Tante speranze e poche certezze

Ancora molti i motivi d’incertezza su amnistia, riforma costituzionale, politica estera, economia. Le incoerenze di ieri e di oggi

  

E’ naturale, a luglio, sognare ferie serene e riposanti. Tuttavia penso che noi tutti partiamo portandoci dietro un bagaglio pieno di punti interrogativi sul futuro del nostro Bel Paese, che sembra non saper trovare la via del senso civico e del progresso. Istituzionale, sociale ed economico.

Troppi, ancora, i motivi di discussione, di tensione, di sospetti. Numerose le decisioni da affrontare sulle quali influiscono riserve mentali, pregiudizi, rivalità nascoste ed opinioni diverse all’interno delle due coalizioni. Molti gli stimoli conservatori, ideologici o di rivalsa che condizionano l’azione dell’opposizione e la tenuta della maggioranza. Il che non aiuta ad affrontare i tanti problemi dalla soluzione dei quali dipendono il prestigio internazionale dell’Italia e il benessere dei cittadini.

Nei primi sei mesi dell’anno abbiamo assistito ad un crescendo di polemiche, di promesse non mantenibili, d’informazioni volutamente errate, di accuse a volte infondate, di catastrofici proclami. Il risultato lo conosciamo: la risicata vittoria del centrosinistra alle politiche; il bis più sostanzioso alle successive amministrative di maggio e, per concludere, quel secco e consistente “no” alla riforma costituzionale con il quale si è concluso il tormentato trimestre elettorale. 

In democrazia sono i cittadini a decidere. In tre votazioni, hanno espresso la loro delusione per il Governo di Berlusconi, la speranza in una coalizione più fattiva, la convinzione che la Costituzione va bene com’è o, comunque, che va modificata diversamente. Non hanno tenuto conto del fatto che il centrosinistra, composto di almeno dieci sigle partitiche, è un agglomerato che ha in comune non unanimi obiettivi e mezzi collegiali per raggiungerli, ma solo il desiderio di abbattere il “nemico” Berlusconi. Ed oggi, infatti, i suoi esponenti si scontrano in continuazione.

Gli elettori non hanno afferrato a fondo il problema, tutto italiano, della debolezza del sistema governativo che, dal 48, rende aleatoria la sorte di ogni Esecutivo. Il Primo Ministro è sempre alla mercé dei soci: se Berlusconi ha dovuto battagliare e spesso cedere di fronte ai ripetuti e minacciosi aut aut degli alleati, ora Prodi, per sopravvivere, deve sorvolare, correggersi, ammorbidire, magari ricorrere al voto di fiducia.

Agli Italiani è sfuggita l’utilità di una Costituzione riformata. Non hanno capito che il fronte del “no” aveva interesse a non riconoscere un maggior potere decisionale al Capo del Governo, perché ciò avrebbe limato quello di ciascun partito. E non hanno colto la menzogna di una propaganda sulla negatività del federalismo, come se non fosse già stato introdotto, e male, dal centrosinistra nel 2001. E’ anche vero che il centrodestra, forse impegnato a leccarsi le ferite delle due precedenti sconfitte, non ha saputo adeguatamente motivare i contenuti della riforma. 

Il risultato è che oggi tutti litigano su tutto. Sul rinnovo delle missioni di pace; sulle riforme fiscali; sulle liberalizzazioni di alcuni mestieri o professioni, sulla finanza statale, sulla fusione in partiti unici, sia nel centrodestra che nella maggioranza. Ognuno dice la sua, critica il proprio collega di partito, sospetta dell’altro. Qualcuno parla già di ribaltoni. Non è un bel vedere. E, a rimetterci, è soprattutto il prestigio dell’Italia.

Si combatte anche in tema d’infrastrutture. Prendiamo la Tav della Val di Susa: i Verdi si oppongono, Prodi propone una nuova commissione di studio, altri contestano, ed intanto l’Unione Europea, che ne sostiene una parte della spesa, aspetta. Fino a quando? Non si sa. Braccio di ferro anche per le altre vie di comunicazione da realizzare o migliorare. E l’Italia, nel frattempo, resta fanalino di coda nel sistema viario. Niente da fare: tutti parlano ma tutto è fermo. Compresi i numerosi scioperanti.

E l’annosa, necessaria riforma costituzionale? Per parlare, se ne parla. Ma non sul contenuto, che è quel che conta, ma su chi deve stenderne il testo. Una nuova bicamerale? Una commissione mista di “saggi”, parlamentari e docenti universitari? Solo il Parlamento? Per ora, si discute e basta. Di certo c’è solo il disegno di legge, presentato dai diessini, per cambiare l’articolo 138, quello che stabilisce le modalità delle revisioni costituzionali: niente più referendum confermativo ma approvazione a maggioranza di almeno due terzi. Un guaio, se passa: chi metterà mai d’accordo almeno 666 parlamentari appartenenti a 15 partiti diversi, ciascuno con le proprie opinioni, la propria storia, le proprie ideologie?

Succederà quel che accade già ora per la concessione dell’amnistia. Dal 1989, periodicamente, se ne parla, poi tutto finisce nel dimenticatoio. Ora il Ministro di Giustizia, Mastella, la ripropone, la discussione alla Camera è fissata per il 24 luglio, intanto i “sì” e i “no” abbondano in entrambe le coalizioni. Intendiamoci, è lecito avere opinioni diverse, in merito: innegabile che il provvedimento ha valore umanitario e servirebbe a rendere più vivibili le prigioni, ormai strapiene. Ma, a rigore, non ha torto neppure chi sostiene che spetta piuttosto alla Magistratura accorciare i tempi giudiziari; o chi pensa alla sicurezza dei cittadini. Ed anche chi rileva che i provvedimenti precedenti non hanno risolto il problema della sovrappopolazione delle galere né ridotte le pratiche processuali.

Sta di fatto che sono ancora tanti i pareri diversi spesso anche in seno allo stesso partito. Ma, a rendere pressoché impossibile arrivare ad un compromesso, quindi ad una decisione, non è tale diversità, è la nuova legge sull’amnistia, approvata nel 1989, con la quale è richiesta una maggioranza di due terzi. Ed infatti da 17 anni non ce ne sono più state. Ci riuscirà il centrosinistra?

Egidio Todeschini

 

 

11.7.2006