La storica lezione del popolo italiano
Necessaria una
lettura obiettiva del voto. Le inequivocabili richieste
dell'elettore. Voglia di stabilità, alternanza ed
armonia nazionale
Finita l'interminabile e, possiamo dirlo, velenosa
campagna elettorale e conclusasi la famigerata giornata
del voto che, con tutte le carenze organizzative e gli
incredibili ritardi registrati, passerà alla storia per
la figura da "Paese delle banane" che ci ha
fatto fare, non resta che aspettare il seguito, cioè se
il centrodestra manterrà la promessa di cambiamento che
lo ha portato alla vittoria. E, soprattutto, se la
trasformazione prospettata sia quella di cui l'Italia ha
bisogno. Chi ha votato a favore ne è convinto, gli altri
no, ed ognuno è libero di pensarla come vuole. Ma il
solo modo di sapere chi ha ragione è mettere alla prova,
giudicare in corso d'opera e poi confermare o cambiare in
funzione dei risultati ottenuti. La demonizzazione a
priori non serve, piuttosto è opportuno cercare di
analizzare il messaggio che è uscito dalle urne. Il che
significa non tanto addebitare colpe magari inesistenti,
quanto prestare la necessaria attenzione alle richieste
dei cittadini, implicitamente ed esplicitamente emerse
dalle urne.
Non sono poche e, tra le altre, spicca un chiaro
desiderio di alternanza e stabilità. La prima equilibra
le opposte tendenze ma da sola non basta: occorre anche
un Governo affidato ad un Premier che mantenga il suo
incarico per i 5 anni riconosciutigli dalla Costituzione,
onde portare più o meno a termine il programma
elettorale ed assumersene le responsabilità. La nostra
Repubblica ha avuto, per motivi storici, politici e
costituzionali che sarebbe troppo lungo spiegare,
scarsamente la prima e mai la seconda. Sta di fatto che
il 30 maggio si darà il via alla quattordicesima
Legislatura (avrebbe dovuto essere l'undicesima) e al
cinquantasettesimo Governo (avremmo dovuto lasciarne alle
spalle 10!). E' questa la "anomalia" che gli
elettori della squadra del Cavaliere hanno, piaccia o non
piaccia, inteso correggere, garantendo quella maggioranza
parlamentare che dovrebbe (il condizionale s'impone)
bloccare il fenomeno, tutto italiano, del ribaltonismo e
del trasformismo. Ed è questa la
"rivoluzione", pacifica e democratica, tesa a
rendere "normale" l'Italia e tale da far
definire "storica", come quella del 1948, la
tornata elettorale del 13 maggio.
Il messaggio uscito dalle urne è, in tal senso,
inequivocabile: gli elettori, magari illudendosi, hanno
detto basta alle maggioranze parlamentari variabili, alle
Legislature che arrivano a scadenza ma non garantiscono
"l'unità di indirizzo politico ed
amministrativo" di cui parla la Costituzione, e
tradiscono la volontà popolare. Inutile negarlo: a
destra, al centro e a sinistra, con la bocciatura dei
simboli minori e delle alleanze fittizie, è stato detto
a chiare lettere un no secco alla proliferazione di
partiti dai programmi mutevoli, dalle finalità politiche
incerte e dal ricatto facile, ed anche a quella mancanza
di vincolo di mandato che serve da paravento ai
voltagabbana. Gli Italiani, questo popolo che, a sentir
qualcuno, non sarebbe in grado d'intendere e di volere,
sono entrati nei seggi elettorali e hanno anche accettato
di fare code sfiancanti per impartire una lezione alla
classe dirigente, della quale vincitori e perdenti
dovranno far tesoro.
Ma non è il solo ammonimento inviato ai politici. Gli
elettori hanno ribadito anche che le calunnie non pagano
e che, per quanto possano sembrare svogliati o annoiati,
sanno reagire quando li si considera "popolo
bue" o sudditi ai quali dare a bere di tutto, anche
di aver "portato a termine la Legislatura",
come se negli ultimi 5 anni non si siano succeduti 4
Governi: per questo hanno rinvigorito Forza Italia, a
scapito dei suoi alleati. Hanno manifestato il loro
disprezzo nei confronti dei trasformisti, bocciandoli
perfino quando giocavano in casa. Hanno dimostrato di
saper riconoscere l'insidia dei "guastatori"
che violentano la logica bipolare per la quale votarono,
nel 93, a favore del maggioritario: non per nulla hanno
detto no ai "terzi poli" e penalizzato i
partitelli minori e più insidiosi. Hanno dimostrato di
essere "moderati", ed infatti hanno dato forza
alla coalizione centrista della Margherita, a danno dei
Ds. Hanno enunciato il principio secondo il quale una
coalizione è credibile solo se omogenea, unita e, come
tale, portatrice di un programma condiviso. Ed hanno
anche fatto capire di essere positivamente o
negativamente impressionati non tanto dal numero delle
apparizioni televisive Bianco, Bordon e la Bonino,
per citarne solo qualcuno, hanno negli ultimi tempi
inutilmente invaso la scena -, quanto dalla coerenza,
dalle capacità dimostrate nella vita pubblica e privata
e dalla fedeltà ai valori nazionali, compresi quelli
religiosi.
Ecco quel che si legge dal responso delle urne. Ma non
solo: è venuta fuori anche una maturità nuova ed una
voglia di armonia nazionale che la dialettica elettorale,
più da scontro frontale che da campagna propagandistica,
ha rischiato, fortunatamente senza riuscirci, di mettere
in crisi. Sembrerà paradossale, ma l'Italia reale,
quella del popolo attivo e creativo, al Sud come al Nord,
sembra essere stata sensibile, non tanto ai meriti, pochi
o tanti che siano, della maggioranza uscente e alle
promesse economiche riduzione delle tasse, aumento
delle pensioni minime, agevolazioni alle imprese
piuttosto che ai lavoratori, incentivazioni varie o
sussidi alle famiglie abbondantemente elargite da
tutti, quanto alla manifestata volontà del centrodestra
di assecondarla nel suo desiderio di cambiamento, di
ammodernamento e di europeizzazione reale. Un monito,
questo, di cui Berlusconi dovrà certamente tener conto,
e che tuttavia neppure l'opposizione può trascurare.
Pena la sua dissoluzione. Ma una democrazia senza
opposizione è, nel migliore dei casi, una democrazia
ingessata. "Anomala", appunto.
Egidio
Todeschini
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