Sulla Giustizia si dialoghi ma si decida

Tanti e vani tentativi per dare affidabilità al nostro sistema giudiziario. Maggioranza ed opposizione riusciranno a mettersi d’accordo?

 Da troppo tempo si parla, in Italia, di riforma della Giustizia, senza peraltro arrivare mai a realizzarla. Eppure le lungaggini, le inadempienze, le difformità delle sentenze, le arbitrarie interpretazioni dei testi legislativi, gli arretrati, la stessa obbligatorietà dell’azione penale che spesso si traduce in discrezionalità, i numerosi errori giudiziari che costano allo Stato centinaia di milioni di euro, perfino i molti privilegi di cui godono i togati, sono tanti e di vecchia data. Già nel 2000, Giovanni Paolo II elencò, ai mille magistrati riuniti in Vaticano per il Giubileo, tutte le distorsioni del sistema giudiziario nazionale, compresa la politicizzazione di alcuni processi, dalla “detenzione, motivata soltanto dal tentativo di ottenere notizie significative per il processo", alle “eccessive lunghezze che finiscono con il tradursi in una vera e propria ingiustizia"; dalla violazione del “diritto alla riservatezza degli indagati”, al protagonismo di alcuni magistrati le cui "fughe di notizie spesso hanno sapore di condanna senza processo”.

La Magistratura non recepì. Non ne fecero tesoro neppure i politici, pur essendo, a parole, tutti d’accordo sulla necessità di una riforma, senza peraltro trovare una convergenza sul come farla. Ne conseguì che le modifiche apportate nel 2004, a firma dell’allora ministro Castelli (separazione delle funzioni di giudice e pubblico ministero; introduzione della valutazione meritocratica negli avanzamenti di carriera; interdizione a partecipare a manifestazioni politiche) furono sospese dal successivo Governo di Prodi. Ma non ebbe miglior esito, nel 2007, la revisione di Mastella, contestata perfino da colleghi ministeriali, Di Pietro in testa, che aboliva le innovazioni introdotte 3 anni prima. Un legifera ed abroga che ora suggerisce parole sagge al ministro Calderoli: "Da una parte all’altra abbiamo sperimentato l’errore di riforme fatte a colpi di maggioranza. Ci vuole una responsabilità e una maturazione anche sulla base degli errori commessi in passato". Necessità riconosciuta anche dal leader dell’Udc, Casini: "Sulla giustizia è necessario il confronto, il PD non può tirarsi fuori da questo tavolo… è un errore enorme che l’opposizione rischia di pagare perché il tema della giustizia interessa tutti i cittadini".

Tant’è, il problema, di nuovo all’ordine del giorno, comporta il solito strascico di critiche e polemiche; di prese di posizione che sanno di “giustizialismo” e, soprattutto, di quell’ostilità politica nei confronti dell'attuale maggioranza che sembra dimenticare che i togati devono essere soprattutto imparziali. Si registra, però, una novità, suggerita probabilmente anche dai recenti guai giudiziari del Pd. A manifestarla è il ministro-ombra della Giustizia, Lanfranco Tenaglia, il quale propone che, ad ordinare arresti cautelari, siano tre giudici, anziché uno (collegialità che trova il consenso del vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Mancino, e prevista nel disegno di legge Alfano anche per decidere se intercettare o meno); e sottolinea l’opportunità che “polizia e magistratura riscoprano una cultura delle indagini che si è troppo appiattita sulle intercettazioni”.

Certo, a volte esse sono indispensabili per trovare le prove dei reati. Però in Italia si eccede, se, come rivelò tempo fa Sergio Romano sul Corriere della Sera, “se ne fanno 10 volte di più rispetto agli Stati Uniti”, con un costo, in un solo triennio, “di circa un miliardo di euro”. Enormità cui si aggiunge la pessima abitudine di rendere pubbliche conversazioni telefoniche di persone innocenti, o presunte tali, quasi che, sul diritto alla privacy, debba prevalere quello del cittadino/elettore all'informazione. Per far fronte a ciò, il presidente della Camera, Fini, auspica misure disciplinari per i magistrati che ne abusano sistematicamente, e sanzioni pecuniarie a carico di chi, pubblicandole, le trasforma in strumento per fare giustizia attraverso la gogna mediatica.

 Gli arresti cautelari e le intercettazioni non rappresentano però i soli problemi della Giustizia italiana. Alla quale occorre ridare efficienza - ed è sempre Fini a suggerirne il modo - stanziando risorse finanziarie adeguate; riconoscendo al Parlamento, sentita la Procura generale della Cassazione, il compito di fissare i criteri per individuare i reati ai quali dare priorità; superando le logiche correntizie che finora hanno penalizzato e screditato il Csm; separando le carriere, senza che ciò comporti la subordinazione del pubblico ministero ad un potere politico; prevedendo per l'aspirante magistrato un periodo di tirocinio, come già avviene per gli avvocati.

Proposte sulle quali Mancino concorda e che trovano consensi in larga parte del centrosinistra, Veltroni compreso. Una sintonia nuova ed insperata che spinge il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ad esprimere “fiducia sulla condivisione", da parte di maggioranza e opposizione, sulle riforme. Si arriverà, quindi e finalmente, ad una soluzione definitiva? C’è da augurarselo, anche se alcuni magistrati, timorosi di perdere poteri e privilegi, già si ribellano. In caso contrario, avrebbe ragione il ministro Alfano quando afferma che “le decisioni senza dialogo sono sbagliate. Ma il dialogo senza decisioni non porta da nessuna parte. Si trasforma in un enorme bla bla”. E in quel nulla di fatto che ci portiamo dietro da decenni.

    Egidio Todeschini

 

 

16.1.2009