“Il Presepe è la nostra cultura”

Così il Papa difende la sacra immagine del Natale. Le incoerenti giustificazioni di chi l’abolisce nelle scuole       

 Non è novità di quest’anno. E’ da tempo che, puntuali come le nebbie dicembrine, si fanno sentire, soprattutto negli istituti scolastici, i contestatori di Gesù Bambino e dei tradizionali canti natalizi. I quali, a sentir qualcuno, offenderebbero i sentimenti dei bambini di altra religione o che non hanno ricevuto fede alcuna. Il Presepe contrasterebbe, dicono, con la laicità dello Stato e con l’esatta interpretazione del concetto di “pubblica” riferito alla scuola ove, visto che è frequentata da cristiani e musulmani, buddisti e atei, si deve trasmettere cultura e non fede.  
  Di nuovo c’è solo l’ampiezza della polemica che ne è sorta, in merito alla quale hanno creduto di dover intervenire il Papa, alti prelati, alcuni personaggi delle Istituzioni, rinomate firme del giornalismo nazionale e, sorprendentemente, qualche imam. L’unica a non farsi sentire è stata la voce degli ebrei, a difesa della fede dei quali nessuno ha mai pensato, prima dell’arrivo in massa dei musulmani, di annullare il significato ed il valore della Natività. Eppure sono i soli che potrebbero sentirsi “offesi” in quanto, essendo ancora in attesa del Messia, non ravvisano, nel Bambino di Betlemme, né l’autorità del profeta, che gli islamici invece Gli riconoscono, né la santità del Figlio di Dio.
  Tale paradosso mi induce a riprendere l’argomento. Perché, per questa specie di crociata alla rovescia, combattuta a parole in difesa di tutte le religioni, di fatto con il pensiero rivolto solo a quella islamica, si usano armi verbali, “rispetto, tolleranza, integrazione, solidarietà, laicità, pace” che possono tirare in inganno e far pensare che qualcosa di giusto ci sia. E che quanti la sostengono siano in buona fede. Forse lo sono, sebbene a volte fanno sorgere il dubbio che in loro permanga l’ombra di quel concetto marxista che propagandava la religione come “oppio dei popoli”. Ma buona fede non significa necessariamente coerenza e razionalità. Infatti, ad un esame attento delle motivazioni addotte da chi vuole sopprimere il Presepe o sostituire Gesù con Cappuccetto Rosso (lo ha fatto una maestra di Treviso), si nota soprattutto la mancanza di qualità culturali. E sottolineo “culturali”.
  Dicono che intendono “rispettare” la sensibilità del musulmano, comunque di chi non crede in Cristo. A parte il fatto che il Corano cita più volte Gesù e la Vergine Maria, possibile che non si rendano conto, tali docenti e chi li sostiene, che così offendono i bimbi educati alla fede cristiana, ai quali negano la comprensione del valore salvifico della Natività? Ai quali tolgono lo stimolo educativo di prendere esempio da quel Bambino che nasce per noi in una grotta; che è circondato, come loro, dall’amore dei genitori; che, come loro, riceve doni e però dà in cambio pace e salvezza.   
  Parlano di tolleranza ma dimenticano che essa si lega alla reciproca conoscenza. Che si è tolleranti solo se si capisce il perché delle altrui opinioni e credenze, non certo se, per pregiudizio di qualcuno, si è costretti a rinunciare ad esprimere le proprie idee ed obbligati a negare le proprie tradizioni. E perché mai saremmo tolleranti quando togliamo Gesù dalla mangiatoia e non quando difendiamo (ad oltranza) i diritti dei pederasti che l’Islam condanna (a morte)?
  Pretendono di favorire l’integrazione degli immigrati ma ignorano che integrazione, cioè “inserimento”, è arricchimento, non impoverimento. Vuol dire conoscere e comprendere una cultura diversa, estrapolarne ciò che aiuta a crescere, come individuo e come etnia. Per lo straniero, integrarsi in una società diversa da quella di origine significa imparare a convivervi, non ad annullarsi in essa. Tanto meno a sopraffarla. E chi lo accoglie ha il dovere di aiutarlo in questo compito, spiegandogli le origini, l’evoluzione, l’apporto e la storia della cultura e delle tradizioni della comunità in cui arriva, non mistificandole o cancellandole in una specie di suicidio sociale. Favorire l’integrazione è, tra l’altro, il modo migliore di offrire solidarietà.
  Affermano anche, i contestatori del Presepio, di difendere la laicità della scuola che, scrive tra gli altri Michele Serra su La Repubblica, “è, per definizione, di tutti e non può rappresentare in alcun modo il punto di vista di una sola confessione”. E qui siamo all’irrazionalità pura. Perché, se il sistema scolastico prevede un lungo periodo di vacanza per Natale, bisognerà pure spiegare anche ai non cristiani di Chi si festeggia il compleanno e perché, dopo 2000 anni, tale data è ancora così importante. Non fosse altro per far loro comprendere come mai, nel mondo occidentale, la Storia, l’Arte, la Letteratura, le Scienze, perfino la Politica siano così impregnate di Cristianesimo. Per dar loro le basi per cogliere lo spirito che scatenò le guerre di religione ma portò anche alla dichiarazione dei diritti dell’uomo; che suggerì a Dante la Divina Commedia, al cattolicissimo Galilei quella frase, “Eppur si muove” (la Terra), che tanto contrastava con la credenza religiosa dei suoi tempi; che ispirò al Mantegna la dolorosa immagine della Deposizione e a Michelangelo l’umanissima sua Pietà. O vogliamo abolire, dai programmi scolastici, il 60% dei loro contenuti per non “rappresentare una sola confessione”, per “trasmettere cultura e non fede” o semplicemente per essere “politicamente corretti”?  
 
Rimarrebbe da valutare quel concetto di “pace” in nome del quale la maestra di Treviso ha sostituito il Presepe con la recita di Cappuccetto Rosso. Ma, la sua, è pretesa talmente ridicola da non meritare commenti. Suscita solo pena. E compassione per i suoi allievi.     
Egidio Todeschini

24.12.2004