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Il rischio reale del meticciato culturale L’identità storica del Cristianesimo e la sua influenza sulla cultura occidentale. Messa però in pericolo dalle nuove tendenze filosofiche
Ci risiamo. Un personaggio esprime il proprio pensiero in merito ad un problema reale e, a dispetto della proclamata libertà di opinione, subisce un’aggressione verbale fatta d’insulti, d’ironie, di accuse. Sotto questo profilo, l’Italia, purtroppo, non si smentisce mai: episodi del genere si ripetono e danno origine a dispute più o meno violente. Non un educato e razionale scambio di idee, piuttosto un ignobile “crucifige”. E’ capitato di recente al meeting riminese di Comunione e Liberazione. Alla giornata di apertura, il 21 agosto scorso, era presente, tra gli oratori, il Presidente del Senato, Marcello Pera. Che ha prospettato un “meticciato culturale” quale frutto di un’attitudine troppo “buonista” e permissiva nei confronti dell’immigrazione musulmana. Apriti cielo. Il “laico” Pera si è sentito accusare di tutto, razzismo compreso. E, a partecipare alla bastonatura verbale, ci si sono messi anche alcuni suoi colleghi di coalizione, tra i quali il ministro Pisanu. Che ha tirato in ballo perfino San Pietro e San Paolo, pretendendo che “se non si fossero contaminati con i pagani per diffondere il loro messaggio, a quest’ora il Cristianesimo sarebbe solo una religione locale”. Con ciò volendo sostenere che “l’identità cristiana nasce dai meticciamenti”. Mi spiace per il ministro, ma sbaglia. E basta un rapido sguardo alla Storia per rendersene conto. Perché S. Paolo non si è “contaminato”, era già un ebreo, come S. Pietro, nativo di Tarso ma cittadino romano. Poi folgorato dal Signore. Entrambi quindi credenti nel Dio Unico e non avevano bisogno di “attraversare il Mediterraneo” per conoscere e ripudiare il politeismo, perché i Latini c’erano già, a Gerusalemme. E l’uno e l’altro avevano “lasciato ogni cosa”, inclusa la propria identità etnica e culturale, per seguire Cristo e divulgarne l’insegnamento. Ben poco meticcio anche l’Occidente cristiano quale è venuto formandosi nel tempo. Sì, certo, non ha fatto tabula rasa dell’eredità greco-romana o ebraica, ma ne ha capovolto i concetti fondamentali. Dice niente il fatto che nell’antica Grecia la nozione, tutta cristiana, di “individuo” non esisteva, neppure come subordinata alla “comunità”? Ne troviamo ben poco, anzi nulla, di meticciamento culturale, nei secoli successivi. Ci sarà stato certamente un “miscuglio” di sangue e di etnie, in Europa e, in particolare, in Italia per effetto delle invasioni barbariche, non certo un cocktail di culture se Unni, Vandali e Longobardi nel giro di pochi decenni si convertirono al Cristianesimo, abbandonando i loro riti religiosi, perdendo il carattere bellicoso, assimilando le istituzioni locali e distinguendo tra potere temporale (statale) e quello spirituale. E se gli Arabi in Spagna dominarono ma non lasciarono comunità musulmane. L’Italia sarà pure quel puzzle di etnie che la caratterizza e dal quale abbiamo ereditato vizi e virtù, dal campanilismo alla fantasia creatrice e all’interessato “tengo famiglia”, ma la sua identità culturale è rimasta sempre e comunque profondamente cristiana, anzi, cattolica: la dominazione araba in Sicilia ci ha lasciato il nome di alcune città, Caltanissetta, per esempio, non la religione. Dai Bizantini abbiamo acquisito il bizantinismo concettuale (= discutere spaccando il capello in quattro) o il dialetto di alcune zone del Sud o lo stile artistico delle chiese ma non la loro ortodossia. A giocare a favore della nostra cultura, a preservarla da promiscuità fideistiche estranee non c’è stato solo il “fortuito” caso di avere la Santa Sede sul nostro territorio. Piuttosto la convinzione diffusa, magari inconscia, della superiorità morale del Cristianesimo; dei suoi valori essenziali; dell’innegabile sua vittoria sulla barbarie e del progresso sociale che ne derivava. Oggi non è più così, soprattutto in Italia ed in Europa. Ci si dichiara ancora cristiani ma, in nome dei diritti – all’aborto, al divorzio, alla fecondazione assistita, al matrimonio tra omosessuali - e delle libertà personali, abbiamo distrutto le basi della spiritualità e della morale cristiana. E in nome del relativismo (è lecito tutto ciò che piace) e del multiculturalismo (tutte le culture hanno uguale valore) siamo propensi ad accogliere il “diverso” senza chiedere che si adegui alle nostre leggi e alle nostre tradizioni. Anzi, ci adattiamo perfino a togliere il Crocefisso dalle aule, per non urtarne la sensibilità, a sopprimere il Presepio o i canti natalizi, a concedere, come denunzia il “musulmano” giornalista del Corriere, Magdi Allam, la “parificazione” delle scuole arabe esistenti in Italia, anche se in molte di esse si predica l’odio verso l’infedele. E sarà anche vero che il terrorismo islamico non è guerra di civiltà o di religione. E che non tutti i musulmani sono cultori della morte e disposti al suicidio in nome di Allah. Ma è certo che Bin Laden o chi per lui, sia pure solo per motivi politici, sfrutta la lettura distorta del Corano per convincere ad uccidere e a morire. Con la differenza, rispetto ai tempi passati, che oggi l’Europa ospita già diversi milioni d’Islamici. I quali prolificano molto più di noi e praticano l’osservanza delle loro regole religiose con maggiore convinzione di quanto l’Occidente cristiano non faccia. Ed è in questa nuova realtà che si nasconde il rischio del meticciato culturale prospettato da Marcello Pera. Un laico che interpreta la Storia: non tutti, cattolici compresi, possono essere d’accordo. Ma resta il fatto che il problema esiste e va affrontato senza isterismi. Egidio Todeschini
10.9. |