Anche il cardinale relegato in sagrestia

Le contestazioni a Ruini e i doveri della Chiesa. Dio esiliato dalla politica. Laicità non significa perdita dei valori morali

 

 

Leggo su un bollettino di Missione una lettera nella quale mi colpisce, in particolare, un ipotetico botta e risposta tra un ragazzino ed il buon Dio. Allo studente che Gli chiede: “Perché non hai salvato la bambina che è stata uccisa in classe?”, risponde pacatamente: “Non sono ammesso nelle vostre scuole”.

Nelle scuole e non solo. Bandire definitivamente il Signore dai Tribunali è l’obiettivo di un giudice, Luigi Tosti di Camerino, che si astiene dalle udienze perché gli dà fastidio avere alle spalle la Croce e trova grottesco “giudicare in nome del Dio dei cattolici”. Forse dimentica che emette sentenze “in nome del Popolo sovrano” e pure che è stato già abolito il rito del giuramento del testimone, mano sul Vangelo.  

In parte è estromesso anche dagli ospedali, l’Onnipotente, se un Adel Smith qualunque può, senza risponderne penalmente, scaraventare il Crocifisso giù dalla finestra. Ed è già stato soppresso dall’istituzione del matrimonio, visto che da decenni un uomo-giudice può separare ciò che Dio ha unito. E, con la legalizzazione dell’interruzione di gravidanza, anche dalle famiglie. Non credo però che l’umanità sia diventata più saggia.

Dalla politica lo abbiamo da tempo eliminato in nome della laicità dello Stato. Anche quando la politica affronta problemi morali. Per qualcuno, la fede è un fatto puramente privato e la Chiesa non deve intromettersi mai. Al massimo può invocare il dialogo e la pace o l’amnistia, niente di più. Su temi come l’aborto, la fecondazione assistita, i Patti di convivenza (Pacs) la Chiesa deve fare silenzio, altrimenti i benpensanti si ribellano, gridano all’ingerenza, invocano il libero Stato ed accusano di “conservatorismo retrogrado e medievale”. A volte offendono in maniera villana.       

E’ toccato recentemente al card. Ruini, Presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), che ha osato criticare la proposta prodiana d’istituire anche in Italia i Pacs. Non l’avesse mai fatto: si è beccato a Siena una manifestazione dei “Giovani Comunisti” e, da molti, accuse d’ingerenza, inviti a “non far politica” e al silenzio. Come se non fosse dovere della Chiesa esprimersi su materie di grande rilevanza morale.

Riuscirei a capire, sia pure a fatica, tale rabbiosa presa di posizione, se essa fosse stata dettata da buona fede e da convinte filosofie politiche. O se fosse arrivata, per esasperazione, al termine di un inutile tentativo di dialogo, quel “dialogo” che pacifisti, buonisti, multiculturalisti e laicisti invocano sempre ma al quale poi preferiscono fischi e violenze verbali. Purtroppo, però, ha tutta l’aria di essere, come la proposta di riconoscere le unioni di fatto, uno dei tanti artifizi da campagna elettorale.

Cosa è, se non un tentativo di accaparrare voti, la copertina di Liberazione in cui il Papa è equiparato a Khomeini, padre del fondamentalismo islamico? A cosa mira, se non a solleticare l’esterofilia di tanti Italiani, il rifarsi ai similari provvedimenti legislativi già approvati in tanti Paesi?

Proviamo invece ad affrontare il problema “unioni di fatto” con “laico” raziocinio ma anche con il dovuto rispetto delle tradizioni culturali. Partiamo dalle coppie eterosessuali e chiediamoci: perché non si sposano? Tre sono i motivi principali che tengono lontani dal vincolo coniugale. Il primo è “passeggero”: lo si trova quando due giovani si mettono insieme in attesa di sposarsi quando avranno sistemato tutto quel che serve; oppure quando uno o entrambi i partner escono da un precedente matrimonio ma sono ancora in attesa di sentenza di divorzio o di annullamento della Sacra Rota. La loro convivenza è transitoria e si risolve in genere con un nuovo rito, sia pure solo civile, con il quale i coniugi si assumono i diritti ed i doveri della famiglia. A tali coppie i Pacs non interessano.

Il secondo motivo: è dettato da irrequietezza sentimentale e da licenziosità di costumi. Dà origine a convivenze instabili nelle quali prevalgono l’attrazione sessuale o la convenienza del momento, finite le quali tanti saluti ed amici come prima. Ancora una volta, i Pacs non servono. Neppure in caso di nascita di un figlio, a tutelare i diritti del quale il Codice prevede già il riconoscimento della paternità e l’obbligo degli alimenti. 

Si arriva così al terzo motivo: non ci si sposa perché il matrimonio è considerato un’usanza vecchia ed inutile, che limita la libertà. Compresa quella di ricusare le responsabilità ed i doveri del matrimonio o le “noie” - spese processuali ed oneri degli alimenti - di un eventuale divorzio. Liberissimi tutti di farla, tale scelta. Ma con coerenza: chi rifugge dai doveri non può poi pretendere diritti!         

 Di tale inscindibilità di diritti e doveri erano, fino a qualche anno fa, convinti tutti, anche coloro che oggi si proclamano sostenitori dei Pacs. Tant’è vero che a nessuno è venuto in mente di proporli fin quando le coppie omosessuali non si sono imposte con i loro “gay pride” e relative associazioni. Prima, e legittimamente, per non essere più discriminati. Poi per ottenere il riconoscimento di alcuni diritti “sociali”, tra i quali trasferimento della pensione o eredità; per finire con il chiedere di poter contrarre matrimonio e perfino di adottare. O procreare tramite terzi. 

Ed è iniziata la corsa per accaparrarsene i voti. Calcolo sbagliato, quello dei politici e degli opinionisti. Tant’è vero che, da un’indagine pubblicata recentemente sul Corriere della Sera, risulta che solo il 20% degli Italiani “ritiene opportuno equiparare la normativa delle unioni gay a quella goduta dagli eterosessuali sposati”. E che solamente il 25% accetterebbe di “concedere loro qualche diritto”. E non mi si venga a dire che l’80 o il 75% dei nostri concittadini sia praticante, assiduo alla Messa e plagiato dalla Chiesa.

Egidio Todeschini

   

 

1.10..2005