Utile conoscere la storia dell’Unità d’Italia

Per comprendere le opposte opinioni sul 150° anniversario del nostro Stato occorre ripassarne le vicende. E valutarle con amor patrio

 

 Può stupire molti il dibattito, politico e mediatico, sui festeggiamenti di quest’anno per celebrare l’Unità d’Italia. Su questa ricorrenza, chi legge i giornali nazionali, trova di tutto e di più, dalle critiche più feroci agli osanna più convinti. C’è chi contesta, ai Piemontesi e ai Savoia, la spietatezza con cui sterminarono briganti, soldati borbonici e popolazioni meridionali. E chi, al contrario, sputa fango sul Sud tuttora incapace di venir fuori dal sottosviluppo dell’epoca. Né manca chi esalta il “modernismo” del Regno delle due Sicilie e gli sviluppi apportati dai Borboni (la prima ferrovia italiana e la messa in luce di Pompei ed Ercolano, tra gli altri), ai quali si ribatte citando l’imperante analfabetismo e la mancanza di sviluppo industriale. A dimostrazione di un’Unità nazionale ancora poco sentita, benché Dante l’auspicasse già nel 1300, piangendo la “serva Italia di dolore ostello. Nave sanza nocchiere in gran tempesta. Non donna di province, ma bordello".

Credo che, per valutare bene i fatti e commentarli senza pregiudizi, sia necessario fare un breve ripasso degli anni del Risorgimento d’Italia.  Che, dalla caduta dell’Impero Romano fino al 1861, fu terra di conquista da parte di molti stranieri, nonché di lotte fratricide. Riesame che giova, penso, soprattutto ai figli dei nostri immigrati che probabilmente non ne conoscono a fondo le vicende. Iniziamo dal Congresso di Vienna (1.11.1814 - 8.6.1815) cui parteciparono le principali potenze europee per ridisegnare la carta dell'Europa dopo la Rivoluzione francese e le guerre napoleoniche. Potenze che fissarono i confini degli Stati italiani secondo il loro interesse. L’Italia risultò ancora divisa in più patrie che (ad eccezione del Regno savoiardo di Sardegna, dello Stato della Chiesa e di quello borbonico delle Due Sicilie), svincolato dall’originaria signoria spagnola, furono sotto il dominio dell’Austria. Il che creò molto malcontento nella borghesia italiana delle regioni ricche e popolose del Lombardo-Veneto e dei Ducati di Parma, Modena e Toscana, spingendola ad un graduale processo di rivendicazione della propria identità nazionale e di uno Stato unitario, benché concepito in modo diverso. I moderati, tra cui Vincenzo Gioberti, sostenevano che Re e principi d'Italia avrebbero dovuto riunirsi in una confederazione con a capo il Papa, naturalmente previa guerra dei Piemontesi contro l'Austria. I democratici auspicavano, invece, la formazione di una Repubblica. Tra costoro, Giuseppe Mazzini che fondò un'associazione, la Giovine Italia (1831), allo scopo di diffondere le idee democratiche e repubblicane.

Ne conseguirono, negli anni successivi, diverse insurrezioni che non ebbero successo. Nel 1848 il Lombardo-Veneto si ribellò al dominio austriaco: Venezia proclamò (17 marzo) una repubblica provvisoria; a Milano (18-22 marzo), dopo le storiche Cinque Giornate, la popolazione costrinse gli Austriaci, guidati da Radetzky, ad andarsene. Carlo Alberto, re di Sardegna, dichiarò allora guerra all’Austria. Al suo esercito si unirono i volontari del Granducato di Toscana; si allearono anche lo Stato della Chiesa e il Regno borbonico, che però poi ritirarono le truppe. Nel 1849 la Prima Guerra d’Indipendenza si concluse, nonostante le vittorie iniziali, con la sconfitta del Savoia che abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele II. Questi si avvalse della collaborazione di Camillo Benso di Cavour, il quale prima attuò numerose riforme economiche al fine di rendere lo Stato di Sardegna più moderno (aumento delle ferrovie, ampliamento del porto di Genova e stimolo all'industria, fino ad allora inesistente nel Paese). Poi, nel 1858, siglò con Napoleone III, imperatore di Francia, il trattato di Plombières che garantiva l’aiuto al Piemonte in caso di scontro bellico con l’Austria, a patto che fossero gli Austriaci ad attaccare. Cavour riuscì a farsi dichiarare guerra, la Seconda d’Indipendenza, che iniziò il 29 aprile 1859, facendo registrare numerose vittorie piemontesi e francesi che consentirono la conquista della Lombardia. Le trattative segrete tra Napoleone III e l’impero austro-ungarico si conclusero con un armistizio con il quale l’Austria cedeva alla Francia la Lombardia (data al Piemonte in cambio di Nizza e Savoia) ma mantenne il dominio del Veneto. Al Regno sabaudo si unirono i ducati di Emilia-Romagna, Liguria e Toscana; rimasero esclusi Umbria, Marche e Lazio, sottoposti al dominio pontificio (poi annesse per plebiscito, dopo la battaglia di Castelfidardo, settembre 1860), e le regioni meridionali.

Per annetterle, nel 1860 Giuseppe Garibaldi organizzò la spedizione dei Mille che partì da Quarto (Liguria) il 5 maggio, sbarcò a Marsala e conquistò la Sicilia da dove risalì verso la Campania. Intanto la Basilicata dichiarava la sua annessione al Regno d'Italia, seguita a ruota dalla Puglia. Il 7 settembre Garibaldi entrò a Napoli, abbandonata da Francesco II di Borbone rifugiatosi a Gaeta. La sconfitta dei borbonici avvenne il 1º ottobre 1860; seguirono i plebisciti che decretarono l'annessione dei territori delle Due Sicilie a Vittorio Emanuele, il quale proclamò (17 marzo 1861) il Regno d'Italia cui estese lo statuto albertino. Per conquistare Veneto e Friuli nel 1866 fu dichiarata la Terza Guerra d’Indipendenza che, nonostante le numerose sconfitte, si concluse con l’annessione delle due Regioni. Mancava ancora Roma, conquistata il 20.9.1870 (Breccia di Porta Pia) con conseguente frattura tra Stato italiano e Chiesa, sanatasi poi con i Patti Lateranensi del 1929. L'Italia Unita era quasi realizzata, benché mancassero ancora il Trentino-Alto Adige e la Venezia Giulia. Ma gli Italiani, dopo tanti secoli di frantumazione politica e diverse dominazioni, avevano mentalità, dialetti ed abitudini completamente differenti. Per cui, come disse Massimo D’Azeglio, “Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli Italiani”.

Egidio Todeschini   

.28.1.2010