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I sistemi scolastici in alcuni paesi d’Europa Dannose le riforme che, in nome dell’eguaglianza, aboliscono esami, pagelle e bocciature. La scuola deve istruire ed insegnare
Ammettiamolo, se in materia di sistemi scolastici l’Italia piange, il resto d’Europa non ride: l’italico bullismo con altri nomi imperversa ovunque; il rispetto per il compagno, professore o bidello, è ormai virtù scarsa, se non inesistente; il grado d’istruzione generale è carente, anche perché, come scrive Sergio Romano, “quando il professore deve insegnare a una classe in cui il livello di preparazione – e, aggiungo io, di capacità e voglia di apprendere - è molto diseguale, la velocità del corso dipende inevitabilmente dalla ruota più lenta del carro”. Un rapido viaggio attraverso i sistemi vigenti in alcuni Paesi d’Europa mostra che il legittimo diritto di tutti allo studio non deve però essere disgiunto dal dovere degli allievi d’impegnarsi e dei docenti d’insegnare con passione. Il risultato è evidente: basta guardare un programma televisivo a quiz per cogliere l’impreparazione delle nuove generazioni; o ascoltare i giovani per scoprire la volgarità del loro linguaggio; o seguire la cronaca per coglierne la dose d’ineducazione e d’indisciplina. Certo, nell’800 e nei primi decenni del ‘900, la cultura era privilegio riservato a pochi, per il costo, per mancanza di scuole o loro lontananza da casa; per l’idea che l’istruzione delle donne fosse inutile; per la necessità di tanti genitori di farsi aiutare dai figli in officina o nei campi. Ma i rimedi legislativi adottati hanno in pratica spesso abolito la scuola dell'educazione e dell’istruzione; inoltre negli ultimi decenni è mancato l’appoggio delle famiglie, più propense, ormai, a viziare, a giustificare ogni intemperanza, a ribellarsi alla punizione inflitta da un docente. La Francia ne sa qualcosa. Non a caso, il candidato Sarkozy promise di rimuovere il Maggio 68 e di ristabilire gerarchia, merito, punizione e responsabilità individuale, ripristinando il “voi” in classe e l’alzarsi in piedi degli studenti all’arrivo del professore. Un passo insufficiente ma valido per far fronte ad una situazione sfuggita di mano non solo nelle scuole periferiche; che fa registrare 100.000 episodi di violenza all'anno; che vede crescere gli abbandoni scolastici ed aumentare gli iscritti nelle scuole private, dal 1992 sovvenzionate dallo Stato. Il programma di Sarkozy però non elimina la carenza d’istruzione degli studenti se, nel sondaggio P.I.S.A, la Francia risulta al 16mo posto. Meglio dell’Italia, indubbio: forse perché l’alunno con difficoltà ad apprendere è indirizzato verso una scuola professionale; o perché, per l’ammissione alla maturità (baccalauréat), è necessaria almeno la sufficienza, senza la quale i candidati sono bocciati o tenuti a fare una prova di controllo. La scuola pubblica (definita in un libro “La fabrique des crétins”) nasce dopo la Rivoluzione del 1789; obbliga alla frequenza fino ai 16 anni; non prevede l’insegnamento della religione; ha subito, nei decenni, molte riforme e tentativi di rinnovamento; ha l’anno scolastico più corto d’Europa. Non va meglio la Germania che trovasi al 25° posto (peggio dell’Italia!), benché il ciclo scolastico sia obbligatorio fino ai 18 anni e preveda, al termine delle elementari (4 anni), che l’insegnante consigli il tipo d’istruzione secondaria più adatto allo studente; il quale deve superare un esame di ammissione, se vuole comunque accedere al Gymnasium. Che dura 9 anni; è selettivo; vi si studiano due lingue straniere e latino; ha una votazione numerica che va da 1 (ottimo) a 6 (gravemente insufficiente): due