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I record in negativo di un’Italia alla deriva Da tempo in ogni statistica internazionale la Penisola risulta agli ultimi posti. Primeggia soltanto nelle anomalie
A seguire le vicende d’Italia ci si accorge che il Paese gode di un primato poco entusiasmante: quello di apparire spesso in fondo nelle classifiche internazionali. Tranne che nelle anomalie. Siamo infatti capolista nelle statistiche relative al numero di parlamentari, addetti ai sindacati ed impiegati pubblici; alla remunerazione delle varie caste, compresa quella degli eurodeputati; all’esorbitante corpo ministeriale; ai costi delle Istituzioni (il Quirinale più della Casa Bianca); all’eccesso di leggi; all’entità del lavoro nero e, forse, dell’evasione fiscale. Siamo gli unici ad avere il bicameralismo perfetto e abbiamo i tempi più lunghi per formare un nuovo Governo. Per il resto, brilliamo per inadeguatezza. Un primato negativo che si registra in molti settori. Prendiamo l’istruzione scolastica. Dall’indagine PISA, pubblicata dall’Ocse l’anno scorso, risulta che l’Italia è al 33° posto per competenze letterarie, al 36° per cultura scientifica, al 38° per quella matematica. Precede la Grecia che però la batte quanto a giovani in possesso di un diploma. Anche il livello d'istruzione degli adulti è tra i più bassi dell'UE: il 25% della popolazione ha solo la licenza elementare; ha lasciato la scuola il 30% dei ragazzi tra i 15 ed i 19 anni (la media europea è del 20%); soltanto il 42% è arrivato alla licenza o maturità (contro il 59% dell’Europa). Dati scoraggianti che contrastano con la nostra spesa pubblica per studente tra le più alte; solo l’Austria, la Svizzera e gli Stati Uniti sborsano di più. Le università non vanno meglio, anzi stanno malissimo se, nelle graduatorie planetarie, quella di Bologna compare al centonovantaquattresimo posto. E pensare che, nel XIII e XIV secolo, era la migliore del mondo e la prima ad avere una cattedra di diritto! L’Italia è al penultimo posto anche per numero di laureati: 11 su cento persone di età compresa fra 25 e 64 anni. Soltanto la Turchia è sotto di noi. Traggo da un editoriale di Sergio Romano, pubblicato sul Corsera il 4 maggio scorso, un elenco alquanto significativo: “Siamo al 46˚posto nella lista dei Paesi più competitivi. Il nostro commercio internazionale ha perso quote di mercato (nell'Unione Europea meno 11,8% dal 2001 al 2006). La produttività del lavoro, nello stesso periodo, è cresciuta dell'1% contro l'8,6% in Francia e il 7,7% in Germania. Da noi l'avvio di un'attività economica richiede 16 procedure e 66 giorni contro 8 procedure e 31 giorni nei Paesi Bassi. In poco più di trent'anni siamo scesi dal terzo al dodicesimo posto nella classifica delle autostrade europee... Gli italiani che usano Internet nei rapporti con la pubblica amministrazione sono il 17% dei cittadini fra i 16 e i 74 anni contro il 43% della Germania, il 41 della Francia, il 38 della Gran Bretagna e il 26 della Spagna. Il tasso di occupazione femminile (46,3%) è inferiore a quello della Grecia. Nella classifica dei Paesi che maggiormente attraggono investimenti stranieri siamo agli ultimi posti”. Un elenco che l’articolista commenta ironicamente ma dolorosamente: “Se v'imbattete in una qualsiasi classifica è inutile che cerchiate l'Italia in cima alla pagina: la troverete soltanto spostando lo sguardo verso il basso”. Per convincermi, cerco altri dati su Internet e scopro che la lista di Romano non è completa. Siamo in fondo alla graduatoria anche in tema d'informatizzazione del sistema giudiziario. Non parliamo poi dei tempi processuali: con i nostri 1.390 giorni - che diventano 2.784 per sentenziare un fallimento - necessari per concludere una causa civile (contro, per esempio, i 288 dell'Inghilterra e 255 degli Stati Uniti) siamo centotrentaquattresimi. Dopo di noi solo il Guatemala. Risultiamo in coda anche nella durata dei processi penali, ed infatti siamo tra i Paesi più condannati dal Tribunale di Strasburgo. In compenso siamo i soli a registrare tante “scarcerazioni per scadenza della custodia cautelare”, se a nessuno è mai venuto in mente di elaborare statistiche in merito! Un primato negativo, il nostro, che troviamo in moltissimi altri settori, non ultimo quello riguardante il tasso di natalità. Secondo uno studio del centro Artes di Torino, siamo al penultimo posto, benché il bilancio demografico nazionale risulti positivo grazie ai nati da cittadini stranieri. La denatalità è fenomeno tipico dei Paesi industrializzati se, nei 15 Paesi dell'Unione Europea fra il 1960 e il 2007, si registra un calo di nascite dal 2,59 a 1,50 figli per donna. Percentuale che nella Penisola si è quasi dimezzata (dal 2,41 all'1,29), anche perché da noi l’imposizione fiscale non tiene conto del numero dei componenti il nucleo familiare. Né consola sapere che la Spagna registra una natalità inferiore (1,1). Potremmo continuare, per esempio ricordando l’assenza di centrali nucleari in Italia, contro le 150 già esistenti in Europa; oppure che siamo, tra gli Stati dell’UE, al terzultimo posto (dopo di noi solo Spagna e Francia che però bloccano diversamente le immigrazioni irregolari) per quanto riguarda il tempo massimo di detenzione dei clandestini negli appositi Centri: solo due mesi (contro i 20 della Lettonia, in testa alla classifica, o i 18 della Germania), con il risultato che, una volta usciti, 6 illegali su 10 rimangono nella Penisola, magari a delinquere per sopravvivere. Quanto fin qui citato basta ed avanza per descrivere un’Italia che sta trasformandosi sempre più in uno Stato povero, scarsamente istruito, poco prolifico e meno dotato di servizi moderni. Soprattutto, incapace di riforme, grazie alla specialità, tutta nostra, di scaricare le responsabilità e di frenare chi si oppone a modifiche sostanziali. Altra anomalia, questa, nella quale purtroppo primeggiamo: c’è sempre qualcuno che pone un veto, sia esso il sindacato, un Ordine professionale, una corporazione, un partito, una Istituzione, un Governatore regionale, un sindaco. E spesso anche i cittadini, favorevoli a tutto, purché fuori dal loro territorio. E’ il caso di reagire! Egidio Todeschini
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