|
Quello che ha chiesto l’Italia con il voto Tra i risultati delle elezioni meno partiti in Parlamento, un bipartitismo all’occidentale, l’addio forse definitivo al comunismo
Dopo il fallimento del Governo Prodi, che il centrodestra vincesse era dato per scontato più o meno da tutti, anche da chi parlava di “rimonta” del Pd di Veltroni. Che però la vittoria risultasse così netta non lo credeva nessuno, tranne Berlusconi che ha sempre scommesso su una maggioranza sicura anche al Senato. Un successo doppio, per il leader del PdL, tenuto conto che non ha promesso miracoli né soluzioni indolori, anzi ha insistito sulla necessità di fronteggiare un periodo di grave crisi politica, sociale e finanziaria. Si potrà gioire o meno del responso delle urne che ha segnato, tra l’altro, una notevole rimonta del partito di Di Pietro e, perfino nelle Regioni tradizionalmente rosse, della Lega. Conforta, però, constatare che, con il voto, gli elettori non si sono limitati a scegliere il Capo di Governo e la maggioranza che deve sostenerlo; hanno piuttosto reagito al diffuso sentimento di antipolitica, che la breve Legislatura prodiana aveva contribuito ad incrementare, puntando sullo sbarramento, previsto dalla legge elettorale, nei confronti dei partiti che non raggiungono una certa percentuale di voti. Ne è conseguito il passaggio a quel bipartitismo che, nei Paesi occidentali, garantisce governabilità e durata delle Legislature. L'opzione massiccia per i due simboli più consistenti, il Pd di Veltroni ed il PdL del Cavaliere, ha infatti portato all’eliminazione del rissoso sistema bipolare nel quale aveva buon gioco il potere di ricatto dei partiti minori, tra l’altro spesso antagonisti tra loro. Certo, è risultato che non si sarebbe raggiunto senza la nascita del PdL e senza l’intelligente decisione del neo segretario del Pd di “andare da solo al voto”. Scelte alle quali l’elettorato ha saputo aderire. Tanto da far dire a qualcuno che la Prima Repubblica è finita solo ora. Si registra, infatti, una sostanziale modifica del sistema politico nazionale che vede ora in Parlamento una maggioranza consistente ed un’opportuna riduzione dei gruppi partitici, tra i quali quelli comunisti che, come rileva Galli della Loggia sul Corsera, “hanno segnato profondamente per decenni la storia della sinistra italiana e, insieme, la storia del Paese”. Ma che, da “riformisti” quali dovevano essere, erano diventati protettori dell'esistente, incapaci di conformarsi alla diversa realtà, politica e sociale, d’Italia e del mondo. Della quale si è fatta interprete soprattutto la Lega. Certo, ha un eloquio esagerato, Bossi, quando minaccia “federalismo fiscale o fucili”, quando insulta “Roma ladrona” e spara verbalmente contro i clandestini e i Rom. Ma si fa interprete dei sentimenti del popolo che chiede più tranquillità economica, più giustizia e più sicurezza; che lavora per guadagnarsi pane e companatico; che non si sente più tutelato dalla criminalità corrente; che contribuisce ai bilanci dello Stato ma non vede mai diminuire la spesa pubblica, tanto meno i privilegi delle “caste”. E che forse non sa che gli “sfrattati” dal Parlamento, tranne il Ps di Boselli e la Destra di Storace, godranno comunque del rimborso spese elettorali, perché basta aver superato l’1% di voti per averne diritto! Un popolo che ha comunque votato a favore di due grandi partiti, per mandarne uno alla guida della Nazione, l'altro a controllarlo in modo critico e costruttivo. Indubbio, Berlusconi non potrà mettere riparo a tutte le incongruenze che costellano la nostra politica, perché la congiuntura economica internazionale è quella che è; perché difficilmente troverà consenso, nell’opposizione ma anche tra i suoi alleati, qualora decidesse, finalmente, di porre un freno ai tanti sperperi statali; di abolire le province; di ridurre il potere dei sindacati e i privilegi dei politici. Ma maggioranza ed opposizione devono arrivare a decisioni concordi almeno sulla necessaria riforma della Costituzione della quale si parla da decenni, che il precedente Governo Berlusconi aveva comunque approvata ma che il centrosinistra aveva fatto bocciare dal referendum, e che Veltroni ha posto tra le “priorità” del suo programma elettorale. Una riforma che, riducendo a non più di 600 gli attuali 1000 parlamentari; diminuendo i consiglieri regionali ed abolendo gli enti inutili potrebbe comportare un risparmio annuo, per l’erario, di almeno 5 miliardi di euro. Soprattutto, diversificando le funzioni delle due Camere, abbrevi i tempi legislativi; e, rafforzando i poteri del Capo del Governo, metta fine alla partitocrazia, al trasformismo, al ricatto dei più piccoli. Concordia, a stare alle promesse ripetute più volte dal segretario Pd durante la campagna elettorale, pure sulla riduzione di alcune tasse e sull’aiuto alle famiglie più bisognose. Ed anche sulla sicurezza e sulle politiche d'immigrazione, probabilmente, dal momento che esiste, su questi temi, omogeneità di vedute nei due schieramenti principali. E magari su una modifica sostanziale della Legge Tremaglia sul voto all’estero che, purtroppo, continua a far parlare di brogli. L'Italia non vuole più illusioni, anzi pretende concretezze. Dipende dalla capacità dell’opposizione di trovare le intese necessarie al nostro Paese e c’è da sperare che Veltroni mantenga gli impegni presi con gli elettori. Anche a costo di dover fronteggiare, come teme Francesco Cossiga, i movimenti di piazza e le rivolte organizzate dalle sinistre sconfitte. |