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Doveroso informare, meschino aizzare
Il “no” dei Valsusini al Tav dettato anche da disinformazione. Le
polemiche politiche hanno invece sapore elettorale
Non ha sorpreso la presa di posizione dei Valsusini contro la creazione del Tunnel che dovrà collegare il paesino italiano di Venaus al borgo francese di S. Jean Maurienne. Non protestano per obbedienza all’italica filosofia del “sì, ma non nel mio orto”. Proclamano piuttosto un “no” deciso, forse non giustificabile, certamente comprensibile: come la maggior parte di noi, quella gente non aveva – e non ha ancora - sufficienti cognizioni per valutare il vantaggio, in termini economici, che può derivarne all’Italia tutta, al Piemonte, alla stessa Valle. Non sa che le moderne tecnologie permettono ormai di eliminare in gran parte i rischi di eventuali danni all’ambiente e, soprattutto, alla salute. Non conosce neppure gli antefatti politici, nazionali ed europei, che hanno portato alla decisione di realizzare il progetto della linea ferroviaria Torino-Lione; e non ricorda, forse, l’impegno profuso dal Capo dello Stato, Ciampi, per ottenere che l’Italia non fosse esclusa dal “Corridoio 5” che collegherà Lisbona (Portogallo) con la capitale dell’Ucraina, Kiev. Protestano e si oppongono più per sentito dire o per esperienza vissuta, che per convinzione profonda. Una reazione emotiva all’idea della trasformazione della Val di Susa in un colossale cantiere, con conseguente temuto “disastro ambientale”. Ed anche alla paura di malattie letali per la presenza, nella montagna, di amianto ed uranio che gli scavi, in teoria, polverizzano ed immettono nell’aria. Si rifanno, per avvalorare il loro rifiuto, ai disagi sofferti, tra il 1975 e l’80, durante i lavori per il Traforo del Frejus, e al moltiplicarsi di patologie cancerose che ne seguirono. Il torto delle Autorità e dei media è stato quello di non spiegar loro in tempo che le tecniche sono cambiate. Che oggi i tunnel si scavano con macchinari – le “megafresatrici” – che non permettono la fuoriuscita del materiale frantumato. E che, per maggior sicurezza, si creano “muri” di acqua che impediscono alle polveri di passare. Avrebbero dovuto, Autorità e stampa, garantire che l’uranio esiste ma in quantità minime e non nel tratto montagnoso nel quale passerà il tunnel (ad affermarlo, non è un uomo qualunque e neppure un politico, bensì il direttore dell’Agenzia Regionale per l’ambiente, dottor Vincenzo Coccolo). Magari avrebbero potuto offrire, per convincere, prove concrete. Far conoscere l’entusiasmo con cui gli abitanti di S. Jean de Maurienne hanno accolto i cantieri, convinti che dal tunnel deriverà una riduzione notevole dell’inquinante traffico su ruote (oggi 5-6000 camion al giorno!). Oppure portare l’esempio della Svizzera, Paese ambientalista per eccellenza, ove la megafresatrice scava la galleria ferroviaria del San Gottardo: 57 Km, mica uno scherzo, la più lunga del mondo. Ben vista da tutti, Verdi compresi, perché ridurrà il trasporto su strada; perché accorcerà notevolmente i tempi di percorrenza; perché permetterà comunque il transito, da Sud a Nord e viceversa, di 50 milioni di tonnellate di merci (oggi 20); e perché la trasformazione in calcestruzzo del materiale scavato salvaguarderà il paesaggio. In tali Paesi le concertazioni sono andate avanti per anni, fino al convinto passaggio dal deciso “no” al soddisfatto “sì”. Da noi, c’è stato il silenzio. Eppure da tempo nelle alte sfere si parlava del tunnel. E si agiva: nel 1996 fu il Governo Dini a concordare con Parigi l’istituzione di una commissione mista per studiare tempi e modi del progetto. Nel 2001, toccò all’allora Ministro dei Trasporti, il diessino Pierluigi Bersani, firmare con il collega transalpino, Jean Claude Gayssot, l’impegno a “costruire le opere della parte comune italo-francese”. E fu Romano Prodi, da Presidente della Commissione Europea, ad avviare il progetto della Torino-Lione. E Ciampi ad intervenire due volte presso Chirac per ottenere che il Corridoio 5 passasse a Sud delle Alpi, quindi dall’Italia. Ad ogni successo riportato, giù spatafiate per elogiare l’uno o l’altro. Ed assicurare che detto Corridoio avrebbe aiutato l’economia e lo sviluppo dell’Italia. Ma mai un rigo sui giornali o un dibattito televisivo per rimuovere, agli Italiani in genere, ai Valsusini in particolare, i giusti, legittimi timori per l’impatto ambientale e la salute. Mettiamoci nei panni di questi valligiani che si chiedono: che ce ne facciamo dei soldi e del benessere finanziario se, per ottenerli, dobbiamo soccombere al cancro o rimpiangere un paesaggio irrimediabilmente perso? Ora le informazioni abbondano ma quei paesani non hanno il tempo di leggerle o ascoltarle. Sono per strada, infreddoliti ed arrabbiati, soprattutto aizzati da chi, come i Verdi di Pecoraro Scanio e i Rifondisti di Bertinotti, in vista delle prossime elezioni, versano la benzina del dubbio sul fuoco della paura. O da chi, non potendo contestare l’utilità e la non pericolosità della ferrovia ad alta velocità, se la prendono con il Ministro Pisanu che ordina lo sgombero dei cantieri o con il Presidente Ciampi che ribadisce l’incoerenza di farci “tagliare fuori dalle grandi reti europee”. Sarà anche inopportuno che il “super partes” del Quirinale s’intrometta negli affari della politica. E sarà pure non bello vedere polizia e carabinieri ricorrere alla forza per impedire che i dimostranti occupino spazi pubblici o paralizzino pubblici servizi. Ma non si può tirar per la manica il Capo dello Stato quando fa comodo e zittirlo, se non si è d’accordo. Non si può chiedere alle Forze dell’Ordine di combattere le illegalità e condannarle quando lo fanno. Piaccia o non piaccia, l’occupazione è violenza, oltre che violazione del Codice; sfruttare i timori della gente per guadagnare qualche voto in più è meschino. Minacciare ritorsioni in altre città o contro le Olimpiadi della neve è truffaldino. Egidio Todeschini4.12 |