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SALUTO AL NUOVO PAPA
Don Primo Mazzolari è stato un prete famoso nei primi decenni dopo la guerra. Era un prete di battaglia, che per le sue idee all’avanguardia ebbe a soffrire molto. Prima di morire ebbe però la gioia di sentire con le sue orecchie le parole con cui Papa Giovanni XXIII, riconoscendolo durante un’ udienza pubblica, lo definiva “la tromba dello Spirito santo nella Valle Padana”. Qui di seguito è riportato un suo articolo apparso il 28.02.1939 sul quotidiano cattolico di Milano “L’Italia” - che oggi non esiste più - durante il Conclave dal quale il 2 marzo 1939 uscì eletto Pio XII. E’ un “pezzo” bellissimo, che può aiutare a situarsi in modo giusto - con fede e quindi con preghiera, ma anche con tanta umanità - in un momento come quello che sta vivendo la Chiesa in questi giorni, pensando al nuovo Papa. Non so il tuo nome di ieri né quello di domani, il nome che ti ha dato anni fa la tua mamma, il nome che tu stesso dovrai darti in quell’attimo non breve di sbalordimento e di umiliazione che seguirà la tua accettazione: il nome destinato a portare nella storia, come tu nella vita, il grosso fardello della tua responsabilità di uomo in funzione ultraumana… Ognuno ti darà la faccia che vuole, la strada che vuole. La radio non avrà ancora finito d’annunciare al mondo il tuo nome di ieri e di domani, che milioni di uomini ti avranno già ricostruito a loro immagine, imprestato un disegno, catalogato con questi piuttosto che con quelli. Il tuo passato verrà frugato e perquisito da tutti. Dagli episodi più futili, dai gesti più comuni, dalle parole più insignificanti, dagli scritti, dai gusti… si trarrà l’oroscopo o il ma-teriale per ricomporre, su misura di ognuno, la tua figura, mentre tu non sei più del tuo passato, sei uscito per sempre dalla tua parentela, dalla tua tribù, dalla tua nazione. Coloro stessi che scrivono: - Lo giudicheremo dai fatti - hanno più decisamente degli altri fissato il programma del tuo pontificato, tracciata la strada che devi camminare se vuoi essere un Papa secondo il cuor loro. La riserva non è che un’ipocrita saggezza per aver maggior diritto di sentenziare alla prima occasione: L’avevamo detto, non poteva fare diversamente. Non hai ancora parlato e già le cancellerie di tutti i Paesi hanno preso posizione nei tuoi riguardi. Né il titolo né l’animo di “pastor angelicus” ti salverà dall’essere coinvolto, tuo malgrado, nei loro disegni. Più evangelico sarà il tuo pensiero, più staccato il tuo animo da ogni terrestre competizione, più alieno dai compromessi, più sgombro di ogni mira di dominio, più spirituale il tuo richiamo, più paterna ed accorata la tua parola, e ben più duramente verrai giudicato dagli stessi che invocavano un Papa unicamente spirituale. Nulla di più fastidioso, nulla di più sconcertante, nulla di più discriminante nei riguardi dei nostri poveri pensieri, che un pensiero unicamente rivolto verso l’Eterno. Un uomo non vestito alla maniera di tutti gli uomini è inafferrabile. Un uomo che non conosce interessi terreni, che non ha nulla da difendere sul piano dell’effimero, che vuole soltanto un po’ di Cielo, su questa povera terra, è assai pericoloso specialmente per chi vuole una terra senza Cielo. I giornali, che non hanno ancora nulla di te, tengono in redazione, già pronte, cartelle su cartelle per il numero straordinario. Come avviene di certi panegirici, basterà cambiare o aggiungere il nome. Le stesse vuote espressioni, gli stessi omaggi rimati, gli stessi auguri: così nei giornali come nei telegrammi e nei messaggi che ti arriveranno d’ogni parte del mondo e che tu non leggerai, come non leggerai le risposte, che pur porteranno il tuo nome o che verranno date in tuo nome. Ti vestiranno con vestiti