" e partono le polemiche. Ma che sullo schermo imperino trivialità e faziosità lo dicono anche gli spettatori

 

"Fidati della Rai, la Rai ha fiducia in te". Lo spot che l'Ente televisivo pubblico lancia ormai quotidianamente, e più volte al giorno, dagli schermi per invogliare al pagamento dell'annuale canone d'abbonamento è anomalo ma anche menzognero. L'anomalia sta nel fatto che negli altri Paesi arriva solo il bollettino di versamento, non, come in Italia, un martellante pro memoria che prosegue per mesi. La menzogna invece risiede nell'invito alla reciproca fiducia, inconsistente visto che Mamma Rai non offre nulla di diverso dalle altre televisioni ma chiede in cambio un "obolo" obbligatorio. Certo, le statistiche registrano una morosità nazionale del 17,8%, con punte massime di evasione (61%) nel Sud, superiore a quelle europee. Ma è altrettanto forte il malessere degli utenti che, a più riprese, esprimono sui quotidiani la loro non voglia di sottostare ad un canone di cui non comprendono più la necessità.

Un dato di fatto, questo, che avrebbe dovuto suggerire ai piani alti di Saxa Rubra più umiltà ed un esame di coscienza dopo che, dal Consiglio permanente della Cei, il card. Ruini ne aveva bollato i "programmi spazzatura ... vuoti di ogni significato e facenti leva sugli istinti e le curiosità più volgari". E dopo che don Giuseppe Costa si era chiesto, sulle pagine dell'Osservatore Romano, se "abbia un senso pagare il canone per una televisione che del suo triplice dovere di intrattenere, informare e formare, ha scelto soltanto la forma peggiore dell'intrattenimento". Non hanno usato mezzi termini, il porporato e il giornale del Vaticano, ma hanno ottenuto in risposta solo l'arroganza di un insulto – "è un'aggressione gratuita e violenta!" – e la supponenza di un dato statistico – "solo il 13% delle 72 ore di trasmissione giornaliera è dedicato all'intrattenimento" – che non dice nulla se non si specifica anche in quali fasce orarie passano i cosiddetti programmi culturali.

E, tuttavia, un botta e risposta che si è esaurito nello spazio di una giornata e al quale si è dato scarso rilievo, suggerendo peraltro – poteva mancare? - l'idea di una Chiesa che pretende di far passare per verità assolute le sue opinioni. Eppure, quello delle proteste ormai è un coro, e lo ammette in solitario un consigliere Rai, Alberto Contri: nei programmi televisivi si nota sempre di più la mancanza di qualità e d'imparzialità, mentre abbondano trivialità e oscenità. C'è una caduta di stile generale, che non risparmia niente e nessuno, neppure la religione, e che nasce da un concetto sbagliato di competitività, di concorrenza da libero mercato, in nome della quale si dà peso, più che al dovere di rendere quel servizio pubblico di formazione ed informazione che giustifica il canone, all'audience. Che finisce così con il diventare l'alibi di tutte le perversioni: se è alto, significa che l'utente è soddisfatto e noi non facciamo che offrirgli quel che ci chiede. Come dire che la caduta di stile, se c'è, è della società; e che la Rai, come le televisioni commerciali e come la stessa pubblicità, non fa altro che adeguarsi alla nuova cultura, godereccia ed irrispettosa.

Ed ecco, dunque, la gara a chi imita più e meglio, indulgendo sugli aspetti più deteriori – sesso, violenza, volgarità, pettegolezzo, pornografia, faziosità, satira becera, ecc. – lesivi non solo e non tanto dei valori e della sensibilità cattolica ma anche dei principi ispiratori del patto sociale sancito dalla Costituzione. Che impone il rispetto delle opinioni altrui, la salvaguardia della convivenza pacifica, il buon costume, il dovere di educare i giovani e di non dar loro solo l'esempio di una vita sregolata ed impudica.

Il card. Ruini e l'Osservatore Romano hanno tentato di richiamare l'attenzione sulla perdita del senso della responsabilità delle televisioni in generale, della Rai in particolare. Che dovrebbe trovare nell'aggettivo "pubblico" la ragione di differenziazione dalle altre. Criticarne gli accenti, come ha fatto il suo presidente, e mettere subito tutto sotto silenzio significa implicitamente ammettere che il prelato e il quotidiano del Vaticano han colto nel segno.

Egidio Todeschini