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La violenza non avrà l’ultima parola Le cronache quotidiane parlano di violenza fisica e morale. Però la pace e la concordia sono raggiungibili. Basta crederci
A suggerirmi l’argomento di questa settimana è il tema elvetico del Sacrificio Quaresimale di quest’anno: “E’ la nostra fede, la violenza non avrà l’ultima parola”. Non ho intenzione però di fare un sermone, piuttosto affrontare il problema da uomo qualunque e contribuire, da uomo qualunque, a risolverlo. E’ dovere di ciascuno di noi, indipendentemente dalla fede, dal credo politico, dalle doti caratteriali e culturali. Perché la violenza colpisce tutti, direttamente o indirettamente; spinge al pessimismo, fa perdere fiducia in un avvenire migliore, perfino induce a credere che nulla è cambiato, dal primo omicidio di Caino ad oggi. Come se Cristo non fosse morto e risorto per noi. E’ innegabile: la violenza sembra imperare oggi. Ne fa fede lo spettacolo di sangue e di orrore che quotidianamente arriva ai nostri occhi, con il suo drammatico elenco di omicidi, attentati, rapimenti, attacchi dinamitardi e manifestazioni pseudopacifiche. Ma anche con l’interrotta serie di insulti, di immagini e volgarità gratuite, che offendono, umiliano, diffamano. Li troviamo ovunque, i maltrattamenti, sia fisici che verbali: nella cronaca e nei filmati, nelle famiglie e nella società; colpiscono peccatori ed innocenti, si manifestano tra clan avversari, Stati e gruppi etnici o religiosi; attaccano le Istituzioni e non risparmiano i giovani, le donne e i bambini. E uccidono, sempre, fisicamente o moralmente, aprendo così la porta a desideri di vendetta e di giustizia fai-da-te. Un circolo vizioso. A volte gli atti violenti sono perfino legalizzati e cambiano nome. Si chiamano pena di morte, aborto, eutanasia, ricerca scientifica (sugli embrioni, per esempio), libertà di opinione, guerra preventiva o umanitaria, “resistenza” o altro. Però è violenza, sancita per legge ed accettata per conformismo, per egoismo, per ideologia, per fanatismo, per rassegnazione, per una malintesa concezione dei diritti e delle libertà. Altre volte ci vengono offerti come svago, al cinema o alla televisione, sotto forma di film truculenti o spettacoli volgari. E li subiamo passivamente, per inerzia, per abitudine, per disprezzo o ignoranza dei loro effetti perversi. Certo, c’è sempre stata, la violenza. Basta leggere la Bibbia o un qualunque libro di storia: guerre, rivoluzioni, invasioni, schiavitù, campi di concentramento, stermini, genocidi, leggi atroci, dittature e carneficine varie. Violenze di popoli ed anche di singoli individui: omicidi, vendette, sfruttamento dei più deboli, rapimenti, plagi, calunnie e via elencando. Vi troviamo anche la Passione di Cristo, quel Venerdì Santo nel quale non Gli fu risparmiato nulla, dalle frustate agli insulti, dalla corona di spine agli sberleffi, e che rappresenta la sintesi di tutto il male che gli uomini possono compiere. Ma il fatto che la violenza esista e sia sempre esistita non significa che debba prevalere. Noi tutti dobbiamo contrastarla, combatterla e, se non abolirla del tutto, quanto meno limitarla, ridurla ad episodio sporadico dovuto a follia o a stoltezza, non a fanatismo e a piacere perverso. Ed impegnarci senza aspettare che la “pace” scenda dal cielo o che la fratellanza e l’armonia siano ristabilite per decisione dei Capi di Stato. E’ vero, le autorità possono fare molto, in materia, e in parte lo hanno già fatto, con la creazione dell’Unione Europea, per esempio, che potrà convincere o meno ma che ha messo fine, ci si augura per sempre, alle secolari guerre continentali. E cosa sono, se non segnali di una futura pace, le libere elezioni irakene, la pacifica manifestazione libanese contro la Siria, la rinnovata stretta di mano tra Sharon ed Abu Mazen, la nuova politica filo-occidentale di Gheddafi, la stessa condanna, da parte di alcune personalità arabe, del terrorismo e dei kamikaze? E dopo i politici, ben vengano i magistrati, se condannano in maniera esemplare o emettono sentenze degne di rilievo. Come quella della Corte suprema americana (l’equivalente dell’italica Corte Costituzionale) che abolisce la pena di morte per reati compiuti da minorenni. O quella della nostra Cassazione che, partendo da una causa per diffamazione, sferza i “vip”, dello spettacolo, della stampa, dello sport, della Tv, perfino della politica, che spesso e volentieri fanno sfoggio di volgarità ed insulti calunniosi. Ai quali ricorda che la parolaccia ha “un’indubbia carica offensiva”, sottolineando che “a volte l’eccessiva libertà di critica e di espressione risulta più dannosa della violenza fisica”. E noi, gente comune, cosa possiamo fare? Intanto riabilitare la giusta severità con i figli, in maniera che non crescano convinti di godere di tutti i diritti, anche di quelli che conducono al male: è la carente educazione ricevuta a casa e a scuola, a volte anche in chiesa, a fare aumentare ovunque la criminalità giovanile. Poi ridare forza a quei valori fondanti della società, la famiglia, il rispetto per gli altri, la fratellanza, l’accettazione del “diverso”, l’umiltà: troppo spesso gli atti di violenza sono frutto di ripicche, di arroganza, di presunzione. Infine aprirci al dialogo, senza rinunciare però a contrastare, con i fatti ed il raziocinio, le opinioni sbagliate, e a condannare, senza giustificazioni di sorta, le azioni riprovevoli o i giudizi offensivi, chiunque sia a compierle o ad esprimerli. Possiamo pure influire sui produttori di film o di spettacoli televisivi lascivi e/o violenti, che così negativamente agiscono sulla psiche umana, togliendo loro, con il nostro rifiuto ad assistervi, la scusa dell’audience e dell’incasso al botteghino. Dobbiamo soprattutto non “fermarci al Venerdì Santo ma mirare alla Pasqua”, come ci suggerisce la fede cristiana. Credere cioè che la violenza non è invincibile. E lasciare aperta la porta della speranza.
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