non confezionati per te: sarai salutato con parole che possono essere dette anche ad un altro, perché tu non hai più nulla di tuo, non sei più nulla per te; prendi tutto da quella divina cosa che rappresenti, la quale ti fa grande e ti annichila. Ti guardi attorno, chi potrà fissare lo smarrimento del tuo occhio? Facce nuove, facce forestiere anche se ossequiose. Perfino l’uomo di fiducia, che t’ha seguito in conclave, non ti sorride più. Anch’egli è come oppresso e allontanato dalla tua nuova dignità che gli impedisce di poteri accostare come prima. E gli altri, codesto piccolo mondo che ti preme, che t’inchina, che vuol leggere dentro di te, indovinare… cosa vuole da te? Raccattatori di briciole, collezionisti di vanità variopinte, o mani che sapranno aiutare, cuori che ti sorreggeranno? Ti seguo mentre ti portano sulle Logge perla tua prima benedizione urbi et orbi. Non osi guardare giù alla folla: è un mare, come quello che tu hai dentro. Stendi la mano, tracci il segno divino. Nell’istante, ti cerchi anche il cuore per donarlo…Te l’hanno rubato: è già per il mondo, ovunque è un’anima… Tutti ti hanno derubato, sei il Derubato. Vengono a prendere commiato - perché tu solo resti - coloro che t’hanno designato al potere, senza comunicartelo. Tu li vorresti abbracciare, non per ringraziarli, ma per farti perdonare d’aver accolto la loro designazione, per implorare l’aiuto della loro fraternità… non lo puoi perché il cerimoniale lo vieta. Il cerimoniale! E tu resti con tuo desiderio… Adesso sei solo, finalmente solo, la solitudine che può aiutare a portare questo deserto. Tacciono le campane, la piazza; tace l’omaggio. Finalmente sei solo nelle tue Camere… Solo con la tua anima che s’affaccia sul domani, divenuto dovere, responsabilità davanti ai secoli, davanti al mondo, davanti alla Chiesa, davanti a Dio: custode d’una fede, d’una speranza, d’una carità più grande d’ogni più grande anima, più vasta d’ogni più vasto pensiero, più saldo d’ogni più salda volontà. Per questo sei fatto roccia, senza cessare d’essere un cuore, un povero cuore di carne. Fuori, sei grande, sei simbolo, sei voce, sei pastore, sei pietra… Qui, in questo momento, come ti vede il mio cuore, non sei che un uomo. Un uomo in preghiera, un questuante, un naufrago in cerca di scampo. Hai bisogno di Dio. Avresti bisogno anche della tua mamma (tu non lo dici: io lo so lo stesso) d’una sua carezza sulla tua fronte riarsa. Voglio richiamarla per te e per…me. Non posso vederti così solo, così sperduto in questo palazzo che ti appartiene come apparteneva a Gesù l’Orto degli Ulivi… Sono gli ultimi anni della tua vita; ognuno ha diritto di passarli in pace. Voglio che qualcuno ti sia vicino, qualcuno che ti ami come uomo, come amico, come fratello, come figlio. Perché sei rimasto un “figliolo” anche sotto la tua universale paternità e ti darebbe animo quella voce che ha più gioia e riposo e gloria della voce di tutti i poeti e delle formule d’omaggio di tutti i cerimoniali: ti darebbe animo se ti dicessi ancora una buo-na volta, proprio questa sera: El me putèl, el me pover putèl ! Così, soltanto così, segnato dalla carezza di questo ricordo, potrai addormentarti e, domani, andare incontro al mondo, guidato dalla luce divina che ti fu promessa, e dalla mano di tua mamma che non può mancare. Pietra e cuore, padre e figliolo…così ti saluta questo povero prete dal fondo del suo presbiterio: così ti salutano migliaia e migliaia di anime umili e semplici che, non abbagliate da nessun fasto, non impedite da nessun clamore, pensano a te nella loro preghiera affettuosa, come al figliolo che adesso, che gli pesa sul cuore questo povero e tragico mondo, ha tanto bisogno di essere sorretto e amato.
Primo Mazzolari
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