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L’inganno delle “unioni registrate” Un referendum per approvare o respingere la relativa legge federale. Sembra equanime e distaccata. Ma è solo apparenza
Il 5 giugno prossimo in Svizzera si vota. In ballo, l’ennesimo referendum ai quali gli Elvetici sono tradizionalmente abituati: fa parte della loro “democrazia diretta” della quale si dicono fieri anche se, spesso, disertano le urne. Lo possono fare, visto che nella Confederazione non esiste il famoso “quorum” che tanto fa discutere in Italia. Non esistono neppure le formule astratte ed ingarbugliate che rendono difficile, se non addirittura impossibile, al cittadino italiano chiamato ad esprimersi su una legge, la comprensione del quesito referendario. Qui è tutto più facile: gli elettori ricevono a casa, con qualche giorno di anticipo, la scheda – che possono rinviare per posta - ed un opuscolo informativo. Dal quale ricavano tutte le spiegazioni del caso, chi ha voluto la legge, perché, chi la sostiene, cosa comporta, diritti e doveri che ne derivano e via elencando. Gli Svizzeri, beati loro, non hanno che da leggere e decidere in conseguenza: se la legge piace, sbarrano il sì, se non piace, puntano al no. Senza neppure avere il problema, tutto italiano, di doversi ricordare che una risposta affermativa equivale a responso negativo. E viceversa. Il che non significa affatto che sia sempre facile per i Confederali rispondere in coscienza alla domanda che trovano scritta sulla scheda. In particolare quella del prossimo appuntamento, quando dovranno formulare un giudizio sulla nuova legge federale che regola l’unione domestica delle coppie omosessuali. Approvata con 112 voti contro 51 dal Consiglio Nazionale (l’equivalente della nostra Camera dei deputati) e con 33 contro 5 dal Consiglio degli Stati (il nostro Senato), entrerà in vigore solo se otterrà il beneplacito dei cittadini. Ai quali non si chiede se “accettino o meno l’omosessualità, ma se vogliono permettere a due persone dello stesso sesso di tutelare giuridicamente la loro relazione” (il virgolettato è tratto dall’opuscolo informativo). Ecco, forse è qui la novità rispetto ad altri Stati, dall’Olanda alla Spagna di Zapatero, che già in precedenza, con o senza l’apporto confermativo del popolo, hanno deliberato in materia. Nel testo elvetico non si parla affatto di “famiglia”, tanto meno di “matrimonio”, ma esclusivamente di “registrazione di un’unione”. Che, non essendo equiparabile alla coppia formata da un uomo ed una donna, non gode di conseguenza del diritto di avere figli. Ed infatti sono espressamente proibiti l’adozione ed il ricorso all’utero in affitto e/o alla fecondazione eterologa. A stare alla lettera della legge, si potrebbe dedurne che il Parlamento federale abbia solo preso atto dell’esistenza di un fenomeno nuovo ed in espansione al quale riconoscere “uno stato legale che ora non c’è”, senza violare la morale implicita nel termine “famiglia”. La “registrazione” servirebbe quindi a superare “le disuguaglianze giuridiche rispetto alle coppie coniugate”, in particolare a proposito di eredità, assicurazioni sociali e regole vigenti per gli stranieri. Un principio, quello dell’uguaglianza dei cittadini, che comporta che le “coppie registrate” acquistino diritti ma anche doveri: si vedranno infatti decurtare la pensione, come avviene in tutti i nuclei familiari; risponderanno in solido agli eventuali debiti; pagheranno le tasse sul reddito totale, eccetera. Forse il metter mano al portafoglio ridurrà le richieste di registrazione. Che, a detta dello stesso Consiglio Federale, non dovrebbero essere, in Svizzera, più di 400/450, contro i 35/36.000 matrimoni celebrati all’anno. All’apparenza, quindi, è legge che non scandalizza. Perché non sembra sconvolgere l’ordine naturale delle cose, non gioca d’astuzia, come quella spagnola, sostituendo i termini “marito e moglie” con quello generico di “coniugi”; non parla di “matrimonio” e non permette l’adozione o l’inseminazione cosiddetta assistita. Piuttosto pare rispondere al giusto concetto di “uguaglianza” dei cittadini ed essere dettata dalla presa di coscienza di un fenomeno che esiste e che, come un’epidemia, va allargandosi nel mondo occidentale ed imponendosi per insulso protagonismo. E pare adeguarsi ad una società sempre più disomogenea, in quanto globalizzata, nella quale convivono più “culture”, molte religioni e tanto laicismo, termine ormai sinonimo di ateismo. E nella quale tutto è lecito o deve essere lecito, se a qualcuno quel qualcosa piace. E’ indubbio che la legge in questione affronta il problema delle coppie omosessuali con un approccio che appare freddo e distaccato. Ma non lasciamoci ingannare dalle apparenze. Anche con essa, benché votata all’insegna dell’uguaglianza, si finisce con il rendere disuguali altre forme di convivenza, dettate da rapporti di parentela o amicizia, e non sessuali. Non solo: il testo s’ispira al diritto matrimoniale, con l’unica eccezione della prole. Però con la registrazione una coppia omosessuale “di fatto” diventa “di diritto” e niente proibisce di pensare che un domani, per evitare un’altra forma di discriminazione, le si riconosca la possibilità di adottare. Come, del resto, già avvenuto in altri Stati (Danimarca, Svezia, Irlanda, Olanda), in contraddizione con i principi sui diritti dell’infanzia. Per questo, forte della duplice convinzione che i bambini necessitano sempre di un ambiente “naturale”, quale solo la famiglia tradizionale può dare, e che “matrimonio e famiglia garantiscono la sussistenza stessa dello Stato, perché assicurano la nascita” di nuove generazioni, la Conferenza dei Vescovi svizzeri ha assunto una posizione decisamente contraria alla legge. Perfino il minuscolo Partito Evangelico, 4.000 iscritti e solamente tre deputati, ha raccolto le firme per bloccarla. Ora si spera in un responso negativo degli elettori. Compresi i cattolici doppi cittadini di origine italica. Egidio Todeschini
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