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Non è razzismo ma bisogno di sicurezza In Italia ritorna l’accusa di discriminazione razziale. Bisogna aiutare gli stranieri ad integrarsi. Rispetto delle regole e offerta di solidarietà
Non passa giorno senza che qualcuno, sia esso un politico o un opinionista, punti il dito sul rinnovato razzismo riscontrabile nella popolazione italiana. Una denuncia che va di pari passo con l’accusa, rivolta a Berlusconi, di dar luogo ad una forma di regime, ad una “deriva autoritaria” alla Putin, che inevitabilmente ridurrebbe gli “spazi democratici” e spiegherebbe quel rifiuto dello straniero da molti oggi attribuito ai nostri connazionali. C’è da chiedersi quanto ci sia di vero, in tale analisi. A darle manforte si sono registrati, nel giro di pochi giorni, alcuni episodi di violenza dei quali hanno fatto le spese gli immigrati: a Milano, il giovane italo-africano ucciso da commercianti per reazione al furto di qualche pacchetto di biscotti; a Castel Volturno (Caserta), i sei extracomunitari barbaramente fatti fuori a colpi di fucile; a Parma, il ghanese insultato e picchiato, pare, dai Vigili urbani; a Roma, il cinese aggredito, malmenato e ferito da alcuni ragazzacci (tra i quali un immigrato arabo, dettaglio che ai più è sfuggito!); sempre a Roma, la somala denudata ed oltraggiata (dice) dalle Forze di Polizia. Quanto basta, secondo qualcuno, per dipingere gli Italiani come razzisti, approfittando anche delle parole del Papa, del Capo dello Stato e di Fini secondo i quali “nulla può giustificare il disprezzo razziale”. Una presa di posizione che contraddice l’invito a non generalizzare, se a compiere un misfatto è il rom di turno o il marocchino. Che non trova conferma nel casertano ove le indagini mettono in luce il movente camorristico degli omicidi. Che non tiene conto dei tanti miserabili casi di bullismo a spese di connazionali, messi in atto da giovani maleducati. Che contrasta con i precedenti della donna somala sulla quale già pesano una condanna per resistenza a pubblico ufficiale e una denuncia per trasporto di droga. Che è smentito anche dai risultati di un’indagine di Caritas Migrantes, riportati qualche giorno fa dal Corriere della Sera, dalla quale si appura che non fanno più paura, in quanto sono diminuiti i reati ad essi imputabili, i 420mila Albanesi, 10 mila dei quali studenti, vent’anni fa dipinti come “cattivi e violenti”, oggi ben integrati, lavoratori e, a volte, imprenditori (15 mila). E perfino da uno studio, eseguito da un Centro islamico, che parla di “una maggiore loro integrazione nel Lombardo-Veneto”, dove il razzismo sarebbe più esteso. Un allarme sbugiardato dalla realtà nazionale, quindi, che non fa annoverare, tra i tanti nostri difetti, quello dell’arroganza etnica. Che il razzismo sia un’ignominia da estirpare con fermezza è innegabile. Ma è anche vergognoso anche sbandierarne l’esistenza per motivi politici ed ideologici, contemporaneamente giustificando come “autodifesa” l’atto di un immigrato che si dedica ad attività criminali; oppure il non tacitare chi offende la nostra religione o il parlamentare che afferma che “ogni illegalità deve essere combattuta con la massima severità ed inflessibilità, indipendentemente dalla nazionalità di chi la compie”. Ed è dannoso l’alimentarlo, come spesso succede in Italia, con sentenze buoniste che spingono a delinquere ancora. Gli Italiani non sono razzisti: forse qualcuno, non tutti, ed infatti tollerano, più che in Europa, ambulanti illegali e posteggiatori abusivi. Certo, nei confronti degli stranieri c’è oggi molta diffidenza, ma a dettarla è l’insicurezza, non il razzismo. Non credo che i poliziotti siano parziali e xenofobi: a volte qualcheduno eccede, ma probabilmente per reazione ai frequenti insulti ed aggressioni subiti di persona o da colleghi. Né penso che tutti gli stranieri, i “neri” in particolare, siano falsi, ladri e stupratori. Le aggressioni dei bulli e degli esaltati vanno punite, senza però lanciare appelli alla mobilitazione popolare o farne un fenomeno nazionale: sarebbe come dire che tutti gli Italiani sono ultrà, solo perché qualche matto passa i limiti per passione sportiva. Facile sparare sul razzismo, ma non serve a risolvere i problemi provocati dall'immigrazione. Che esistono e che vanno risolti, senza sconfinare nel buonismo interessato o nell’intransigenza eccessiva. Bisogna invece aiutare gli stranieri ad integrarsi, pretendendo il rispetto delle nostre regole ma offrendo anche solidarietà, istruzione e giustizia. E’ quanto già avviene, in genere, nelle piccole imprese, ove l’immigrato trova lavoro ed acquista competenze, tanto da essere invogliato a lanciarsi nell’avventura imprenditoriale. Nelle famiglie, quando vi lavorano come domestici o badanti – ruoli che gli Italiani non vogliono più svolgere – fino a diventarne componente insostituibile ed apprezzato. E pure nei piccoli centri urbani che offrono maggiori possibilità di socializzare. Gli Albanesi di cui parla la Caritas rappresentano la prova più evidente dell’affabile ospitalità di cui l’Italia è capace. Parlare di “deriva razzistica” è assurdo, perfino controproducente. Perché rischia d’inculcare in qualche malpensante la malsana idea che gli xenofobi vadano comunque sterminati. Soprattutto di alimentare l’odio ed il disprezzo verso gli Italiani. Egidio Todeschini
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