Mali antichi e recenti bloccano l’Italia

 Come si è formata nei secoli l’identità nazionale. Solo la Storia aiuta a comprendere il perché del nostro declino. Al quale occorre reagire

  

Un attento lettore, non Italiano ma amante della nostra Penisola, constatato lo “stato precario in cui si trova”, mi pone una domanda imbarazzante: “Esiste in Italia, come nel Risorgimento (Rosmini, Gioberti, Cattaneo), un fermento filosofico e teologico che sia in grado di rimuovere alle radici i mali che la fanno affogare nella debolezza e mediocrità? C'è in vista qualche fermento in grado di elevare e rinvigorire l'Italia a nazione forte ed esemplare in tutto il mondo, come lo auspicava all'inizio dell'ottocento Vincenzo Gioberti con il suo Primato”? 

E’ quesito che presuppone una conoscenza della filosofia politica che non ho; che invoca "fermenti teologici" che oggi però sono mal tollerati! E’ vero quello che il lettore scrive: “Dio si è fatto uomo in Cristo a cui piaceva andare al tempio e disputare con grande passione”; ma dubito che serva far sì che “ogni parrocchia nel suo piccolo faccia il massimo sforzo per esser un centro di disputa accanita ed infiammata, di sconfinata voglia di approfondire la verità”. I preti sono uomini e, in quanto tali, valutano gli eventi, i politici, i diritti, i doveri e tutto ciò che influisce sulla sorte di un Paese anche in base alle proprie convinzioni, a volte ai pregiudizi o alla cultura dominante. Gli esempi non mancano.

Ne cito uno: quel Rosmini che nel 1800, intuita la mutazione culturale dei suoi tempi, determinata dall’Illuminismo ed alimentata dal progresso scientifico e tecnico, capì che la “Ragione” staccata da Dio avrebbe fatalmente portato a quello che ora chiamiamo nichilismo. Sostenne che "il miglior bene che si può fare all’uomo non è dargli il bene, ma renderlo autore del proprio bene"; e criticò alla Chiesa le sue “Piaghe”, tra cui il potere temporale. Le gerarchie ecclesiali all’epoca misero all’Indice alcune sue opere e nel novembre 2007 lo hanno dichiarato Beato.

Con altri si è verificato il contrario: prima osannati, poi dimenticati. E’ il caso di De Amicis, il socialista una volta sempre menzionato, ora scomparso dalle antologie scolastiche e dichiarato “cadavere” da Umberto Eco perché il suo “patriottismo” è inteso come nazionalismo fascista. Predicò infatti l’educazione e l’elevazione della classe operaia, l’attenzione ai poveri, agli umili, agli emigranti, ma lo fece in termini non marxisti o protestatari: quanto basta per metterlo alla gogna.

Due esempi, tra i tanti, che rilevano la natura delle malattie che impediscono all’Italia di diventare Paese “normale e moderno”: da una parte l’ideologia che trasforma l’avversario in nemico da abbattere o da ignorare; dall’altra il corporativismo, cioè quella specie di famiglia allargata che, grazie alla propria “rete di amicizie e solidarietà, permette di aggirare gli ostacoli, scavalcare le norme e ottenere comunque il permesso, la licenza o il favore desiderati” (Sergio Romano, Le Italie parallele, Longanesi).

Malattie, al contempo causa ed effetto della storia italiana, che, protratte nei secoli, non hanno permesso d’intendere la “politica” nel vero significato etimologico (= etica dello Stato); né di acquisire quel senso di “società” che consente di agire in nome dell’interesse pubblico, di anteporlo a quello personale o del gruppo di appartenenza, quindi di progredire. La nostra identità si è forgiata attraverso perenni lotte intestine che, sventolando la bandiera di un progetto politico, miravano a mantenere e ad accrescere i privilegi, i benefici e il potere della “famiglia” o dello “staterello” di appartenenza.

Guelfi e Ghibellini, Bianchi e Neri, Vescovi e Principi, Signorie e Liberi Comuni non aspiravano a creare la Nazione Italia, ma a sopravvivere. Per questo si rivolsero alle Potenze straniere; o si allearono tra di loro in funzione dell’utilità del momento, salvo dissociarsi se faceva comodo; oppure s’improvvisarono “mecenati” degli intellettuali, pronti però a mandarli in esilio, se questi auspicavano un cambiamento del sistema. Intanto la povera gente non poteva che adattarsi ed ubbidire alla legge del “Tengo famiglia” o del “Francia o Spagna, purché si mangia”.

Le cose non cambiarono, nel 1861, con l’Unità che creò lo Stato, non la Nazione. Unificò 22 milioni di cittadini il 73% dei quali era analfabeta e solo il 2,5% parlava l’italiano; mise le stesse tasse al Nord, più ricco ed industrializzato, e al povero e contadinesco Sud che visse un lungo periodo di forte emigrazione; impose la “lira” a gente abituata da secoli a gestire altre monete; istituì un servizio militare biennale che, specialmente nel Mezzogiorno, tolse mano d’opera alle famiglie; espropriò i beni della Chiesa, riaccendendo lo scontro tra cattolici e laici.  

Gli eventi successivi, compresi quelli internazionali, non migliorarono la situazione: il fascismo diede al Paese un esecutivo forte e capace di risanare l’economia post bellica, ma soppresse le libertà civili; la Repubblica democratica ha (in teoria) restituito la sovranità ai cittadini ma ha reso deboli i poteri del Governo, sopraffatto dalla partitocrazia, e, soprattutto, “ha seminato il terreno su cui sono cresciute le tre grandi emergenze dello Stato: il terrorismo, la criminalità organizzata, la corruzione” (Sergio Romano, ibidem).

Ha anche dato alimento alle nuove “famiglie corporative” (Partiti, Sindacato, Corpo accademico, Magistratura, Confindustria, eccetera), diverse dalle feudali ma con lo stesso obiettivo: appagare se stesse e prevalere sulle altre. I cittadini, ancora divisi tra laici e clericali, tra terroni e polentoni, tra federalisti e nazionalisti, tra classisti e liberali, le assecondano, senza rendersi conto di partecipare così al declino del Paese. Ma pagandone il prezzo.

Egidio Todeschini

 

  25.1.2008