Il teso rapporto tra politica e giustizia
 

Uno scontro continuo che non aiuta il sistema giudiziario italiano. Il quale va corretto per ridare fiducia ai cittadini

  

Che la Giustizia italiana abbia notevoli carenze è risaputo. Gli stessi magistrati, all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2009, hanno ammesso le inefficienze che, da decenni, inquinano indagini e processi, limitandosi però, come sempre, alla diagnosi. Inutili, finora, i tentativi governativi di riformare il malmesso sistema giudiziario e c’è da augurarsi - senza però farsi troppe illusioni - che vada finalmente in porto il testo elaborato dal Ministro di Giustizia Alfano, approvato all’unanimità dal Consiglio dei Ministri e già presentato in Parlamento. Tra l’altro, il disegno di legge tende a garantire il giusto dibattito processuale con una perfetta parità tra accusa e difesa; introduce la comunicazione on line nel processo penale e civile; prevede la stesura di rapporti ogni tre mesi sui magistrati e, per chi sgarra, sanzioni disciplinari; mette un freno alle intercettazioni, possibili solo a determinate condizioni; riduce le competenze del Pubblico Ministero, ampliando quelle della Polizia giudiziaria.

Si registrano già le prime critiche, specialmente da parte dei togati, tra i quali Felice Casson, magistrato veneziano e capogruppo del Pd in Commissione Giustizia al Senato, che definisce il ddl “assolutamente zero”, pur riconoscendo che l’apparato giuridico “o anche il Consiglio Superiore della Magistratura hanno bisogno di una riforma, di una rivisitazione”. Dal quale Csm arriva anche la bocciatura alla riduzione delle intercettazioni ai “gravi indizi di colpevolezza”, perché ciò vorrebbe dire - afferma - limitarle a “tutti i reati, compresi quelli di mafia”. Gli fa eco Caselli, da Torino, cui si aggiunge l’ex togato del pool Mani Pulite di Milano, l’on. Gerardo D'Ambrosio: pur ammettendo di non conoscere ancora il testo di legge sulle intercettazioni, afferma che “limitare i mezzi di indagine è sempre un fatto negativo, perché sono state proprio le intercettazioni spesso a far individuare i colpevoli di gravi reati”.

Non spetta a noi, digiuni di Diritto, giudicare chi ha ragione e chi ha torto. Tuttavia, stante la profonda crisi del sistema giudiziario in Italia, patria del Diritto, ove da troppo tempo si registrano lentezze, cavillosità, rinvii, prescrizioni, eccessi d’intercettazioni, è auspicabile che il problema vada affrontato senza indugi e consensualmente, per rimediare, afferma Alfano, allo “insostenibile debito giudiziario dello Stato nei confronti dei cittadini”.

Debito risultato dall’indagine della Banca Mondiale, citata, all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2009, dal presidente di Cassazione, Vincenzo Carbone: la Penisola risulta - per lentezza delle cause civili - al 156° posto (su 181 Paesi), con un onere per lo Stato, nel 2008, di 32 milioni di euro per indennizzi ai cittadini. Le cui conseguenze, però, sottolinea Carbone, “vanno ben al di là dei costi e degli sprechi…si estendono alla fiducia dei cittadini, alla credibilità delle istituzioni democratiche, allo sviluppo e alla competitività del Paese”.

Ma il Terzo Potere non è viziato solo dai tempi lunghi che annualmente comportano, tra l’altro, la prescrizione di 5.770 procedimenti, quindi l’impunità di altrettanti reati: registra anche carenze di organico, specialmente nelle procure più piccole; ritardi nella stesura delle motivazioni di una sentenza, con connessa scarcerazione del delinquente (in Sicilia, il figlio di Totò Riina); riduzioni delle pene in base ad attenuanti assurde (a Roma, a favore dell’assassino della Reggiani, perché “ubriaco e la vittima ha fatto resistenza”!); l’obbligatorietà dell’azione penale che spesso si traduce in discrezionalità. Senza contare gli errori giudiziari, che costano allo Stato milioni di euro, l’abuso delle custodie domiciliari e la constatazione che spesso gli autori di criminalità recenti sono persone già sotto inchiesta e tuttavia ancora libere di circolare e di delinquere. Da qui l’esigenza di rimettere in piedi la legalità e, con essa, la certezza del diritto, incominciando dal porre fine al perenne scontro tra mondo giuridico e quello politico.

In una società come quella moderna, che mostra una perdita progressiva del senso dell'etica e della cultura dei doveri, è particolarmente necessaria una maggiore funzionalità del sistema giudiziario che, tra l’altro, non risponde mai dei propri errori, compreso l’eccesso d’intercettazioni il cui contenuto, trasmesso alla stampa ad indagini ancora in corso, acquisisce il “sapore di condanna senza processo”, come rilevò nel 2000 Giovanni Paolo II. Un sopruso denunciato anche dal procuratore generale di Catanzaro, Enzo Jannelli: “Ben vengano norme più rigorose sulle intercettazioni telefoniche. Finora ne hanno abusato tutti, magistrati e giornalisti. Occorre trovare un punto d’equilibrio e riscoprire una cultura delle indagini troppo appiattita sulle intercettazioni”.

Auspicio al quale, invece, si oppone il segretario dell’Associazione Nazionale Magistrati, Cascini, secondo il quale, a limitarle come prevede il disegno di legge in discussione in Parlamento, “si butta a mare la sicurezza dei cittadini, la possibilità stessa di difenderli efficacemente dalla pericolosa delinquenza”. Ci risiamo: nonostante il magistrato Giorgio Santacroce abbia affermato che “il giudice italiano non può continuare a vivere il suo rapporto con la politica in modo perennemente teso e conflittuale”, l’antagonismo ad oltranza continua. E, se non cambia il clima di polemica reciproca, avremo ancora a che fare con l’inefficienza della Giustizia.

Egidio Todeschini

 14.2.2009