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La scuola nel vortice del pregiudizio Dura opposizione alla riforma scolastica della Gelmini. Per partito preso e per malafede. Strumentalizzati perfino i bambini
S’intensificano le manifestazioni contro il Ministro dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini. Il suo decreto legge, non ancora approvato dal Parlamento, diretto per ora a riformare le primarie, prevede il ritorno al maestro unico (solo nella prima classe nel 2009/10, poi nelle altre, con riduzione graduale di 83 mila insegnanti); la reintroduzione del voto in condotta (con bocciatura, se è 5); l’obbligo del grembiule; l’uso dei libri scolastici per almeno 5 anni. Non ancora programmate, invece, anche se anticipate, le riforme delle classi superiori (tra l’altro, il ripristino del voto numerico e degli esami di riparazione) e delle Università (per esempio, abolizione dei costosissimi corsi universitari -ben 37! - con un solo studente). Modifiche che rappresentano un primo passo per ridare vita ed anima alla scuola che non solo non prepara adeguatamente gli studenti ma comporta anche uno sperpero di risorse pubbliche (il 97% del bilancio ministeriale va in stipendi). Era auspicabile, quindi, che sindacati, opinionisti, politici, professori e studenti di una certa età ne comprendessero lo spirito. Non è andata così, a giudicare dalla reazione degli insegnanti, delle famiglie, degli studenti universitari, perfino dell'Associazione Italiana Editori, oltre che dei politici di minoranza e della casta sindacale. Sembrano non capire, gli oppositori, che l’educazione, culturale e civica, dei giovani rappresenta una garanzia per il futuro del Paese. Scioperano, invece, con atteggiamenti aggressivi nei confronti del Ministro e sbandierando menzogne sul contenuto del decreto; istituendo, durante le ore di lezione, “corsi” per preparare ai cortei gli studenti, già male informati se il 56% ritiene che i “soldi per la scuola sono investiti soprattutto nella ricerca” e il 61% pensa che il grembiule sia “classista” o troppo costoso! Soprattutto, strumentalizzando i bambini, obbligati a sfilare per strada, ad ascoltare i vituperi urlati dagli adulti, a sbandierare manifesti tipo "Gelmini ministro della dis-truzione” (avessero almeno scritto d-istruzione!) dei quali non comprendono il significato. E’ minore di quanto sembri, la squadra dei contestatori, però la stampa l’ingigantisce, divulgando pure notizie false. Afferma che il tempo pieno (in aiuto alle mamme lavoratrici) sarà eliminato: peccato che il decreto preveda una crescita del 50%; che alle superiori aumenteranno le ore di lezione, quando invece è ipotizzata una riduzione da 36 a 32 negli istituti tecnici, da 33 a 30 nei licei; che è abolita l’Educazione civica, al contrario reintrodotta; che sono previsti tagli finanziari”, che ci saranno (un risparmio di 8 miliardi di euro in 3 anni) ma solo non sostituendo il personale che va in pensione (come già previsto, nel 2000, dal ministro - di sinistra - Berlinguer) ed accorpando le scuole con un numero insufficiente di studenti; che sarà soppresso nelle primarie la lingua straniera e la musica, che però rimangono. Ad aggiungere benzina sul fuoco è arrivata la mozione leghista d’istituire “classi d’inserimento” riservate ai figli d’immigrati, se ignorano l’italiano. Apriti cielo! Se qualcuno della maggioranza (Alemanno e la Mussolini) frena, l’opposizione spara: Veltroni la definisce “intollerabile”; Fassino la battezza “cosa abbietta”; Diliberto parla di “apartheid”; il quotidiano di sinistra, Liberazione, dipinge il centrodestra “razzista e fuorilegge”; il Manifesto accusa la Lega di “ideologia nazistoide”. Agli insulti si aggiunge la menzogna ripetuta ad oltranza: “In nessun Paese europeo vige una norma simile”. Non è così. In Catalogna (Spagna) è entrata in vigore recentemente, promossa da un’Amministrazione di socialisti ed eco-comunisti, nonché benedetta dal ministro governativo Corbacho che vuole allargarla a tutto lo Stato; in Francia esiste dagli anni ‘70, né il socialista Mitterand pensò mai di abolirla; in Germania per essere iscritti alla prima elementare (al massimo il 20% sul totale di alunni) gli stranieri devono superare un test di tedesco, altrimenti vanno in classi separate. Idem per chi s’iscrive alle secondarie. La Finlandia già attua misure simili. Esistono anche in alcuni Cantoni della Svizzera i corsi speciali per gli immigrati; perfino ad Arzignano (Vicenza) ove la giunta comunale di centrosinistra li ha istituiti da una ventina d’anni! Pure in altre zone d’Italia “le classi separate ci sono già... Ma sono gli italiani, ad andarsene: per non lasciare i bambini in una classe a maggioranza straniera”: ad ammetterlo è lo scrittore, di sinistra, Sandro Veronesi. Allarmismi falsi, quindi, quelli dell’opposizione, tanto da spingere il Capo dello Stato a ricordarle che: “Non si può dire sempre di no”. E’ vero, perfino il cardinale Scola si dichiara contrario, ritenendo che il confronto con culture diverse sia un arricchimento culturale e spirituale. Certo, ma come si fa il dialogo se non c’è possibilità di comunicare, se non a gesti? E come s’impartisce cultura ai 430.000 stranieri (nel 2005/6, dai circa 50.000 del 1995/6) iscritti nelle nostre scuole, se questi non conoscono l’italiano? Il risultato, infatti, è negativo: per loro (il 74,6% dei quali registra un notevole ritardo scolastico) e per gli studenti italiani che, nelle statistiche mondiali, risultano, ormai da anni, agli ultimi posti. Davvero è il caso di continuare così? Egidio Todeschini
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