La nuova scuola che non piace

La riforma scolastica di De Mauro punta sul tecnicismo a scapito dell'istruzione. Aboliti esami, pagelle, interrogazioni e sistematicità d'insegnamento

Una volta c'era la scuola italiana. Quella di Gentile caratterizzata dalle tre "C": dare ai giovani Conoscenza e Competenza e renderli coscienti delle loro Capacità. Ha funzionato per decenni, contribuendo a plasmare la caratteristica tutta nostra che il mondo ci invidiava: cervelli fantasiosi, creativi, elastici e duttili. Forse forgiati più sulla teoria che sulla pratica, ma capaci di passare rapidamente dall'una all'altra. Poi nel 68 si è contestato il "nozionismo", le concezioni politiche e le pressioni sindacali hanno fatto il resto e la scuola è cambiata: sparita la meritocrazia nel reclutamento degli insegnanti, eliminata la selezione (Media unica), abolite le interrogazioni o i compiti in classe a sorpresa, ridotte le bocciature, modificati i criteri di giudizio. Voleva essere modernizzazione, ha generato tre malanni, di cui uno solo italiano: i docenti, burocratizzati e mal pagati, magari formati con il "6 politico", han perso competenza e stimolo; è aumentata l'ignoranza (il ministro dell'Istruzione Pubblica, De Mauro, rileva nella popolazione italiana un analfabetismo di ritorno del 33% ed una tendenza all'analfabetismo per un altro 33%); abbiamo il record degli abbandoni scolastici, sia a livello secondario (le punte massime si registrano nel primo biennio), sia a quello universitario, i cui tempi di frequenza si sono estremamente allungati.

Per porvi rimedio nel 1996 l'allora ministro Berlinguer pensò di rivoluzionare tutto il sistema. Doveva conciliare esigenze diverse: portare a livelli europei (16 anni) l'obbligo scolastico, rispondere alle richieste di autonomia delle Regioni, "occupare" i ragazzi per non aggravare l'indice di disoccupazione (ed impose la laurea alle maestre), inserire le materie ( lingue, informatica) che la globalizzazione imponeva. L'opposizione disse – solo malignità? – che sentiva anche l'esigenza, tutta ideologica, di sottrarre alle famiglie e alle scuole private l'educazione dei giovani, di penalizzare le materie umanistiche che stimolano lo spirito critico, ed indottrinare rendendo obbligatorio, nelle classi terminali, lo studio del Novecento. La "rivoluzione" sfociò in una riforma che mutilava le elementari, riduceva a 12 anni l'intero ciclo scolastico, limitava a 3 gli anni della scuola differenziata, accorpava gli indirizzi. Ebbe la delega a riempire i vuoti "cicli" con nuovi programmi ma non conservò il posto: troppe le critiche, anche dalla sua coalizione.

Il successore, De Mauro, non è un politico. Insigne linguista, lascia sperare in una "correzione" che ridia serietà alla scuola così tartassata e che invece ha il compito, sono parole sue, di "prendere per mano tutti i bambini e portarli ad alti ed accertati livelli di competenza". Quanto "alti" e come "accertati", non si sa, se dichiara anche che "bocciare è incostituzionale" e contesta "il modello confessionale delle interrogazioni" ai fini dell'accertamento della preparazione. Sta di fatto che copia un po' qui, un po' lì, ci mette qualcosa di suo, disdegna le selezioni che altrove premiano i migliori, sostituisce le pagelle con "patentini" con debiti e crediti scolastici, mantiene il valore legale del titolo di studio, amalgama il tutto ed offre all'Italia il frutto del suo lavoro.

Scontenta tutti, professori, sociologi, genitori, studenti, sindacati, storici, politici ed accademici, anche quelli di centrosinistra, perfino il suo predecessore. Ma resta convinto che il senso della riforma consista nel dire addio alla scuola dell'educazione per far nascere quella delle "competenze". Che sfornerà "abilissimi imbecilli" (la definizione è di un preside italiano!), gente capace di fare bene quel che il sistema produttivo richiede, ma incapace di usare cervello e coscienza. Si è garantito un posto nella Storia, il Tullio nazionale, rimane il dubbio se il "ragazzino asino trasformato prima in cavallo, poi in essere umano" (cito da lui) nella scuola così ristrutturata ne avrà sentore e memoria: sarà già molto se saprà distinguere Giulio Cesare da Cesare Borgia.

Illazioni gratuite? Vediamo e giudichiamo. I tre cicli si denominano "Scuola dell'infanzia" (dai 3 ai 6 anni, non obbligatoria), Scuola di base (7 anni, obbligatoria. Dal terzo anno, gli allievi alterneranno insegnamento elementare, con maestri, e medio, con professori), Scuola secondaria (5 anni, obbligatoria e non differenziata nel primo biennio, formativa nel triennio finale). Nella scuola di base, tutte le materie risponderanno al criterio "più pratica, meno nozioni": l'inglese si inizierà in prima, la seconda lingua dal penultimo anno. Consigliato, per "facilitare l'integrazione degli immigrati", il cinese o l'arabo! Per l'italiano si punta "al controllo della lingua", tenendo conto dei nuovi mezzi di comunicazione, televisione e computer. La matematica diventa strumento per "l'interpretazione del reale". Storia, geografia e scienze sociali van fatte in "interconnessione", anche se iniziano in tempi diversi: la storia, dalla quinta, sarà svolta cronologicamente una volta sola, nel triennio della Secondaria essendo trattata per "temi"; la geografia trascura la conoscenza fisica e politica del globo per tendere allo "studio delle società e delle tradizioni culturali", le scienze, che comprendono anche la tecnologia, saranno studiate "dal vivo".

Tutta pratica e molte contraddizioni: è stufo, il De Mauro, dell'analfabetismo scientifico, ma vi pone rimedio inventando la divulgazione in pillole "sul greto di un fiume o in un bosco". Constata l'analfabetismo italiano, ma invita le scolaresche a cavarsela con i quiz ed i professori ad "accertarne le competenze" senza interrogarli. Ammette che la Costituzione "è il testo meno conosciuto dagli Italiani, insieme al Vangelo", però elimina anche l'educazione civica. Ritiene che conoscere fiumi e capitali non sia sufficiente per capire un popolo, ma ne misconosce anche la necessità. Riabilita il mens sana in corpore sano dei Latini, ma l'inverte, mettendo la mente al servizio del corpo". Punta a creare "un approccio scientifico alla cultura storica", ma fa partire "il periodo fascista dalla Shoah (?!)" e le "sfide storiche contemporanee" dalle migrazioni. Professori e genitori dicono: speriamo che sia solo riforma elettorale. Vogliamo dar loro torto?

Egidio Todeschini