Il referendum sui minareti fa discutere

Sembra prevalere il no all’approvazione. Ma le opinioni favorevoli o contrarie risentono dell’ideologia politica di chi le esprime

 

Il 29 novembre i cittadini svizzeri dovranno rispondere a tre quesiti referendari, uno dei quali finalizzato ad inserire nella Costituzione la proibizione della costruzione di minareti. Il Consiglio federale e il Parlamento non hanno emanato in merito un controprogetto, limitandosi a consigliare di votare no. Il referendum è stato approvato nonostante la proposta della sinistra di dichiararlo nullo perché “stigmatizza i musulmani e solleva problemi giuridici”, in quanto, se passasse, violerebbe “determinati diritti fondamentali ed alcuni valori essenziali della Costituzione federale”. Non a caso il Ministro della Giustizia, la Widmer-Schlumpf, non vede nulla di buono nell’iniziativa che può mettere a rischio la convivenza pacifica tra le diverse religioni, senza peraltro contrastare la diffusione dell’Islamismo fondamentalista.  

Inevitabile che tale proposta referendaria sollevasse polemiche. Presentata l’8 luglio 2008 da esponenti dell’UDC e dell’Unione democratica federale (UDF), ha raccolto 113.540 firme valide. Una richiesta del genere era stata depositata anche in Ticino, Cantone a tradizione prevalentemente cattolica, da esponenti della Lega, i quali puntavano sul fatto che la Costituzione Federale (art. 15) e quella Ticinese (art. 24) riconoscono sì la libertà di “credo e di coscienza”, ma che proibire i minareti non limita il diritto del cittadino a seguire e a diffondere la propria religione. Non fosse altro perché non tutte le moschee, anche nei Paesi musulmani, li hanno; soprattutto perché è già sancito il divieto della chiamata alla preghiera dei muezzin. Quindi, secondo i promotori, il minareto servirebbe solo a “marcare una presenza”; sarebbe un “simbolo di conquista” che contrasta con il dovere degli stranieri d’integrarsi nella cultura elvetica.

I più ostili alla costruzione sono indubbiamente i leghisti che, ricordando la trasformazione della basilica di Santa Sofia in moschea dopo la conquista di Costantinopoli nel 1453, sostengono che i minareti “non sono solo un edificio religioso. La loro costruzione è simbolo del potere dell’Islam sul territorio conquistato”. Per cui, nella loro campagna a favore di un “sì”, avversano il Vescovo di Lugano, Pier Giacomo Grampa, il quale ha asserito che “i musulmani non sono solo bombaroli e terroristi, così come i cristiani non sono solo crociate e carri armati”. E molti contestano anche la presa di posizione della Conferenza Episcopale Svizzera che, pur riconoscendo che nei Paesi musulmani non esiste reciprocità, si è dichiarata contraria all’iniziativa in quanto “i minareti, come i campanili, sono un segno della presenza pubblica di una religione”; ed auspica la bocciatura del referendum “per coerenza con i nostri principi cristiani e i principi democratici”. Il che non significa affatto “sponsorizzarne la costruzione,” come sostenuto da Magdi Cristiano Allam in un articolo sul quotidiano italiano Libero.

Sono contrari anche gli esponenti del partito socialista, del PLR, del PPD, e dei Verdi. I quali, convinti che la collettività svizzera goda di una “grande li­bertà e democrazia dove religione e politica sono sepa­rate”, sostengono la necessità di “una società tollerante e rispetto­sa dei diritti universali di ogni uomo e di ogni donna e delle loro convin­zioni politiche e religiose”. Anche perché, dicono, per limitare la costruzione di nuove moschee, bastano le norme edilizie già esistenti. Opinione condivisibile, purché non stimoli a proibire, come successo in alcuni Comuni, l’affissione dei manifesti che invitano a votare sì, ritenuti “razzisti”, violando così il diritto costituzionale alla libertà di opinione e d’espressione.

E’ probabile, comunque, che il referendum non passi. Almeno a stare ai risultati di un recente sondaggio, secondo il quale solo il 37% dei cittadini è favorevole, suggestionato dalla “mancanza di reciprocità” che si registra nei Paesi islamici o spinto dalla paura del terrorismo musulmano. Ad esprimersi a favore della proibizione sono soprattutto i leghisti e i sostenitori dell’UDC, evidentemente concordi con il loro esponente politico, Hans Fehr, che ritiene che i minareti alimentino “l’islamizzazione rampante” della Svizzera e siano “le baionette dell’estremismo islamico”. Il no (49%) prevale, indipendentemente dal sesso, dall’età, dalla religione professata e dallo stato sociale degli intervistati; ed è percentuale che sale notevolmente tra i socialisti (68%), gli elettori del PLR (61%) e del PPD (55%), convinti che, in caso contrario, tol­leranza e rispetto, doverosi in una società multiculturale come quella occidentale, diventerebbero inin­tolleranza e razzismo. Rimane un 14% di indecisi che, pur consci del valore ormai puramente architettonico dei minareti, temono che, anche per effetto dei recenti progetti di moschee depositati a Will (SG), Wabern (BE), Langenthal (BE) e a Wangen (SO), si possa arrivare ad una forma, sia pure dissimulata, d’islamizzazione della Svizzera.    

Ove si registrano 180 comunità con 350’000 Musulmani che lavorano e pagano le tasse. E che devono poter pregare secondo i riti della loro religione, pur rispettando le leggi del Paese che li ospita. A tal fine, e per evitare che siano istigati al terrorismo, non serve proibire la costruzione di minareti, quanto piuttosto creare una facoltà di teologia islamica in Svizzera. La proposta è dell’imano ticinese Samir Jelassi che ritiene “che gli animatori della preghiera islamica in futuro debbano essere formati in Europa, per predicare la tolleranza e il rispetto e non l'islam radicale”. Consiglio da non sottovalutare. In ogni caso dovremmo preoccuparci di più del fatto che le nostre chiese si svuotino piuttosto che della costruzione dei minareti.

Egidio Todeschini

 

 

1.11. 2009