voti insufficienti e si ripete l’anno. Malgrado ciò, scivola in classifica: forse perché, seguace della teoria dell’antinozionismo, ha praticamente eliminato lo studio delle regole grammaticali e sintattiche. Non va bene, benché l’obbligo scolastico duri fino ai 16 anni, neanche la Spagna: a detta di Garcia Olmos, presidentessa dell’Associazione “in difesa della cultura”, il livello d’istruzione è molto basso. Ciò a causa della politica, adottata dal socialista Gonzales nel 1990, che punta sulla “pedagogia moderna”, a prima vista innovativa ma che in realtà rivela “disprezzo per…la trasmissione della conoscenza”. Ora Zapatero ha fatto approvare la Legge Organica Educativa “in base alla quale gli studenti possono accedere al corso seguente pur essendo insufficienti in tutte le materie” (i virgolettati sono della Olmos), ed ottenere il bacellierato (maturità) con tre insufficienze. Come dire, un invito a non studiare! Va meglio la Finlandia, al 2° posto P.I.S.A, pur avendo un sistema caratterizzato da assenza di selezione fino ai 16 anni di età. O la Danimarca posizionata al 15° posto ma che, secondo altre statistiche, avrebbe il rendimento migliore d’Europa. Qui l'obbligo scolastico termina a 16 anni ma lo studente non é tenuto a frequentare: obbligatoria è l'istruzione, non l’andare in classe, e la famiglia può fare istruire i figli a casa o nelle scuole private pagate, per l’80%, dallo Stato. Tuttavia l'89% frequenta la pubblica, nata nel 1814 e riformata solo 5 volte, l'ultima nel 1993. Gli studenti sono seguiti dallo stesso insegnante (in genere quello della lingua madre) per tutti i 9 anni: il docente finisce così con il conoscere a fondo la personalità, le capacità e la situazione familiare degli allievi ai quali può offrire consulenze e supporti. La collaborazione fra scuole e famiglie è uno dei punti essenziali della scuola dell'obbligo, totalmente decentralizzata (comunale), il ruolo del Ministero dell'Istruzione essendo quello di fissare gli obiettivi da raggiungere in ogni materia. Al Gymnasium (3 anni + 1), si accede dopo il ciclo obbligatorio, previa dichiarazione della scuola di provenienza sulle effettive capacità dello studente. Che, se vogliono andare all’Università, devono superare l’esame di “licenza” con sufficienza in tutte le materie, 10 tra obbligatorie e facoltative. Anche nel Regno Unito (che nel P.I.S.A viene dopo la Francia), la scuola d’obbligo è gratuita fino ai 16 anni. Le materie d’insegnamento sono definite da un programma ministeriale nazionale; per accedere ai ginnasi occorre superare un esame di ammissione. Non parlo del sistema svizzero (al 10 posto nel P.I.S.A), perché suppongo lo si conosca, benché cambi da Cantone a Cantone. Per concludere, l’indagine P.I.S.A rivela che il grado di preparazione (ed educazione) degli allievi varia non in funzione dei vari sistemi vigenti, bensì della concezione politica che li ha ispirati. La Finlandia, infatti, è al 2° posto, pur non avendo nessuna selezione, mentre la Germania, che “discrimina”, scivola al 25°. Dal che si deduce che, a determinare la preparazione dei giovani, è l’interpretazione che si dà al ruolo della scuola. Che deve trasmettere una cultura critica e comparata; che ha bisogno di bravi professori, tali per vocazione, non perché protetti da sindacalisti o tutelati, in quanto pubblici impiegati, dallo Stato; che non idealizzi la società livellata, sindacalizzata e proletarizzata. Infine, che superi la contrapposizione fra sostenitori della scuola di Stato e partigiani delle scuole di preti. Quasi uno scontro, tutto ideologico, fra Oscurantismo e Ragione, tra Fede e Scienza. Egidio Todeschini
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