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Finalmente liberi di respirare La legge di Sirchia dà ossigeno alle speranze dei non fumatori. Inutili le proteste ma forse eccessivi alcuni divieti
Urrah! Mi viene spontaneo il grido di gioia quando so che Sirchia non ha concesso proroghe all’entrata in vigore della sua legge antifumo. Promulgata un anno fa, rende finalmente respirabili ambienti che, fino al 10 gennaio scorso, risentivano pesantemente del vizio di tanti fumatori. Ora niente più sigarette, sigari o pipe non solo sui treni, ma anche nei locali aperti al pubblico, come dire nei ristoranti, nei bar, negli uffici, negli ospedali, nelle scuole, sui pianerottoli, sulle scale e negli ascensori. Da quel non fumatore che sono sempre stato e che per di più soffre a stare accanto a chi fuma, non posso che gioire. Mi rallegro, infatti. E tengo in non cale le proteste di chi trova la legge illiberale, addirittura “talebana”; di chi si sente violato nel suo diritto di farsi del male, aspirando catrame e nicotina, ma anche di danneggiare gli altri, obbligandoli a respirare l’aria corrotta dal suo vizio. Rifiuto i reclami degli accaniti, a volte maleducati, consumatori di quella pianta che, importata dall’America cinque secoli fa, fa strage di polmoni (90.000 i morti annui di cancro solo in Italia), indebolisce il cuore, trasforma gli ambienti in camere a gas, è funesta alle donne incinte, al figlio che portano, all’infanzia tutta. E mi fa star male. Al punto che, in conflitto con l’abito talare che porto, mi spinge a non perdonare né il peccato né il peccatore. Ora posso esultare e gridare: Viva il Ministro della Sanità! E’ stato tenace, Sirchia: ha tenuto testa agli stessi parlamentari già contrari, fino al punto da insabbiarla, alla proposta di legge più o meno analoga presentata, nella scorsa Legislatura, da Veronesi. Ha respinto le richieste di proroga dell’Associazione dei commercianti, che sono ingiustificate stanti i 12 mesi di rinvio all’entrata in vigore del testo legislativo previsti proprio per dar modo e tempo ad esercenti e titolari di uffici di adeguarsi alle nuove norme e di predisporre locali riservati ai fumatori e muniti delle necessarie attrezzature (aspiratori, porte elettroniche, ecc.). Ha snobbato le minacce di ricorso al Tar, perfino alla Corte Costituzionale, rivoltegli da chi alla sigaretta proprio non sa rinunciare. Ha tenuto duro e ha vinto. Ora l’Italia ha il provvedimento più severo tra quelli già esistenti o in fattura in Europa, anche se non “proibizionista” come in qualche Stato dell’Usa. Provvedimento che, a stare ai sondaggi, trova favorevole circa il 70% degli Italiani. Che, a quanto dicono, stimola a smettere di fumare ed incrementa da subito la vendita di farmaci antifumo (cerotti, caramelle, spray) e di liquirizia. Che dà l’avvio a casi spontanei di “ronda” attuata da cittadini che, a sorpresa, entrano nei bar o nei ristoranti per cogliere in fallo – e far punire – i contravventori. Ma che, incredibilmente, spinge alcuni rappresentanti del popolo – tra gli altri, il ministro Martino (FI) e il parlamentare Diliberto (Pdci) – a dimenticare le opposte sponde di militanza politica per dichiarare all’unisono di voler infrangere la legge. Ben venga, dunque, il testo Sirchia, necessario e meritorio. Che tuttavia, dobbiamo riconoscerlo, presenta forse qualche pecca. Comunque, qualche eccesso. Il fumo, d’accordo, è un vizio, crea dipendenza, fa male anche se assorbito passivamente (verità, questa che alcuni contestano: pare – a quanto leggo su il Giornale in un articolo di Filippo Facci – che almeno 124 studi internazionali in materia lo neghino), costa allo Stato per gli interventi sanitari che comporta, e via discorrendo. Però, a detta di chi lo pratica, serve a scaricare tensioni, a volte a bilanciare un metabolismo sballato, spesso a superare la noia di un lavoro ripetitivo, il nervosismo da lunghe attese, la monotonia di un viaggio che si prolunga per ore (la Penisola è lunga!). Non solo: da noi vige il Monopolio di Stato. Che, in tre anni (1991-93), ha avuto un incremento del 113% degli introiti e a beneficio del quale su ogni confezione grava una tassa pari al 70% circa del suo valore. Aggiungiamoci il fatto, rilevato all’inaugurazione dell’anno giudiziario, che in Italia – come altrove – la criminalità, anche giovanile, aumenta, crescono i reati impuniti e si incrementa la richiesta di sicurezza da parte dei cittadini. Stando così le cose, mi chiedo perché imporre regole così restrittive e, a volte, inspiegabili. Leggo, per esempio, che non solo è proibito fumare sui treni, ma che adesso non si può neppure approfittare delle fermate per tirare una boccata sui binari. Se è vero – la notizia non è stata smentita - è assurdo. Leggo che è proibito, in mancanza di adeguate strutture di aerazione, fumare nel proprio studio privato, anche se vi si lavora da soli. Se è vero, è senz’altro lesivo della libertà personale. Leggo che alcuni psicologi temono ora un aumento di aggressività da crisi di astinenza. E mi domando se sia il caso di alimentarla con norme così rigide.
Leggo anche che, sollecitata da un nutrito gruppo di noti
personaggi (manifestavano, sigaretta in bocca, pro fumo libero al bar
della stazione Termini a Roma), la polizia ha reagito con una sola
denuncia contro l’ideatore della bravata, giustificandosi con un deciso
“Abbiamo ben altro da fare”. E penso che, con la criminalità oggi
esistente, non abbia torto. Leggo infine non solo le dichiarazioni di
alcuni parlamentari ma anche che, andando contro legge e contro una
precisa disposizione di Sirchia, il Monopolio di Stato ha deliberato la
riapertura dei distributori automatici di sigarette, rendendole così
disponibili ai minorenni. E mi chiedo se non sia illusorio pretendere
l’osservanza di una norma dai privati cittadini, se le stesse Aziende
pubbliche e i rappresentanti del popolo sono i primi ad aggirarla. Da
noi il proverbio più realistico è quello che recita “fatta la legge,
trovato l’inganno”. Forse occorrerebbe far nostro anche quello francese
sul “ surtout pas trop de zèle”.
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