Gli scioperi che danneggiano l'Italia

Scioperare è lecito, ricattare no. La botte piena degli stipendi e la moglie ubriaca delle tutele sociali. Quel che il cittadino pensa

  Lunedì della scorsa settimana, a commento dello sciopero che bloccava l'Alitalia, tutti i telegiornali rilevavano, con soddisfazione, che l'astensione dal lavoro degli aeroportuali "non provocava disordini, proteste e lunghe code di spazientiti viaggiatori". Le telecamere inquadravano grandi spazi vuoti, pannelli con l'indicazione dei voli sospesi, sportelli chiusi e sporadici passeggeri, valigia al traino. A bofonchiare c'era solo chi proveniva dall'estero, ignaro e giustamente innervosito. L'idilliaco quadro, più volte ripetuto nel corso della giornata, sembrava voler trasmettere un duplice, tranquillizzante messaggio: che, se l'agitazione sindacale è regolarmente annunciata, la gente si adegua e che alla rabbia iniziale per gli scioperi, selvaggi o meno, subentra poi l'italica rassegnazione.
 Non so fino a che punto le Tv cogliessero nel vero. Dei due messaggi, il primo è lapalissiano e lascia il tempo che trova: è evidente che, se uno sa di non poter partire, o rinvia o sceglie un altro mezzo di locomozione; il secondo non tranquillizza affatto, piuttosto sconforta perché, da una parte, dipinge gli Italiani come estremamente passivi, dall'altra suggerisce l'idea che gli scioperi siano sempre giusti, legittimi, doverosi, inevitabili e messi in atto per tutelare i lavoratori. Passa invece quasi sempre sotto silenzio il danno che essi inevitabilmente comportano, ai lavoratori stessi e all'economia nazionale.
 
Intendiamoci, non contesto il diritto allo sciopero, tra l'altro garantito dalla nostra Costituzione. Né metto in dubbio l'utilità del ruolo sindacale, quanto meno fintanto che esso non deborda in agitazioni dal sapore più prettamente politico. E sono perfettamente cosciente del fatto che gli stipendi medi di certi funzionari pubblici d'Italia s'aggirano su cifre notevolmente inferiori a quelle dei pari grado degli altri Paesi europei, allorché il costo della vita, che una volta poteva giustificare tale differenza, ha raggiunto, verso l'alto, una certa uniformità. E non sono, queste, convinzioni solo mie: non è un caso se, pur tra le lamentele suscitate dal primo fermo a sorpresa dei mezzi pubblici milanesi – era l'uno dicembre del 2003 - gli stessi cittadini hanno mostrato solidarietà nei confronti di una categoria arrivata "per disperazione" all'atto estremo di un blocco selvaggio di autobus e tram.
 Però, come dicevano i Latini, c'è un limite, nelle cose. Un limite che dovrebbe essere posto dalla ragionevolezza e dalla consapevolezza che compete a tutti, non solo al Governo e agli eletti al Parlamento, occuparsi e preoccuparsi del benessere del Paese, dello sviluppo della sua economia, del mantenimento della sua pace sociale, del progredire del suo prestigio all'estero. Un limite che dovrebbe far capire che non è possibile avere la botte piena e la moglie ubriaca, nella fattispecie stipendi pari a quelli in voga in Europa e contemporaneamente diritti, tra i quali il non licenziamento, l'età pensionabile e magari anche gli orari lavorativi ridotti, che i lavoratori europei non hanno. E dovrebbe far comprendere che il continuare nelle agitazioni anche dopo la firma di un accordo, per indebolire il Governo o per effetto di faziosità sindacali, comporta un danno irreversibile agli stessi scioperanti e soprattutto all'Italia.
 Che già fa fatica, anche per motivi storici recenti e meno recenti, a mantenere il suo standard industriale; a convincere gli stranieri ad investire da noi (colpa delle tasse e dei tanti legacci burocratici imposti dallo Stato); a sostenere la ricerca scientifica e trattenere, quindi, i "cervelli" che potrebbero darle una spinta. E che non può più, come avveniva negli anni 70-80, puntare su una svalutazione della sua moneta per vincere la concorrenza ed incrementare, con l'esportazione, il Prodotto Interno Lordo (PIL). Ma che certo non riuscirà neppure ad attrarre capitali o turisti o scienziati dall'estero fintanto che offrirà l'immagine di un Paese in cui l'illegalità la fa da padrona, il malcostume impera, i servizi pubblici sono inaffidabili e i politici non fanno che demonizzarsi vicendevolmente.
 Non so fino a che punto le notizie apparse sui quotidiani italiani siano vere né sono un economista in grado di esporre una mia teoria in merito. Valuto piuttosto da persona comune che appura che, dei filotranvieri milanesi, a guadagnare poco più di 800 euro al mese sono solo i neo assunti in fase di apprendimento (come dire il 4% del totale), gli altri essendo mediamente pagati più del personale delle società private; ragiono da non addetto ai lavori che viene però a sapere che gli aeroportuali hanno sì stipendi inferiori, a parità di funzione, a quelli stranieri, ma che godono anche di un orario lavorativo minore, vanno prima in pensione ed ottengono più facilmente certificati di malattia fasulli. E hanno licenza di bloccare un servizio pubblico senza che un Reagan nazionale possa far ricorso ai militari dell'aeronautica.
 Giudico da cittadino che non apprezza il metodo del ricatto ("o cedi o non lavoro, tanto non puoi licenziarmi"), che non è né civile né sociale. E che non giustifica l'inerzia dei poteri giurisdizionali che chiudono un occhio davanti all'occupazione del suolo pubblico (strade, autostrade, ferrovie, scuole) o all'interruzione di un servizio, anch'esso pubblico oltre che essenziale. E che trova oltremodo diseducativo, non fosse altro perché spinge all'emulazione, il cedere, per amor del quieto vivere, alle pressioni di chi, tra l'altro, gode già di maggiori garanzie e tutele. E ne concludo, con il card. Ruini, che dovremmo tutti "riscoprire il valore dell'etica".

Egidio Todeschini      

 

21.1.2004