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Tante indecisioni sulla riforma elettorale Il problema rimane insoluto. In mancanza di accordo parlamentare la parola passa ai cittadini. Ma il referendum non piace a tutti
Fino al mese scorso, la riforma del sistema elettorale sembrava essere l’argomento del giorno, in Italia. Ogni quotidiano vi dedicava articoli e servizi, la televisione non era da meno, opinionisti e politici esprimevano in merito il proprio parere, rimettendo in ballo le alternative di sempre: sistema tedesco piuttosto che francese, proporzionale con o senza premio di maggioranza, libera scelta o meno dei candidati, maggioritario a turno unico o doppio, sbarramento sopra o sotto il 5% e via elencando. Niente di nuovo: il solito duello tra i troppi partiti che affollano il palcoscenico politico nazionale. Il Capo dello Stato ha un bel rilevare “l’esigenza di una riforma elettorale ed istituzionale”, invitando maggioranza ed opposizione ad un’intesa; e Prodi può anche incaricare il Ministro Chiti di registrare le preferenze dei vari leader, per arrivare ad una formula che possa accontentare tutti o quasi. Il risultato è, almeno per ora, un nulla di fatto. Ad esacerbare il clima, lo spauracchio di un referendum parzialmente abrogativo dell’attuale legge, (proposto dal docente universitario Giovanni Gazzetta) per il quale, il 24 aprile scorso, è incominciata la raccolta delle firme. Qualora passasse, tra l’altro eliminerebbe (finalmente?) i partiti minori, quelli che il costituzionalista Giovanni Sartori definisce “nanetti”; quelli che, pur vantando un suffragio elettorale bassissimo, possono ricattare il Governo, fino a determinarne la caduta. Come dicevo all’inizio, per ora sulla questione è caduto il silenzio, per effetto delle tante discussioni sorte in merito alle elezioni francesi, alla riforma dell’età pensionistica, alla proclamazione del nuovo Partito Democratico e relative scissioni e battaglie interne, alla vendita di Telecom, alla proposta di legge sul conflitto d’interesse, alla revisione della Bossi-Fini sull’immigrazione, al Family Day del 12 c.m., eccetera. Prima o poi, però, ritornerà in auge, ed è opportuno, quindi, ripassare il sistema ora vigente, appurare le diverse soluzioni proposte, conoscere i quesiti del referendum. Incominciamo dalla prima che gli Italiani all’estero, se nel 2006 hanno optato per il voto in loco grazie alla Tremaglia, forse non conoscono. La legge Calderoli (dal nome di chi l’ha elaborata su richiesta dell’Udc) ha introdotto di nuovo, dopo 12 anni, il proporzionale della Prima Repubblica, corretto però da sbarramenti vari e da un premio di maggioranza. Per la Camera dei Deputati, le coalizioni devono ottenere almeno il 10% di voti validi a livello nazionale; percentuale che scende al 4% per i partiti che si presentano singolarmente, e al 2% per quelli risultanti da un’alleanza – come la Rosa nel pugno, che raccoglie socialisti di Boselli e radicali – o rappresentano minoranze etniche (Valdostani e Altoatesini). Un premio di maggioranza va alla coalizione vincente che non ottiene almeno 340 seggi sui 630 di Montecitorio. Il Senato ha invece rappresentanza regionale, per cui premio di maggioranza e sbarramenti sono calcolati in base ai voti ottenuti in ciascuna Regione. Con diverse “soglie” da raggiungere: 20% per le coalizioni, 8% per i partiti non alleati, 3% per gli altri. Il risultato è sotto gli occhi di quanti seguono la politica nazionale: una maggioranza estremamente risicata a Palazzo Madama, con ciò che ne consegue; una continua divergenza di idee tra i tanti partiti del centrosinistra, a suo tempo alleatisi solo per avere una possibilità di vittoria; un uso eccessivo del voto di fiducia; ripetute forme di ricatto dei “nanetti” che sanno di essere determinanti per mantenere in carica il Governo. Da qui l’idea del prof. Gazzetta di indire un referendum. Si tratta di dire sì o no a tre “quesiti”, dei quali i primi due (validi per Camera dei Deputati e Senato) propongono l’abrogazione del collegamento tra liste e della possibilità di attribuire il premio di maggioranza alle coalizioni. Ne consegue che, in caso di esito positivo del referendum, il premio di maggioranza è attribuito alla lista (cioè al partito) che ha ottenuto il maggior numero di seggi: si passerebbe, cioè, dal sistema bipolare (due “poli” avversari formati da partiti che possono però avere idee politiche completamente diverse) ad uno sostanzialmente bipartitico, quindi in teoria più efficace, dato che, per ottenere rappresentanza parlamentare, le altre liste devono raggiungere un consenso del 4 % alla Camera e dell’8 % al Senato. Il terzo quesito prevede invece l’abrogazione, alla Camera e al Senato, delle candidature multiple. Oggi c’è la possibilità di candidarsi in più circoscrizioni (anche tutte!) con il risultato che il “plurieletto”, optando per uno dei vari seggi ottenuti, permette ai primi “non eletti” della propria lista di subentrare nel seggio o nei seggi ai quali rinunzia. Nell’attuale legislatura, tale fenomeno coinvolge circa un terzo dei parlamentari, scelti dopo le elezioni e diventati onorevoli per grazia ricevuta. Ma anche succubi al volere di chi ha permesso loro di arrivare in Parlamento. Ovvio, quindi, che gli esponenti dei partiti più piccoli e i candidati imposti dall’alto ma poco apprezzati dai cittadini si rivoltino all’idea di arrivare al referendum che, pratiche burocratiche svolte, avrebbe luogo nel 2008. E puntano quindi su una revisione parlamentare della legge elettorale, che rischia però di risultare costruita su numerosi compromessi, poiché le preferenze in merito variano non poco. La cosiddetta “Bozza Chiti”, elaborata dal centrosinistra - e che comunque non accontenta tutti - punta su un proporzionale come per le regionali, con un premio di maggioranza per la coalizione vincente, uno sbarramento ancora da definire, nonché l’istituzione di “quote rosa” per le candidature delle donne. Versione che i partiti minori della Casa delle Libertà accetterebbero, purché lo sbarramento sia fissato al 3%. E gli Italiani cosa preferiscono? Da un recente sondaggio risulta che il 33% opterebbe per il modello comunale (proporzionale a doppio turno ed elezione diretta); un altro 25% per il sistema tedesco (misto, con sbarramento al 5%); il 21% per quello francese (maggioritario a doppio turno), circa il 10% vorrebbe il maggioritario a turno unico. Il 5% ritornerebbe al precedente sistema (75% maggioritario, 25% proporzionale), il 5,7 addirittura al proporzionale puro della Prima Repubblica. Solo lo 0,6% si dichiara soddisfatto della legge vigente. Come dicevano i latini: tante teste, tante opinioni. O quasi. Cambieremo mai mentalità? Egidio Todeschini 22 |