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Quella
porta aperta chiamata indulto Il Parlamento approva, le carceri si alleggeriscono, gli Italiani divisi. La clemenza non basta senza opportune riforme della Giustizia Contrariamente alle previsioni e nonostante le tante polemiche, pro o contro, il Parlamento italiano ha approvato, lo scorso 29 luglio, l’indulto. Da circa 20 anni non si arrivava ad ottenere quella maggioranza di due terzi che la legge richiede in materia. Ed anche questa volta sarebbe mancata se non fosse intervenuto il decisivo appoggio di Forza Italia e dell’Udc di Casini. Era scontato che ci sarebbe stata battaglia sulla questione, persino in seno allo stesso centrosinistra che, a firma del Ministro di Grazia e Giustizia, Clemente Mastella, ha proposto il provvedimento: chi ne sosteneva la necessità, la giustificava facendo riferimento alle condizioni disumane delle galere, ormai notevolmente sovrappopolate, ricordando anche l’applauso che aveva accolto l’appello espresso in merito, a Camere riunite, da Papa Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo. Gli oppositori puntavano sul venir meno della “certezza delle pene”, nonché sulla “sicurezza dei cittadini” messa a rischio dalla scarcerazione improvvisa di un numero notevole di criminali. In effetti, avevano ragione gli uni e gli altri. Lo Stato ha sì il diritto di mettere in carcere chi si è macchiato di un reato. Non ha però quello di far vivere i prigionieri in condizioni che diventano disumane se, nelle celle previste per ospitare 4 detenuti, se ne infila il doppio. Ed era questa la situazione italiana: al 30 giugno, nei 207 istituti penitenziari, capaci di ospitare 45.959 persone, ce n’erano 61.264, il 50% dei quali in attesa di giudizio definitivo. “Ma lo Stato ha anche il dovere di tutelare i cittadini onesti dalle intemperanze e dalle violenze di chi infrange le leggi”, sostenevano i contrari all’atto di clemenza, che insistevano anche sulla necessità di garantire “la certezza della pena”. Come? Incentivando i rimpatri di quel 25% di extracomunitari che soggiornano nelle nostre carceri; e riducendo i tempi processuali che vanno mediamente dai 3 anni per le cause penali ai 7 e mezzo per quelle civili, sentenza definitiva di Cassazione esclusa, lungaggini che hanno procurato all’Italia ben 289 condanne dalla Corte Europea di Giustizia! I “giustizialisti” hanno perso e l’indulto – che riduce la pena ma non annulla il reato, contrariamente all’amnistia – ha avuto il beneplacito del Parlamento. Esso si applica a tutti i reati – compreso l’assassinio! – commessi entro il 2 maggio 2006 ed alleggerisce di 3 anni la condanna detentiva; quelle pecuniarie sono ridotte fino ad un massimo di 10.000 euro. Prevede anche la semilibertà per chi ha scontato già una parte della pena. E’ invece escluso per i delitti di associazione sovversiva o terroristica, nonché per i reati più gravi: strage, sequestro di persona, banda armata, associazione di tipo mafioso, stupro di minorenni o di gruppo, sfruttamento della prostituzione. La legge è passata ma, a giudicare dai risultati di un’indagine, non ha incontrato il consenso della popolazione, soprattutto delle vittime – o dei loro familiari - dei 15.470 (qualcuno parla di cifre più alte, fino a 20.000) detenuti rimessi già in libertà o che usciranno quanto prima: solo un italiano su tre ha approvato il provvedimento! Anche perché, arrivato alle soglie di agosto, ha trovato tutti impreparati: gli scarcerati, molti dei quali non hanno un posto ove alloggiare né soldi in tasca; le associazioni di volontariato per ex prigionieri, in gran parte chiuse per ferie estive, anche perché nel mese agostano non trovano posti di lavoro per nessuno, tanto meno per ex galeotti; gli stessi centri di accoglienza temporanea degli extracomunitari (5.200 dei rimessi in libertà, 4.000 dei quali clandestini, lo sono) risultano strapieni. Sta di fatto che, nei giorni successivi all’entrata in vigore della legge, si sono avute notizie di cronaca allarmanti: episodi di reiterazione del reato, con rimessa in cella del reo nel giorno stesso della scarcerazione; stranieri con foglio di via che, per non essere rimpatriati, hanno tentato il suicidio o si sono resi introvabili; drogati che hanno ripreso a tartassare le famiglie, non essendo previsto dalla legge l’obbligo di presentarsi ad un centro di recupero; stupratori scarcerati per sbaglio (6, a Brescia!) per “sovraccarico di lavoro” delle Procure; “topi di appartamento” liberati nella stagione ideale. Senza contare l’allarme lanciato dallo stesso Ministro degli Interni, Amato, circa i potenziali terroristi islamici, condannati per reati minori (false documentazioni, furti, ecc.) ed oggi liberi di agire. Insomma, un mezzo fallimento sul quale poi è calato il silenzio. Non è così che si onora la memoria di Papa Wojtyla. Perché è giusto “lenire la sofferenza dei detenuti” (parole del Capo dello Stato, Giorgio Napoletano), ma serve a ben poco se non si provvede in tempo a favorirne il recupero e l’inserimento nella società; se, per buonismo o ideologia politica, si aggirano le leggi, in questo caso la Bossi-Fini che prevede l’espulsione dei clandestini, non il semplice foglio di via che l’interessato può buttare nella spazzatura. Soprattutto, se non si abbreviano, con le dovute riforme, i tempi processuali la cui eccessiva durata contribuisce ad affollare le carceri con imputati, magari innocenti, in attesa di giudizio. L’indulto è – o meglio, dovrebbe essere - l’ultimo passo da compiere, non il primo, tanto meno l’unico. Altrimenti, risolve solo per breve tempo il problema delle carceri sovrappopolate e rischia unicamente di essere uno “sfondamento della diga”, come è stato commentato da alcuni giornali stranieri. Qualcuno, a Roma, vorrà provvedere? Egidio Todeschini
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