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Stranieri non vuol dire criminali Si fa confusione tra clandestini e rifugiati. Gli umori della gente e le incongruenze politico-giudiziarie. Meno cronaca e più giustizia
Sarà una casualità: in Italia gli episodi di stupro, ruberie e violenza, firmati da clandestini, prevalentemente albanesi e rumeni ma non solo, sembrano essersi intensificati nelle ultime settimane, quasi a contraddire l’invito della Chiesa cattolica alla solidarietà verso i rifugiati. E stanno incrementando il rifiuto popolare dello straniero, clandestino o meno che sia, onesto o criminale che si dimostri. E questo non per razzismo o per l’affievolimento del senso di umanità che ci caratterizza, bensì per un legittimo bisogno di sicurezza. Non sorprende, quindi, la propaganda di chi, Lega in testa, sfrutta lo stato d’allarmismo generale sostenendo una specie di “legge del taglione” ed una “pulizia generale” dei campi degli zingari, effettivamente ben poco civili. E’ tattica elettorale: giova, in termini di voti, fare leva sugli umori e sulle paure della gente. Il che però non ci esime dallo stigmatizzare chi, essendo ministro, eccede nella violenza del linguaggio. Stupisce invece l’insistenza con cui le Regioni rette dal centrosinistra, ad incominciare dalla Puglia, chiedano di chiudere i “Centri di permanenza temporanea (Cpt)”, nei quali sono alloggiati i clandestini in attesa delle (a volte lunghe) procedure di rimpatrio. E stupisce per due motivi: perché detti centri, definiti “un concentrato di nequizie e di sofferenze”, sono stati istituiti nel 1998, a Governo Prodi ancora in piedi, con la legge Turco-Napolitano; e perché abolirli significa consentire agli immigrati irregolari di sparire sul territorio nazionale. E magari di darsi, per fame o per mentalità, a quella che è impropriamente definita microcriminalità. Trattasi di astuzie o errori, prettamente politici, sui quali non intendo dilungarmi. Lascio al lettore libertà di giudizio in merito. Sono altri, però, gli aspetti che lasciano perplessi, sui quali, invece, varrebbe la pena che tutti, politici, giornalisti, magistrati e gente comune, si soffermassero. Perché da un loro attento esame potrebbero derivare le decisioni al contempo più opportune per tutelare la sicurezza dei cittadini italiani e per non venir meno al dovere di solidarietà. Incominciamo con il rilevare che “rifugiato” non vuol dire “clandestino”. Il rifugiato è colui che, per motivi di guerra, in genere civile, di dittatura, di terrorismo, di attriti tribali o religiosi, di lunghe carestie è costretto, per garantirsi la sopravvivenza, a lasciare il proprio Paese. Nel 2004 se ne contavano già 19 milioni, sparsi un po’ ovunque. A questi, e solo a questi, gli Stati europei, sia pure con regole diverse, garantiscono accoglienza, sussidi ed agevolazioni. In genere è povera gente, provata da tribolazioni e spesso desiderosa di poter rimpatriare appena possibile. Non saranno tutti stinchi di santo, tuttavia noi dobbiamo loro umana solidarietà e per loro è necessaria una adeguata politica internazionale per ridare vivibilità alle loro terre d’origine. Clandestino, invece, è chi, senza passaporto, s’intrufola in un Paese o per trovarvi un lavoro, anche “in nero”, o perché strumentalizzato da organizzazioni criminali dedite allo smercio di droga, ai rapimenti, alla prostituzione forzata, al commercio di bimbi o di organi. Sovente, ma non sempre, si porta dietro rancori, odi profondi e sentimenti d’invidia. Ai quali magari si aggiunge una “cultura” etnica che di sociale ha ben poco. Ciò non significa però che tutti i clandestini sono delinquenti. Sì, certo, spesso c’è la loro firma negli aberranti reati che la cronaca quotidianamente elenca, ma non è detto che basti essere Rumeno, Albanese, Marocchino o altro per avere il gene del crimine del sangue. Così come non si può affermare che tutti gli Italiani sono malviventi solo perché qualcuno diventa omicida-suicida per gelosia, o qualche litigio tra giovani finisce all’arma bianca, o esistono automobilisti che investono e scappano, figli che ammazzano i genitori e madri che buttano i bimbi nella spazzatura. La stampa, dando risalto agli sbarchi quotidiani e ai crimini compiuti da stranieri, finisce per suggerire una generalizzazione che in realtà non esiste. I buoni e i cattivi sono ovunque, sotto qualunque bandiera. E c’è di più. C’è sempre una sequenza nella tipologia delinquenziale che non può essere solo occasionale. Per esempio, accade una rapina in una villa. Quotidiani e televisione ne parlano a iosa e, nei giorni successivi, se ne registrano altre dalle modalità pressoché identiche. Poi c’è uno stupro, deploriamo pubblicamente e gli stupri si moltiplicano. E’ il classico fenomeno dell’imitazione: anche l’allagamento del milanese Liceo Parini, tanto divulgato, ha dato origine a casi simili in altre città d’Italia. Se provassimo a mettere il silenziatore su certi reati? Se anche noi adottassimo la tacita regola svizzera dell’autocensura mediatica, salvo raccontare a condanna già emessa? Né basta. Nove volte su dieci si viene a sapere che il “reo”, Italiano o straniero che sia, ha già “precedenti penali”. Per furto, per rapina, per violenza, per spaccio o altro. Come dire che è stato già arrestato e condannato. Però è a piede libero o se l’è cavata con una pena ridicola, per cui gode della cosiddetta “condizionale”. “La legge lo consente”, dicono i generosi magistrati. Appunto, lo “consente”, non l’impone! C’è un fattore culturale, nella microcriminalità, ma c’è soprattutto la convinzione, alquanto diffusa, di un’impunità quasi certa. E basterebbe, invece, applicare pene più severe e soprattutto farle scontare fino in fondo, senza concedere con troppa facilità licenze premio o altri benefici del genere, per arginare il fenomeno della delinquenza. E restituire solidarietà e sorriso ai cittadini. Egidio Todeschini
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