|
Sul
Sudan la congiura del silenzio
Nel
Paese africano è in atto un genocidio di cui non si parla. Eppure
vittime e torture sono di gran lunga superiori di quelle in Iraq
Mi
chiedo se, geograficamente parlando, dista di più dall’Europa e
in particolare, dall’Italia, l’Iraq o il Sudan? E continuo a
chiedermi perché si parli tanto dello Stato mesopotamico e così
poco o nulla di quello africano ove infuria la più lunga guerra
del Novecento (è iniziata negli anni ’50!), sfociata negli
ultimi 14 mesi in un vero e proprio genocidio che conta già
decine di migliaia di morti, un milione di profughi e quotidiane
violenze contro donne, vecchi e bambini.
Mi domando perché i pacifisti sventolino, da oltre un anno, la
loro bandiera arcobaleno, inneggiando ad una “pace” irakena (che, a
stare agli ultimi episodi di cronaca, è violata più dal
terrorismo di Bin Laden che dagli “occupanti” americani) ma
rimangono insensibili di fronte alle ben più numerose torture e
persecuzioni alle quali centinaia di migliaia di sudanesi tentano ogni
giorno di sfuggire, non sempre riuscendoci.
E mi chiedo perché quotidiani e telegiornali, che dedicano
pagine e pagine agli attentati dei kamikaze di Bagdad o Nassirija o allo
scandalo del carcere di Abu Ghraib, partecipino poi vigliaccamente alla
congiura del silenzio in cui si avvolgono le stragi sudanesi. Eppure non
è roba da poco quel che sta succedendo in quella lontana terra
ove ormai regnano disperazione e morte, fame e sofferenza fisica e
psicologica. A volerlo fare, ci sarebbe da parlare di razzie e di
villaggi bruciati, di raccolti distrutti e di pozzi inquinati, di
allevamenti annientati e di piantagioni abbattute, di bimbi prima
sottoposti ad abusi di ogni sorta, poi venduti come schiavi, di donne
stuprate e di vecchi oltraggiati. C’è da documentare uno
sterminio sistematico, messo in atto da milizie di etnia araba, i
cosiddetti “uomini a cavallo”, e dalle stesse truppe governative.
C’è da interrogarsi sui motivi, storici e politici, di
un eccidio fra musulmani e di un’ecatombe di cristiani ed animisti, ai
quali occorre porre fine ma che lasciano indifferente l’Unione Europea,
spingono l’Onu ad esprimere “preoccupazione” e niente di più,
non mobilitano i pacifisti e neppure il Gino Strada di Emergency e sono
ignorati dai media. Come del resto dal Consiglio islamico e dalla Lega
araba.
E’ storia complicata, quella del Sudan, vieppiù
aggrovigliata dal contrasto tra i sunniti del presidente Omar al Bashir
al potere e i fondamentalisti di Hassam al Turabi. E’ il più
vasto Stato africano, vanta una popolazione di 29 milioni e mezzo di
abitanti, è praticamente un territorio “creato a tavolino”,
in realtà composto da due Paesi diversi, abitati da arabo-islamici
al Nord (70%) e da neri, cristiani (16,7%) o animisti (12%) al Sud. Vi
si contano più vittime (circa 2 milioni di civili, si badi bene,
non di rivoluzionari!) che non in Ruanda, Bosnia e Kosovo messi insieme,
fatte fuori perché colpevoli di non pensarla come i sunniti di Bashir,
nel 1989 andato al potere dopo un colpo di Stato.
Quei sunniti che ritengono lecito lo jihad (guerra santa) e
“costituzionale” la crocifissione degli apostati (musulmani
convertiti ad altre fedi). Quelli che, dal 1999, anno in cui iniziano le
esportazioni di petrolio, impiegano i 400 milioni di dollari di entrate
annue non per combattere la carestia ma per finanziare la guerra contro
gli “infedeli” del Sud. E che ora uccidono anche le popolazioni
musulmane del Darfur, zona occidentale del Sudan, accusate di seguire
Hassam al Turabi, già ministro di Bashir, poi caduto in disgrazia
per aver tentato di siglare un patto di alleanza con il Sud, benché da
sempre cerchi di imporre la “sharjia” (legge coranica) anche ai non
musulmani.
Una storia di soprusi e di vendette, di stragi e di
carestie provocate ad arte, di torture e di stupri, della quale, nel
nostro Occidente, praticamente non si parla. E a stigmatizzare la quale,
invocando la pace, non si muovono né i Disobbedienti di Casarini né i
Rifondisti di Bertinotti, né i no-global di Agnoletto. Che del resto
hanno fin qui taciuto ed ignorato anche le carneficine di Saddam e i
falsi martiri del terrorismo.
A scandalizzare è proprio tale colpevole silenzio generale
(uniche eccezioni:
la Chiesa
di Roma e, sporadicamente, gli Usa) che non si è interrotto, per
recriminare, neppure quando il Sudan è diventato, nel maggio
2001, membro della “Commissione per i diritti umani” dell’Onu,
insieme ad altri “campioni” di libertà e democrazia, Cina,
Cuba, Libia e Vietnam (per la cronaca, in quell’anno gli Stati Uniti
ne furono esclusi perché accusati di razzismo).
Un silenzio che è continuato anche dopo l’11 settembre e
la condanna del Governo sudanese dell’atto terroristico (ma per le vie
della capitale, Khartum, si esultò di gioia), quando l’Onu
tolse l’embargo (e c’è da chiedersi con quale coerenza
conciliasse embargo e promozione nella Commissione dei Diritti umani!),
benché il vicepresidente Alì Osman Taha benedicesse i
“mujahidin” in partenza per il Sud ove andavano a “far fuori i
cani infedeli” e a far razzia di donne e bambini da vendere come
schiavi al Nord. C’è da piangere, c’è da gridare di
rabbia, ma soprattutto c’è da riflettere sui motivi che ci
rendono così indifferenti di fronte a tale immane tragedia.
16.6.2004
Egidio Todeschini
|