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Ignobile inerzia sulle stragi dei cristiani Nel mondo continuano le violenze contro le comunità cattoliche e protestanti. La stampa ne dà notizia ma le autorità non intervengono
Si susseguono in Cina, Irak, Iran, Sudan, Turchia ed in altri Paesi dell’Asia e dell’Africa, gli attacchi violenti e sanguinosi alle comunità cristiane. Ora è l’India, specialmente lo Stato di Orissa, a prenderle di mira. Le cronache parlano di un prete e di una suora denudati e fatti sfilare in pubblico; di 4 sacerdoti ustionati; della cooperatrice di un orfanotrofio, Rajni Maji, arsa viva. Sono stati abbattuti chiese (52), istituti (6), conventi (4), ospedali, ostelli alloggi per giovani (5) e centri sociali (35); aggredite perfino alcune suore dell’Ordine di Madre Teresa, accusate di aver “sequestrato e convertito i lattanti (!)”. Una persecuzione ininterrotta alla quale la polizia locale non sa (o non vuole) porre un freno; si contano già parecchi morti ( 100 secondo alcune fonti); 200 case danneggiate; centinaia di auto e altri oggetti personali incendiati. Una strage che va estendendosi anche in altri Stati della Confederazione indiana, come confermato da Sajan K. George, responsabile del Global Council of Indian Christians; che ha spinto migliaia di cristiani a rifugiarsi nelle foreste o in campi profughi ove sono però costretti a riconvertirsi all’induismo, pena nuove violenze, ed obbligati perfino a partecipare alle aggressioni ai cattolici. Un eccidio di cui la stampa all’inizio ha dato più o meno ampi resoconti e trovato varie motivazioni che tuttavia non giustificano tanta violenza: qualcuno ha rilevato che, essendo la società indù, come quella islamica, ancora profondamente maschilista (secondo stime recenti, è in aumento l’aborto selettivo a danno, pare, di mezzo milione di bambine ogni anno) e caratterizzata da una rigida struttura per caste, non accetta la dottrina cristiana secondo la quale tutti, uomini e donne, in quanto figli di Dio, hanno pari dignità. Altri spiegano le recenti violenze con la ribellione al consumo di carne bovina in un Paese in cui la vacca è sacra. Altri ancora, e tra questi P. Augustine Kanjamala, dottore in sociologia della religione, ritengono che il fondamentalismo indù intenda frenare, con una persecuzione che dimostra l’efficacia della missione cristiana, le trasformazioni sociali dovute alla conversione, all’istruzione e all’emancipazione, grazie alle quali si sottraggono esseri umani allo schiavismo (il 40% della popolazione dell’Orissa è costituita da fuori-casta). Pochi - come ad esempio la Conferenza Episcopale Europea - hanno messo in evidenza lo scarso vigore degli ufficiali di polizia e l’inattività di alcuni ministri locali, che fanno pensare ad una connivenza, per motivi politici (lo Stato è governato da una coalizione sostenuta da un partito fondamentalista indù), delle autorità statali, evidentemente dimentiche sia di ciò che ha fatto, in nome di Cristo, Madre Teresa di Calcutta, sia della speranza di Gandhi che, in un’India laica ed aperta a tutte le religioni, auspicava l’eliminazione delle caste e la dignità dei rurali, da lui definiti “figli di Dio” (harijian). Scarse anche le notizie sull’appello, lanciato da alcuni prelati del posto, affinché “i cristiani di tutto il mondo esprimano la loro protesta verso il governo indiano”. Con “cristiani” intendono i Governi occidentali e le associazioni umanitarie. Che, invece, tacciono. Se l’India deve vergognarsi, l’Europa può solo arrossire, visto che, con poche eccezioni, tra cui quella del ministro Frattini, nessun governo ha osato dire qualcosa in merito ed esigere la fine delle ostilità. Neppure i pacifisti si sono fatti sentire e, quando hanno parlato, era per ipotizzare che dietro le accuse dei radicali indù ci fosse una qualche verità. Ennesimo esempio, questo di quella propaganda che, per effetto dell’Illuminismo, dell'ateismo, del comunismo e del laicismo anticlericale “è riuscita a creare nei cristiani, nei cattolici soprattutto, una cattiva coscienza; ad instillar l'imbarazzo, quando non la vergogna, per la loro storia… a convincerli di essere i responsabili di tutti o quasi i mali del mondo”. Questa diagnosi è del docente di storia e sociologia dell'Università di Bruxelles, Leo Moulin, che nel 1992 strigliava i cristiani per essersi “lasciati presentare il conto, spesso truccato, senza quasi discutere. Non c'è problema o errore o sofferenza della storia che non vi siano stati addebitati. E voi, spesso ignoranti del vostro passato, avete finito per crederci... Invece io (agnostico ma storico che cerca di essere oggettivo) vi dico che non è vero”. Il 7 settembre Angelo Panebianco manifesta lo stesso concetto sul Corriere della Sera: “C’è l’idea che se uno è cristiano in Pakistan, in Iraq, in India o in Nigeria, e gli succede qualcosa, in fondo se l’è cercata. La tesi… secondo cui l’Europa debba ancora fare la penitenza per le colpe (alcune reali e altre no) accumulate nei suoi secolari rapporti col mondo extra occidentale”. Ecco la cristianofobia di chi condanna le vignette danesi su Maometto ma considera arte alcuni obbrobri sacrileghi, tra i quali l'opera del tedesco Martin Kippenberger, “La rana crocifissa”, o quella esposta a Bolzano, di Marco Chiurato, “Gesù in croce con erezione del pene”. Di chi reputa un “resistente” il terrorista kamikaze ma ritiene che Benedetto XVI sia “un papa integralista, peggio degli islamici”. Di chi mette sotto inchiesta un sindaco (Gentilini, di Treviso) per istigazione all’odio razzista, solo per aver detto di non volere “zingari che chiedano l’elemosina, clandestini che compiano atti illegali, e, almeno per ora, moschee e centri islamici”, ma applaude chi, come la Guzzanti, condanna il “peccatore” Ratzinger alle pene dell’inferno. Di chi, di fronte ai massacri anticristiani, si guarda bene dal prendere provvedimenti. Rendendosi così vergognosamente corresponsabile. Egidio Todeschini
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