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Il voto di religione che fa tanto discutere Per il Tar di Roma è discriminante e non deve incidere sugli scrutini. Ma il Cattolicesimo esprime il nostro patrimonio storico e culturale
A riscaldare ulteriormente il già torrido clima politico italiano è arrivata il 12 agosto scorso la notizia della sentenza n. 7076 del 17 luglio, con cui il Tar di Roma aveva accolto il ricorso presentato, tra gli altri, dalle Chiese Evangelica, Luterana, Valdese e l'Unione delle comunità ebraiche, per effetto della quale si decreta che la frequenza dell'ora di religione cattolica non concorrerà a “l'attribuzione del credito scolastico per gli esami di maturità”, in quanto "un insegnamento di carattere etico e religioso, strettamente attinente alla fede individuale, non può assolutamente essere oggetto di una valutazione sul piano del profitto scolastico". I giudici ne fanno una questione di principio. Affermano che, in una società democratica, ciò è “violazione del pluralismo”, “una forma di discriminazione, dato che lo Stato Italiano non assicura identicamente la possibilità per tutti i cittadini di conseguire un credito formativo nelle proprie confessioni ovvero per chi dichiara di non professare alcuna religione”. Vero, però dimenticano, quei giudici solerti, che gli studenti che scelgono materie facoltative come il basket, la danza classica, la chitarra, i corsi di cucito&filato, di cucina creativa, per sommozzatori, i crediti li ottengono. In tutto, tranne che nella religione cattolica scelta da oltre il 90% degli scolari. Questa non è discriminazione? Ed è domanda che pongo non da sacerdote ma da cittadino. Inevitabili le polemiche tra chi giustamente contesta e chi ideologicamente applaude, magari raccontando panzane. Se è ovvio che i ricorrenti esprimano viva soddisfazione, è invece incoerente Antonio Di Pietro, leader dell'Italia dei Valori, quando afferma che “non ci può essere discriminazione nel profitto scolastico su base religiosa. L'ingiustificata disparità di trattamento viola Costituzione e diritti dell'uomo”. Forse dimentica (o ignora?), come coloro che accusano il Vaticano d’interferire nella politica “laica” italiana, che il rapporto tra Chiesa e Stato è regolato dal Concordato inserito in Costituzione (l'art.7), mentre, per le altre religioni, (art. 8), vigono i singoli accordi stipulati con le diverse rappresentanze religiose. Gongola invece Marco Rizzo, dei Comunisti-Sinistra Popolare, che mente sapendo di mentire quando dichiara che “finalmente si riconosce agli studenti il diritto ad essere esaminati da docenti scelti con pubblici concorsi e non dal giudizio insindacabile delle curie vescovili”: da membro, fino al 2004, della Commissione parlamentare “Cultura, Scienze e Istruzione”, sa che gli insegnanti di religione sono reclutati dalle autorità scolastiche, sia pure “previa intesa con l’Ordinario diocesano della Regione”. Non è il solo a gioire: altri sostengono addirittura che, per evitare che “la scuola pubblica diventi ostaggio di mille diverse religioni”, è meglio “metterle tutte fuori dalla porta”. Non mancano, però, le critiche: la sentenza su una questione così delicata, tra l’altro incomprensibilmente emanata da un Tribunale amministrativo regionale, pretende di eliminare una discriminazione. In realtà la mette in atto, in nome di un malcelato relativismo. Da qui i giudizi negativi, e non solo degli ambienti ecclesiastici: la Cei (Conferenza episcopale italiana) definisce la sentenza del Tar una “decisione vergognosa e pretestuosa”; l'Osservatore romano scrive che “discrimina di fatto sei milioni di studenti che hanno scelto l'insegnamento della religione come materia scolastica e tutti quei docenti che, dopo aver superato un concorso, si trovano ora a essere considerati professori di serie b”; mons. Diego Coletti, presidente della Commissione episcopale per l'educazione cattolica, la scuola e l'Università, che la ritiene “povera di motivazioni”. Numerose anche le reazioni politiche, dal centrodestra che parla di sentenza "discutibile" e di “deriva anticattolica” (Maurizio Gasparri), ma pure dall’opposizione: Paola Binetti (Pd) difende la presenza dei prof. agli scrutini e il deputato dell'Udc, Luca Volonté, approva la decisione del ministro Mariastella Gelmini di far ricorso al Consiglio di Stato perché “trattasi di una sentenza ideologica”. Ricorso però sospeso perché il 19 agosto è diventato legge il nuovo Regolamento sulla valutazione delle scuole di ogni ordine e grado, emanato dalla stessa Gelmini, secondo il quale “i docenti di religione parteciperanno alla valutazione complessiva degli studenti. E la frequenza dell’ora di religione concorrerà al conteggio complessivo dei crediti formativi”. Decisione ministeriale impeccabile. Il Cattolicesimo esprime un patrimonio nazionale di Storia, di valori e di tradizioni letterarie ed artistiche. La cultura d’Italia è stata segnata, nei secoli, dalla sua presenza: cosa si comprende di Giotto, Cimabue, Leonardo o Michelangelo, per citarne qualcuno, se si è a digiuno della fede che li ha ispirati? E cosa di Dante, Ariosto, Tasso o Manzoni, se non si conosce la Sacra Scrittura? E come fanno gli immigrati non Cristiani, a comprendere la cultura e la storia d’Italia se non possono avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica? Magari inserendo, come propone Gerolamo Fazzini, direttore di Mondo e Missione, un’ora di “Storia delle religioni”, per offrire una conoscenza basilare ma rigorosa del loro contenuto. Il che, inoltre, aiuterebbe gli Italiani ad accettare il “diverso”. Egidio Todeschini
2.9.2009 |