Cresciuti a nutella e coca cola

I ragazzi crescono prima ma crescono male. In aumento il fenomeno del teppismo giovanile. Troppe carenze educative

Inaugurazione dell'anno giudiziario. Il Procuratore Generale di Roma, dr. Carmelo Calderone, sottolinea la crescita della microcriminalità giovanile e propone di abbassare a 12 anni (oggi fissata a 14) la soglia di punibilità dei minorenni e di portare a 16 l'ingresso nella maggiore età. Qualcuno si scandalizza, anch'io rimango perplesso. A farmi superare i dubbi arriva la notizia di un fatto di cronaca, uno tra tanti. E' accaduto a Milano ma avrebbe potuto succedere ovunque. Protagonisti cinque adolescenti, dai 15 ai 17 anni. Vantano un credito di 40 euro nei confronti di un compagno e, per riaverli, non trovano niente di meglio che improvvisare una specie di sequestro di persona: tu da qui non ti muovi ed intanto ci dai in garanzia il tuo orologio (ovvio, di marca). Poi telefonano (il cellulare ce l'hanno tutti!) alla mamma del malcapitato: "o vieni a portarci quanto il tuo pargolo ci deve o lo massacriamo di botte".
La genitrice accorre ma avverte la polizia. Che arriva in tempo per assistere allo "scambio" (40 euro contro il figlio) e per fare quanto le compete: portare i ragazzi in questura. Storia a lieto fine? Lo sarebbe se l'episodio si concludesse con il pentimento dei sequestratori e l'offerta di debite scuse. Invece no. Perché i "fermati" non mostrano neanche una virgola di vergogna e restano indifferenti e sfottenti anche quando parte la telefonata ai rispettivi padri e madri. Che si precipitano, estrazione sociale diversa ma reazione identica, con il "premio" in forma di cioccolatini e coca cola per i monellacci ed un'unica preoccupazione: "i poliziotti ti hanno trattato bene?". Neanche uno scappellotto, una ramanzina, una promessa punizione, niente.
Capisco ora perché il dr. Calderone abbia formulato quella proposta. E mi spiego perché aumenti la malvivenza giovanile, perché si moltiplichino le baby-gang, perché quasi quotidianamente leggiamo fatti di teppismo firmati da ragazzini e giovanette. Non mi riferisco solo ai pochi (per fortuna) delitti efferati, che so, quello di Erika piuttosto che di Desirée o della suora di Chiavenna uccisa "per vedere l'effetto che fa", ma alle tante vicende di microcriminalità, o meramente di prepotenza, compiuti forse solo per provare l'ebbrezza della bravata. Che è supportata, però, dalla sicurezza dell'impunibilità, perfino in famiglia, e dall'assenza totale di remore, siano esse dettate da valori etici, sociali, religiosi o semplicemente educativi.
Crescono in fretta, i giovani di oggi, la tecnologia ha dato loro un'accelerazione che si assomma alla mentalità corrente del permessivismo pronto a concedere spazi di movimento sempre più ampi e una montante precocità delle "conquiste" (spettatori della televisione a 3-4 anni, cellulare a 8, soldi in tasca a 9, computer a 10, libera uscita serale a 12, prime esperienze sessuali a 13-14 anni).
Ma crescere in fretta non significa per forza crescere bene: non è un caso se l'aumento dei fatti di cronaca in cui sono coinvolti gli adolescenti va di pari passo con il moltiplicarsi dei casi giovanili di patologie psicologiche - stati depressivi o ansiosi, turbe psichiche, ecc. - e l'abbassamento dell'età alla quale esse compaiono. E non basta rispondere alle loro carenze psichiche con l'offerta di un medicinale antidepressivo somministrabile perfino a 8 anni, quasi che un rimedio farmaceutico possa sostituire l'ormai a rischio serenità familiare, l'affetto non disgiunto dall'autorevolezza parentale e la comprensione non dissociata dalla severità.
Crescono in fretta, ma tutto contribuisce a farne degli sbandati, degli insicuri, dei complessati, dei prepotenti. Crescono in un mondo che li convince a deprecare un'infamia in funzione di chi e del perché la compie; che li abitua talmente ad avere tutto e subito da crescere perennemente insoddisfatti ed annoiati. O frustrati, se non riescono ad eguagliare i compagni. Un mondo che esalta la volgarità, celebra la sessualità, propaganda la violenza, distrugge la morale, relativizza gli eccessi, dimentica i doveri e strombazza i diritti.
Crescono in fretta, ma la responsabilità del furto della loro infanzia, degli anni della spensieratezza e del gioco ma anche dell'obbedienza e della disciplina, è di molti: famiglia e scuola, classe dirigente e giornali, Internet e televisione, telefonini e cinema. Di quanti non si limitano a regalare un cellulare al bimbetto ma contestano agli insegnanti il divieto di portarlo in classe. Di chi non insegna la sacralità del corpo ma punta sulla pillola del giorno dopo. Di coloro che non biasimano la prepotenza, fisica o verbale, ma la premiano, preoccupandosi solo che la Polizia si sia comportata bene. Di quelli che sproloquiano di libertà e finiscono con il reclamizzare la licenza. Di tutti gli stolti - tanti, troppi! – che hanno smesso di insegnare il valore della rinuncia ed il piacere della conquista; che sentono il vincolo matrimoniale come un oggetto usa e getta; che inseguono il benessere, per sé e per i figli, ma dimenticano la ricchezza del dialogo, dell'esempio, del sacrificio, del rispetto, della disponibilità.
Questa è responsabilità morale che è e resta collettiva. Però per i singoli atti c'è una responsabilità, penale o civile, che è soltanto personale. Ha ragione il Procuratore Calderone: se i ragazzi, oggi, per tanti motivi crescono prima, è giusto che rispondano prima delle loro azioni. Anche la pena è una forma di educazione. Ben venga, in mancanza di quella sociale.

Egidio Todeschini
31.1.2003