Quei ragazzi senza ideali e senza futuro

Dopo i fatti di Catania si è parlato molto di cosa fare per sanare il calcio. Ma sarebbe ancora più utile cercare di salvare i giovani

 

 Sconvolgente apprendere della guerriglia che il 2 febbraio scorso ha sconvolto la città di Catania e causato la morte del poliziotto Filippo Raciti. Sconcertante appurare le grette ragioni del tafferuglio, l’insana violenza che lo ha caratterizzato, l’abbondanza di armi, più o meno improprie, usate a tal fine, l’aggressività, mascherata da spirito sportivo. Scioccante scoprire che una partita di calcio può essere sfruttata per attaccare le Forze dell’Ordine. Ma lascia ancor più sbigottiti notare che opinionisti, politici e sportivi si siano occupati e preoccupati più delle partite da salvare che non dei giovani, spesso minorenni o addirittura adolescenti, da ricondurre sulla retta via del rispetto, della disciplina, delle regole del vivere civile.

Per giorni giornali e reti Tv hanno dedicato pagine e spazi al problema degli stadi da sistemare o da chiudere, delle partite da sospendere o giocare a porte chiuse, delle responsabilità delle società calcistiche, del sì o no all’intervento preventivo della polizia, dell’esempio degli hooligan sbaragliati dalla Thatcher. E nessuno, o quasi, che abbia puntato il dito sul perché i giovani d’oggi sbandino così facilmente. Nessuno, o quasi, che abbia attirato l’attenzione sulla carenza, nella gioventù odierna, di certezze, di valori e di regole. Nessuno, o quasi, che abbia colto la relazione di causa ed effetto tra mentalità degli adulti e sbando dei giovani.

E’ la cronaca a dirci che qualcosa manca nel loro bagaglio culturale ed educativo. Non voglio generalizzare, non tutti i giovani sono come gli ultrà che aggrediscono la polizia o come i patiti del video-telefonino che picchiano, violentano o irridono per mandare le loro prodezze su Internet; e neppure come il diciassettenne “Marchino” di Milano che, con due giornalisti del Corriere della Sera (che non biasimano!), si vanta di “prenderle e darle, perché è divertente, perché sei pieno d’alcool e perché è bello fare a botte”.

Ma è un fatto che ogni giorno ci s’imbatte in un nuovo episodio di micro o macro criminalità firmata da giovincelli, perfino da adolescenti; che i teppisti non sono più minoranza irrilevante; che le loro bravate si spingono sempre più spesso fino a rasentare la tragedia o a realizzarla. E che, a motivarli di volta in volta, è la droga, il cui consumo va incrementandosi, o il conformismo o un errato spirito di protagonismo.    

E’ una gioventù, quella di oggi, che rischia di crescere senza anima, senza speranze, senza convinzioni, senza personalità, senza sufficiente cultura. Soprattutto senza rispetto per gli altri. Una gioventù che, dalla famiglia, dalla scuola, dalla televisione, dai politici, dagli opinionisti, è indotta alla perdita dei valori morali e sociali, all’egoismo, all’aggressività, alla dipendenza dalle mode, alla sudditanza psicologica al proprio gruppo di appartenenza. Una gioventù che cresce convinta di dover avere subito tutto ciò che desidera e di essere sempre “capita e scusata”, qualunque cosa faccia; alla quale non s’insegna più la differenza tra bene e male o il significato della parola “dovere”, ma solo quello di “diritto”.

Tutto ciò è frutto dei tempi e dei pessimi esempi che gli adulti offrono. Ad incominciare dai genitori, spesso assenti, a volte litigiosi e sempre “perdonisti”. Leggo che il padre del diciassettenne imputato dell’assassinio di Raciti, non solo ne prende le difese (“mio figlio è usato come capro espiatorio, è vittima di un linciaggio mediatico”), ma arriva perfino a sostenere che “i disordini…rappresentano una cosa voluta dalla polizia”, e non ha remore a “difendere” quei ragazzi che avrebbero solo reagito al lancio di lacrimogeni! Leggo pure che, a Milano, i genitori di alcuni minorenni, arrestati per una rissa, se la sono presa violentemente con i poliziotti ma non hanno creduto non dico di dare una sberla, ma almeno di rimproverare i propri figli.

Se la famiglia è carente, la politica, che trasforma in nemico da abbattere l’avversario, non lo è da meno. Offre uno spettacolo quotidiano di violenze verbali, perfino di insulti al Pontefice, che certo non educa al rispetto delle opinioni altrui e alla buona creanza. Non solo: eleva al rango di “onorevole” il no global Caruso, indagato per rapina, resistenza a pubblico ufficiale e non so più cos’altro: non c’è da stupirsi se ora addebita la tragedia di Catania “all’insufficiente addestramento della polizia”. Quella politica che trasforma in “eroe”, dedicandogli alla Camera una sala, il Carlo Giuliani che, a Genova, incappucciato ed armato di una bombola, tentava di ammazzare un carabiniere. E che fa sedere in Senato, tra i banchi di Rifondazione Comunista, la madre, Haidi Giuliani. La quale non ha creduto di porgere le proprie condoglianze alla vedova e ai figli del poliziotto ucciso. 

E che dire della televisione che eccede in scene di violenza e d’impudica sessualità? Che dà visibilità, solleticando così il loro protagonismo, a personaggi tutt’altro che degni di rispetto? Neppure la collettività e le altre Istituzioni sono esenti da responsabilità. Do, in merito, la parola a Sergio Romano (Corriere della Sera di qualche giorno fa): “La violenza negli stadi… è figlia dell’atteggiamento remissivo e conciliante con cui abbiamo assistito alla crescita di un intollerabile teppismo urbano. Abbiamo permesso che le scuole venissero occupate e messe a soqquadro. Abbiamo tollerato che le manifestazioni dei centri sociali si lasciassero dietro una scia di vetri rotti e muri sporchi…I teppisti hanno goduto di una sostanziale impunità perché erano “figli” per i genitori, “elettori” per gli uomini politici, “tifosi” per le società calcistiche, “ribelli sociali” per la sinistra massimalista, “vittime della società” per i magistrati progressisti”.

E conclude, l’articolista, rilevando che “quanto più esteso e profondo è il bacino delle licenze quotidiane, tanto più grave e robusta cresce la pianta della violenza”. E cresce anche quel “disagio giovanile” denunciato dal Papa, al quale si può dare rimedio solo con un serio esame di coscienza da parte di tutti e con il riesumare i soli mezzi efficaci per salvare i giovani: il buon esempio e l’educazione.

Egidio Todeschini

 

17.2..2007