Il senso civico ucciso dalla Storia

Il crollo dell’Impero d’Occidente e le diverse Italie che ne sono nate. La lotta antica tra fazioni continua oggi nell’antagonismo dei partiti

  

Tempo fa mi ha scritto un lettore. Ha notato che, a più riprese, nei miei articoli addebito alcune vicende nazionali alla mancanza di senso civico dell’italica stirpe, per cui mi chiede delucidazioni sulle cause storiche che hanno così negativamente influito sul nostro modo di essere tanto da renderci indifferenti all’identità nazionale. Un argomento complesso che, a mio parere, merita una risposta pubblica.

Finora non ne ho avuto occasione, anche se, commentando la cronaca politica e sociale, spesso mi riferisco a tale nostra caratteristica per nulla positiva e che ci distingue nettamente dagli altri popoli, europei e no. Ad offrirmela adesso è la notizia di una proposta di riforma costituzionale, che ha subito incontrato, sia pure per motivi diversi e contrastanti, la protesta della Lega e di Rifondazione Comunista.

L’idea è d’inserire nella Costituzione un articolo con cui sancire che l’italiano è “lingua nazionale” della Repubblica. Il “no” pervenuto dai bertinottiani, che trova una spiegazione - non certo una giustificazione - nel tentativo di accaparrarsi il voto degli extracomunitari, è determinato soltanto da motivi politici (“tale norma porrebbe una barriera insormontabile agli immigrati che non conoscono il nostro idioma”) e già contrasta con il senso d’identità nazionale che dovrebbe far comprendere che non ci può essere integrazione, tanto meno diritto alla nazionalità e quindi alla scheda elettorale, se non si conosce la lingua del Paese.

    Il rifiuto dei leghisti, invece, è dettato proprio da un errato senso di “tradizione” che prende origine dalla nostra storia, quale si è sviluppata nei secoli. Ritengono infatti che l’istituzione di una lingua nazionale (che peraltro esiste già, anche se spesso è bistrattata!) comporti il “rischio di far perdere le radici, connesse con i dialetti, delle popolazioni da noi rappresentate”. Come se i “padani” non fossero pure loro cittadini d’Italia.

La nostra Penisola per posizione geografica e per lunghezza delle coste, quindi di porti o punti d’attracco, è stata da sempre terra di correnti migratorie e, in conseguenza, di esperienze culturali diverse. Ciascuna delle quali (si pensi, per esempio, all’influenza della Grecia classica) ha lasciato il suo segno sulle popolazioni locali, contribuendo così, da una parte allo sviluppo della multiforme e ricca civiltà italiana, dall’altra alla persistenza di alcuni costumi propri delle genti qui arrivate.

 Che però la Roma repubblicana ed imperiale aveva saputo fondere ed unificare, sviluppando quel concetto di “Stato” e di “Nazione” che è alla base del senso civico. Concetto che si affievolisce, fino a scomparire, con la caduta dell’Impero romano e l’emergere di tante “Italie” ben distinte: longobarda e bizantina prima, poi dei Franchi, dei Normanni e degli Arabi, fino alle dominazioni francese, spagnola ed austriaca. Tante Italie, geograficamente divise dalle terre della Chiesa e politicamente favorite dal cosiddetto potere temporale del Vaticano.

E’ vero che il retaggio della latinità e la presenza del Papato hanno contribuito a tenere sotto controllo l’influenza distruttiva che poteva venire dallo scontro di tante culture; ma è anche vero che ha notevolmente impedito il sorgere nei cittadini di un sentimento di appartenenza ad un’unica comunità nazionale. Sentimento ostacolato anche dalla nascita e dallo sviluppo delle Repubbliche marinare (Genova, Venezia, Amalfi, Pisa) e dei liberi Comuni, nonché dalla trasformazione di alcuni di essi o dei feudi medievali in Principati o Ducati (dei Medici, dei Visconti, degli Sforza, dei Gonzaga, dei Malatesta, ecc.).

Comuni, Repubbliche, casate nobiliari e dominazioni straniere in lotta tra loro, in una continua alternanza di rivalità e di alleanze che la Chiesa favoriva nella perenne difesa del proprio potere politico. A farne le spese, ma anche a subirne gli effetti antipatriottici, fu la gente comune, sballottata tra guerre, lotte intestine e Governi cangianti: nessuna meraviglia che, pur di sopravvivere, adottasse i principi, tutti nostri, del voltagabbana opportunista (“Francia o Spagna purché se magna”!) e del “tengo famiglia”.

Un’assenza storica di Stato e di Nazione, quindi, che il potere pontificio non volle colmare e che diede origine alla disputa tra Guelfi e Ghibellini che dura tuttora (clericali e laici), e, a cominciare da Dante, alla convinzione che il declino politico del Paese coincidesse con la perdita del dominio romano e delle virtù latine - in particolare il senso civico che contrastava con la “universalità” della Chiesa - tanto da trasformare la Penisola in “nave senza nocchiere in gran tempesta” (Purgatorio, canto VI); in quell’Italia che Machiavelli dipinge “senza capo, senza ordine, battuta, spogliata, lacera e corsa”, perciò “pronta e disposta a seguire una bandiera, purché ci sia uno che la pigli” (finale de Il Principe). Ma chi la sventolò, quella bandiera, fu sempre colpito da scomunica.

Ciò spiega perché l’aspirazione unitaria nacque solo verso la fine del ‘700; perché il Risorgimento non coinvolse il popolo; perché, pur nell’Italia unita del 1861, la Politica, cioè l’antagonismo tra partiti ed antiche oligarchie, prese il sopravvento sull’interesse pubblico, sul concetto di Stato e sull’amor di Patria. Ancora oggi è così e viviamo un’assurda proliferazione di fazioni in lotta tra loro, come in passato: hanno solo sostituito le armi di una volta con le contumelie attuali.

Ancora oggi, pur di mantenere il potere politico, si punta su un arcaico campanilismo o sullo “straniero” (gli immigrati) e ci si ribella alla legalizzazione costituzionale della lingua. E si ritiene di poter tappare la bocca alla Chiesa che ammonisce sui valori morali di un popolo. Per secoli, è vero, essa non ha dato a Cesare quel che è di Cesare. Ma ora sono i presunti Cesari a non dare a Dio quel che è di Dio.

 Egidio Todeschini

 

10.1.2007