I quattordici giorni di finta democrazia

Dietro nobili paraventi, molti interessi personali e di partito che alimentano l’antipolitica. Con due eccezioni che fanno ben sperare

  

Opinionisti e politici hanno scritto e detto tutto ed il contrario di tutto, nei giorni della crisi governativa, offrendo una serie infinita e divergente di opinioni, suggerimenti, insinuazioni, interpretazioni, rimbrotti, ripensamenti, accuse e larvate minacce. Uno spettacolo indegno e sconfortante che non aiuta i cittadini a seguire la politica, tanto meno a spingerli a votare con consapevolezza e non solo per simpatia per un candidato o, peggio, per impulso ideologico. Uno show durato quattordici giorni, tra consultazioni del Capo dello Stato e del Presidente del Senato; che si è impinguato di svariate proposte spesso in contrasto con le leggi vigenti e la stessa Costituzione; che, aggiungendosi a quello dell’immondizia campana, del tira e molla su Alitalia, delle incongruenze giudiziarie, della malasanità calabrese, non ha certo contribuito a diffondere all’estero un giudizio positivo sul nostro Paese.

Ora che le Camere sono state sciolte, agli Italiani resta l’amarezza per la sceneggiata cui hanno assistito ma anche molta confusione in testa. E’ necessario, quindi, chiarirci le idee, onde poter fare una scelta elettorale che prescinda da cliché o pregiudizi. Incominciamo con il chiederci come mai, ad optare per la fine della Legislatura, erano i partiti più piccoli, a cominciare da quello di Mastella (Udeur) che, guarda caso, ha ritirato la fiducia a Prodi solo dopo che la Corte Costituzionale ha ammesso il referendum elettorale.

La risposta è semplice: per farlo rinviare di un anno, a norma di legge. Se lo si fosse votato in primavera e fosse passato, avrebbe riconosciuto il premio di maggioranza non più alla coalizione, bensì al partito che prende più voti. Con la conseguente perdita, nelle successive elezioni politiche, di quel potere di ricatto di cui i partitini si servono per mettere alle strette il Capo del Governo, come successo nella precedente Legislatura e soprattutto in quella prodiana che ha quotidianamente visto i suoi membri litigare tra di loro e persino scendere in piazza per manifestare contro le decisioni governative.

Confessare pubblicamente il timore di un responso referendario che potrebbe causare l’eliminazione dalle Camere dei loro pochi ma essenziali parlamentari? Impossibile, soprattutto poco dignitoso. Meglio far la parte di chi, prendendo coscienza degli eventi, si rimette al giudizio degli elettori e al risultato di nuove elezioni che li salvano almeno per un anno, sempre che nel frattempo, approvata una nuova legge elettorale, il referendum non decada.  

Poteva sembrare più “democratica” quella parte del centrosinistra che, con Veltroni, auspicava un Governo a tempo per ridare agli elettori, con una nuova legge elettorale, il diritto, che l’attuale non riconosce, di scegliere i propri candidati. E magari portare a termine quella riforma costituzionale di cui si parla da decenni, sulla quale si discuteva alla Camera (relatore Luciano Violante) con l’obiettivo, fra altri, di dare più potere al Premier, ridurre i parlamentari ed abolire il bicameralismo perfetto che allunga i tempi legislativi.

Sembrava nobile aspirazione, in realtà era un imbroglio dettato dalla paura di perdere e dalla consapevolezza che l’antiberlusconismo non basta più, ed imbastito sulla scarsa memoria dei cittadini. I quali forse non ricordano che anche il Mattarellum (votato dal centrosinistra) prevedeva la lista bloccata nel proporzionale ed obbligava, nel maggioritario, a votare per il candidato scelto dalla coalizione. E che sempre il centrosinistra nel 2006 aveva spinto a rifiutare, con voto referendario, quelle modifiche della Costituzione che oggi invocano ma che erano già state fatte dal precedente Governo Berlusconi.

Senza contare che c’era da salvare, ai 379 neo eletti del 2006, la pensione che scatta solo dopo 18 mesi e un giorno di Legislatura. E che di riforma elettorale se ne parla da tempo, senza peraltro arrivare mai, neppure nell’ambito di una stessa coalizione, ad un’intesa sulle diverse proposte fatte da Chiti, Bianco, D’Alema, Casini, Veltroni ed altri, tutte tendenti alla sopravvivenza del proprio simbolo e relativo potere. Tanto da far scattare le solite accuse di “inciucio” nei confronti del segretario del Pd e di Berlusconi, quando questi hanno tentato, per il bene del Paese, di mettersi d’accordo e di piantarla con la politica dello scontro a tutti i costi.

Sia chiaro, anche le richieste del centrodestra di andare subito al voto erano dettate dalla quasi certezza, convalidata da diversi sondaggi, di vincere, grazie al malcontento nei confronti del Governo Prodi e alla possibile sconfitta del Pd, dopo la decisione veltroniana di non rinnovare la vecchia coalizione. Certezza che ha fatto compattare i diversi leader della Casa delle Libertà, fino a qualche giorno prima in continua lite tra di loro, ma che non garantisce, un domani, un Governo senza dispute interne. E, forse, sa più di calcolo che non di buon senso il voler riprendere in seno i disinvolti ballerini Dini e Mastella.

Insomma, non è tutto oro quello che brilla. Con due eccezioni: la volontà di Veltroni di rinunciare, anche a rischio di perdere, all’accozzaglia di un centrosinistra dai tanti partiti troppo discordi tra loro; ed il sano proposito di Berlusconi, qualora vincesse, di affidare qualche Ministero agli avversari del Pd, onde arrivare, finalmente e rapidamente, alla soluzione dei tanti problemi che gravano sull’Italia. E alla modifica delle leggi elettorali, magari anche della Tremaglia. Se son rose, fioriranno.  

Egidio Todeschini

 

 

P.S.
Gli Italiani residenti all’estero che preferiscono votare in Patria devono farne richiesta al proprio Consolato entro il 16 febbraio, spedendo o consegnando il formulario, debitamente compilato, reperibile su Google.it
--> Consolato d’Italia di (città) --> Modulistica. O con una lettera che riporti nome, cognome (anche da nubile, per le sposate), luogo e data di nascita, indirizzo svizzero, Comune italiano d’iscrizione all’A.I.R.E, e la frase: “Comunico di volermi recare in Italia per votare in occasione delle politiche del 13/14 aprile. Sono a conoscenza del fatto che non usufruirò di alcun rimborso per le spese di viaggio”. Rimborso che invece rimane per chi deve votare anche per le Amministrative, che avranno luogo in alcune province e comuni.

 

8.2.2008