Ridare all’Italia una scuola che educhi

La perdita progressiva di anima delle istituzioni scolastiche. Bullismo e scarsa istruzione dei giovani ne sono le inevitabili conseguenze

 

Non mancano mai, nella Penisola, attriti e polemiche che spesso scivolano nello scontro verbale e, a volte, fisico. E non è la prima volta che, tra gli altri, a riscaldare gli animi e a provocare disordini, sia l’argomento “Scuola”, le riforme della quale si sono succedute, dopo il ’68, a ritmo impressionante, senza peraltro arrivare ad una soluzione valida e condivisa. Anzi, riuscendo solo a peggiorare la situazione e a non dare, agli studenti, l’istruzione e l’educazione delle quali hanno bisogno per affrontare le difficoltà della vita.

Istruzione ed educazione molto scarse, ormai, se nell’ultimo rapporto Ocse-Pisa, i quindicenni italiani, risultano al 33° posto per capacità di lettura, al 36° per cultura scientifica, al 38° posto per conoscenza matematica. Non è una novità. Come non lo è la constatazione che in merito opinionisti e politici hanno speso parole ed analisi critiche, senza però mai citare quel sistema Gentile che forniva ai giovani conoscenza, competenza e capacità, dando alla scuola d’Italia un indiscusso primato di efficienza. Poi perso con l’abolizione, nel 68, del cosiddetto “nozionismo”; con l’eliminazione, negli anni seguenti, della meritocrazia nel reclutamento degli insegnanti; con la soppressione degli esami di riparazione.

Il tutto, si disse, per “modernizzare”. Si è ottenuto invece il risultato di ridurre notevolmente la preparazione culturale e formativa della gioventù, nonché di far registrare un record degli abbandoni scolastici, a livello secondario (specie nel primo biennio) ed universitario i cui tempi di frequenza si sono molto allungati. Non vi pose rimedio la riforma voluta, nel 1996, dall'allora ministro Berlinguer; né ottenne risultati migliori il linguista De Mauro che, pur partendo dalla convinzione che la scuola deve "prendere per mano tutti i bambini e portarli ad alti ed accertati livelli di competenza" e promettendo di trasformare il "ragazzino asino prima in cavallo, poi in essere umano" (sono parole sue), considerò “incostituzionali le bocciature” (!), contestò "il modello confessionale delle interrogazioni" ai fini dell'accertamento della preparazione, ammise che la Costituzione “è il testo meno conosciuto dagli Italiani, insieme al Vangelo”, ma eliminò l'educazione civica.

Sta di fatto che, per l’Ocse (che misura non le conoscenze ma le competenze, cioè la capacità di applicare quanto appreso), i quindicenni italiani sono tra i più somari tra i coetanei di 47 Paesi del mondo; e che uno studente su 4 (il 25,3%) si colloca sotto il livello dell’insufficienza, sia pure con un elevato divario tra Nord (che registra un grado di preparazione assolutamente migliore, soprattutto negli istituti tecnici che si collocano sopra la media Ue), il Centro e soprattutto il Sud ove, però, si registrano, agli esami di maturità, i punteggi più alti. Così che la “macchina fatta di circa un milione di dipendenti, di migliaia di edifici frequentati da milioni di studenti”, come Ernesto Galli della Loggia definisce la nostra scuola, finisce con il rappresentare solo una voce di sperpero di risorse pubbliche.

In effetti, quasi il 97% dei fondi statali destinati alla scuola va in stipendi, benché il personale sia pagato meno che altrove e, se siamo agli ultimi posti quanto a preparazione degli studenti, primeggiamo per numero d’insegnanti o spesa per allievo. Cifre che s’invertono se si parla di Università, ove il costo per studente è inferiore alla media, gli abbandoni superiori, bassissima la capacità di attrazione di stranieri. A tutto ciò ha senza dubbio contribuito l’eccessiva sindacalizzazione del settore, l’imperativo ideologico del posto garantito in perpetuo, la mancanza totale di meritocrazia, causa principale dell’incapacità di molti docenti di far capire ai giovani quanto l’evoluzione della lingua e della scienza, la storia, la letteratura e l’arte abbiano influito, attraverso i secoli, sui costumi, la morale, le vicende, le tradizioni della nostra società.

A peggiorare la situazione italiana ha inciso anche l’abolizione degli esami di riparazione, sostituiti nel 1995 con i cosiddetti “debiti formativi” che uno studente poteva trascinarsi negli anni successivi; ha influito la mentalità moderna dei giovani, succubi delle mode e della convinzione di avere diritto a tutto, nonché la crisi della funzione educativa dei genitori, perennemente portati a giustificare i figli sempre e comunque; ha operato negativamente la televisione, il relativismo e la dissolutezza dei tempi. Concause che hanno finito con il generare indifferenza nei confronti dell’efficienza scolastica, negli allievi e nel corpo insegnante, perfino nei politici. Che ha fatto perdere il senso del ruolo della scuola: istruire ma anche educare a controllare i sentimenti, ad acquisire responsabilità, disciplina ed autocontrollo, a fare sacrifici.

Da qui quella carenza culturale alla quale il ministro Gelmini tenta ora di porre rimedio, con il reinserimento del maestro unico nelle elementari; con la reintroduzione degli esami di riparazione (in parte già prevista dal precedente ministro, Fioroni); con il ripristino del voto di condotta (con un 5 si ripete l’anno!) e dell’educazione civica; con la rimessa in vigore del grembiule. Forse non saranno provvedimenti sufficienti a far superare la crisi. Ma rappresentano quel primo passo necessario per ridare vita ed anima alla scuola nelle cui mani è l’avvenire della nazione. Verità, questa, che anche professori, sindacati, politici ed intellettuali dovrebbero finalmente ammettere.

  Egidio Todeschini

18.9.2008